BLOG LEGALE

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

cerca nel blog

Il provvedimento che definisce la procedura esecutiva può essere impugnato solo con l’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.

Pubblicato il 15 aprile, 2019 | Ambito: IMPRESA

La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4961 del 20/02/2019 ha enunciato i principi in base ai quali “nei casi in cui il giudice dell’esecuzione dichiari l’improcedibilità o comunque adotti altro provvedimento di definizione della procedura esecutiva per mancanza originaria o sopravvenuta del titolo esecutivo o della sua inefficacia, il provvedimento adottato a definitiva chiusura della procedura esecutiva, è impugnabile esclusivamente con l’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c.; invece, il provvedimento adottato in seguito a contestazioni del debitore prospettate mediante un’ opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., a fronte della quale il giudice abbia dichiarato di volersi pronunziare, il provvedimento sommario di provvisorio arresto del processo esecutivo, che resta perciò pendente, è impugnabile con il reclamo ai sensi dell’art. 624 c.p.c.”

La Suprema Corte ha aggiunto come al fine di distinguere tra le due ipotesi, la circostanza che il giudice abbia disposto la liberazione dei beni pignorati costituisce indice fondamentale circa la natura definitiva del provvedimento adottato.

Il caso posto al vaglio della Suprema Corte scaturisce dall’opposizione proposta  avverso il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione aveva dichiarato improcedibile un’espropriazione forzata presso terzi avviata nei confronti dell’INPS, ritenendo estinto il credito fatto valere e disponendo la liberazione delle somme pignorate.

L’opposizione è stata accolta dal Giudice di prime cure, che ha dichiarato nulla l’ordinanza impugnata e ha condannato l’INPS al pagamento delle spese di lite.

l’INPS, terzo pignorato, proponeva ricorso per Cassazione, muovendo tre principali motivi di censura.

La Suprema Corte ha preliminarmente rammentato come nei casi in cui “il giudice dell’esecuzione dichiari l’improcedibilità (o l’estinzione cd. atipica, o comunque adotti altro provvedimento di definizione) della procedura esecutiva in base al rilievo della mancanza originaria o sopravvenuta del titolo esecutivo o della sua inefficacia, il provvedimento adottato in via né sommaria né provvisoria, a definitiva chiusura della procedura esecutiva, è impugnabile esclusivamente con l’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c.; diversamente, se adottato in seguito a contestazioni del debitore prospettate mediante una formale opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., in relazione alla quale il giudice abbia dichiarato di volersi pronunziare, il provvedimento sommario di provvisorio arresto del corso del processo esecutivo, che resta perciò pendente, è impugnabile con il reclamo ai sensi dell’art. 624 c.p.c.. Al fine di distinguere tra le due ipotesi deve ritenersi decisivo indice della natura definitiva del provvedimento la circostanza che con esso sia disposta (espressamente, o quanto meno implicitamente, ma inequivocabilmente) la liberazione dei beni pignorati”.

Pertanto, quando viene proposta un’opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., il giudice dell’esecuzione, con il provvedimento che sospende o chiude il processo, deve contestualmente fissare il termine per l’instaurazione della fase di merito del giudizio di opposizione (salvo che l’opponente stesso vi rinunzi) e, in mancanza, sarà possibile per la parte interessata chiedere l’integrazione del provvedimento ai sensi dell’art. 289 c.p.c. oppure procedere direttamente alla instaurazione del suddetto giudizio di merito.

Se, invece, il processo esecutivo è stato definito con liberazione dei beni pignorati e non vi è stata opposizione accolta agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., il giudicato sull’opposizione all’esecuzione farà stato tra le parti ai fini di futuri eventuali nuovi processi, e non sarà possibile la riassunzione dell’esecuzione, definitivamente chiusa.

Alla luce dei principi innanzi indicati, la Suprema Corte rigettava i primi due motivi del ricorso accogliendo il terzo motivo relativo alla liquidazione delle spese di lite.

Il giudice di legittimità cassava, dunque, la sentenza impugnata limitatamente a tale capo.