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Esdebitazione: cos’è, significato, procedure e come procedere

Pubblicato il 28 agosto, 2018 | Ambito: IMPRESA

L’esdebitazione rappresenta un concreto aiuto che permette all’imprenditore fallito di riacquisire la facoltà di avviare una nuova attività d’impresa senza dover sopportare il peso dei debiti residuati da un fallimento.Esdebitamento

Con il presente articolo illustreremo gli aspetti principali dell’istituto, chiarendone i presupposti applicativi ed evidenziando le fasi del procedimento che può consentire al debitore fallito, ove ne ricorrano le condizioni, di conseguire il provvedimento di esdebitazione.

Esdebitazione significato

L’esdebitazione è un istituto giuridico disciplinato dagli artt. 142 e ss. della Legge Fallimentare, introdotto dalla riforma del 2006 (D. Lgs 9/01/2006 n. 5). Essa consiste nella definitiva liberazione del debitore fallito da qualsiasi debito rimasto non pagato dopo la chiusura del fallimento, consentendogli in questo modo di recuperare la capacità di svolgere una nuova attività economica.

Affinché possa realizzarsi tale risultato, è fondamentale che il fallito abbia tenuto una condotta responsabile e corretta durante la procedura fallimentare e che tutti i creditori concorrenti siano stati almeno in parte soddisfatti.

Ebbene, con questo provvedimento giudiziale si pone fine alla gravosa situazione creata dalla precedente disciplina sulla “riabilitazione”, sotto la cui vigenza il fallito era essenzialmente perseguitato dai suoi creditori, i quali potevano far valere le restanti ragioni creditorie anche dopo la chiusura del fallimento.

Esdebitazione del fallito

La domanda di esdebitazione può essere richiesta da chi è fallito in proprio (es. ditta individuale), e dal socio illimitatamente responsabile di società dichiarata fallita (es. socio di società semplice, società in nome collettivo e soci accomandatari di società in accomandita semplice).

L’istituto in esame, dunque, non distingue il “fallito” che assume le vesti d’imprenditore individuale da quello che invece ricopre il ruolo di socio illimitatamente responsabile all’interno di una società fallita, stabilendo quale unico requisito che egli sia “persona fisica”.

Inoltre, in caso di decesso del debitore fallito, sono legittimati a formulare detta istanza i suoi eredi.

Per proporre domanda di esdebitazione è necessario che la procedura fallimentare sia conclusa a seguito della ripartizione dell’attivo realizzata sulla base di un progetto di riparto.

È comunque possibile presentare l’istanza anche quando:

  • il fallimento sia stato chiuso per mancata proposizione di istanze di ammissione al passivo;
  • il fallimento sia stato chiuso per integrale pagamento o estinzione dei crediti ammessi.

Ciò che è importante è che la chiusura della procedura fallimentare non sia dipesa, come spesso accade, dall’impossibilità di soddisfare, nemmeno in parte, i creditori concorsuali, i crediti prededucibili – ossia sorti in occasione della procedura concorsuale –  e le spese della procedura.

Ricordiamo, infatti, che la soddisfazione almeno parziale dei creditori ammessi, compresi quelli di rango chirografario, è condizione fondamentale per la proposizione della domanda di esdebitazione.

Orbene, ricapitolando, qualora vi fosse un bilancio finale negativo o risulti impossibilità di pagare le spese del curatore e dei suoi ausiliari, non sarebbe possibile richiedere l’ammissione al beneficio in oggetto.

I presupposti soggettivi dell’esdebitazione

Oltre alla condizione oggettiva sopra illustrata, occorre che la condotta tenuta dal fallito nel corso della procedura fallimentare sia stata improntata a correttezza e trasparenza.

Più precisamente, presupposti soggettivi affinché un imprenditore fallito possa beneficiare dell’esdebitazione sono:

  • aver collaborato con gli organi del fallimento, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile all’accertamento del passivo;
  • non aver ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura fallimentare;
  • aver consegnato al curatore tutta la documentazione e la corrispondenza riguardante i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento di cui all’ 48 L.F.;
  • aver rappresentato una situazione contabile veritiera dell’impresa;
  • non avere già beneficiato dell’istituto dell’esdebitazione negli ultimi 10 anni;

È importante, poi, che il fallito non abbia commesso reati riconducibili ai comportamenti descritti in precedenza. In altre parole, quest’ultimo non deve essere stato condannato, con sentenza passata in giudicato, per bancarotta fraudolenta o per altri delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio o compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività d’impresa.

L’esdebitazione non è applicabile ai fallimenti chiusi prima dell’entrata in vigore della riforma della legge fallimentare (16.07.2006, ossia 6 mesi dopo la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale). Sennonché, l’istituto trova applicazione nei confronti dai fallimenti avviati prima della riforma, ma terminati successivamente alla sua entrata in vigore, sempre che la relativa istanza sia stata presentata entro un anno dalla chiusura del fallimento.

Debiti oggetto di esdebitazione e quelli esenti da esdebitazione

Possono costituire oggetto di esdebitazione:

  • i debiti residui dei creditori ammessi allo stato passivo e non integralmente soddisfatti;
  • i debiti anteriori alla procedura di fallimento, ma relativi a creditori non insinuati al passivo fallimentare.

Sono invece escluse dall’esdebitazione tutti debiti relativi a obblighi di mantenimento oppure a obblighi di corresponsione degli alimenti o, comunque, tutte le obbligazioni riguardanti rapporti estranei all’esercizio dell’impresa, aventi natura strettamente personale.

Del pari, sono esclusi dall’esdebitazione i debiti per il risarcimento dei danni da illecito extracontrattuale, nonché le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie ai debiti estinti.

L’esdebitazione, inoltre, non ha efficacia sui diritti che i creditori hanno nei confronti dei coobbligati, dei fideiussori del debitore e degli obbligati in via di regresso. Ciò significa, quindi, che i debiti degli altri falliti, soci della medesima società, o le garanzie prestate da terzi per debiti fallimentari sopravvivono all’esdebitazione, e tali soggetti possono essere escussi indipendentemente dalla chiusura del fallimento e dalla liberazione del fallito.

Procedura di esdebitazione

La domanda di esdebitazione deve essere presentata dalla persona interessata avanti il tribunale presso cui era pendente il fallimento.

La procedura volta a ottenere il beneficio dell’esdebitazione richiede l’assistenza tecnica fornita da un difensore iscritto all’Ordine degli Avvocati.

L’istanza di esdebitazione può essere depositata:

  • durante la procedura fallimentare, oppure
  • entro un anno dal decreto di chiusura del fallimento.

In quest’ultima ipotesi, il termine annuale è considerato perentorio, pertanto se decorre senza che il fallito abbia depositato il ricorso, costui decade dalla facoltà di poter richiedere l’esdebitazione.

In concreto, il legale incaricato dovrà presentare un ricorso con cui chiederà al Giudice di verificare la sussistenza dei presupposti necessari per la concessione del beneficio e, conseguentemente, dichiarare l’inesigibilità̀ dei debiti concorsuali residui dell’imprenditore fallito.

A tale istanza seguirà un decreto di fissazione dell’udienza che, insieme al ricorso, andrà notificato ai creditori non integralmente soddisfatti entro un determinato termine indicato dal giudice.

Qualora il fallito ricorrente non abbia effettuato le previste notificazioni entro il termine concesso, l’istanza depositata verrà dichiarata inammissibile.

Non è necessario che i creditori partecipino effettivamente alla procedura di esdebitazione, ma occorre che essi siano perlomeno informati circa la sua instaurazione.

Durante la fase istruttoria della procedura è obbligatoria l’assunzione del parere del curatore e del comitato dei creditori; nell’ipotesi in cui sia impossibile ottenere tale parere, (perché, ad esempio, i suddetti organi sono stati sciolti), il giudice potrà, in ogni caso, sostituirsi ad essi e procedere con una indagine d’ufficio.

Il Tribunale, in composizione collegiale, deciderà con decreto motivato, che sarà impugnabile con reclamo alla Corte di Appello, a pena di decadenza, entro 10 giorni dalla sua ufficiale conoscenza o comunque entro 90 giorni dalla relativa pubblicazione.

La legittimazione a proporre il reclamo è riconosciuta in favore:

  • del debitore fallito,
  • dei creditori non integralmente soddisfatti,
  • del pubblico ministero
  • di qualunque altro interessato.

Il decreto motivato divenuto definitivo ha il valore di una sentenza.

I principali effetti del decreto di esdebitazione

Il provvedimento di esdebitazione produce gli effetti di seguito illustrati:

  • Inesigibilità dei crediti: il fallito non sarà più obbligato al pagamento dei crediti, potendo legittimamente rifiutare la richiesta di adempimento avanzata dai propri creditori; L’inesigibilità del credito risulta uno strumento offerto esclusivamente al fallito, ed è opponibile solo dal medesimo non essendo rilevabile d’ufficio dal giudice.
  • Inesigibilità degli interessi: l’inesigibilità che consegue all’esdebitazione si estende anche agli interessi relativi sia a crediti privilegiati che chirografari, siano essi maturati prima (se non richiesti o ammessi), durante (se non pagati per incapienza) o dopo (se maturati sulla parte residua dei crediti) la dichiarazione di fallimento;
  • Estinzione delle garanzie reali: parimenti, anche le garanzie reali (pegno e ipoteca), essendo accessorie rispetto al diritto di credito garantito, subiscono gli effetti dell’esdebitazione.

Esdebitazione equitalia

La procedura di esdebitazione trova applicazione anche con riferimento ai debiti escussi da Equitalia (sciolta il 1° luglio 2017, le funzioni di riscossione sono oggi svolte dall’Agenzia dell’entrate – Riscossione). Ne deriva, dunque, che il fallito che abbia beneficiato della liberazione dai debiti residui, non è più tenuto al pagamento delle somme dovute nei confronti dell’Erario.

Tuttavia, di recente, sono emersi alcuni dubbi circa la possibilità di far rientrare nell’esdebitazione i debiti da Iva, che non sono espressamente esclusi dal novero dei debiti che possono essere annullati al fallito.

La vicenda è stata sottoposta al vaglio dei giudici della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e prende le mosse dell’emissione da parte dell’Agenzia delle Entrate di una cartella di pagamento per la riscossione d’importi a titolo di Iva e Irap.

In primo grado, la commissione tributaria aveva dichiarato illegittima la cartella esattoriale; l’Agenzia dell’Entrate faceva perciò ricorso in Cassazione e i giudici della Suprema Corte deferivano la questione ai giudici della Corte Ue per valutare la sussistenza di possibili contrasti tra la normativa italiana e le direttive europee. In particolare la Cassazione chiedeva chiarimenti ai giudici europei su un possibile contrasto tra la regolamentazione nazionale e quella comunitaria in materia di armonizzazione delle regole sulle imposte.

La Corte di Giustizia, con la sentenza del 16/03/2017, n. C-493/15), ha precisato che la disciplina comunitaria non ostacola l’applicazione della disciplina nazionale relativa alla liberazione dell’imprenditore fallito anche dai debiti Iva, poiché l’istituto dell’esdebitazione non si configura come un “aiuto di Stato”.

I giudici dell’U.E. hanno aggiunto, altresì, che la disciplina sull’esdebitazione è assoggettata a condizioni applicative particolarmente rigorose che offrono garanzie sufficienti per quanto concerne la riscossione dei crediti Iva e che, alla luce tali condizioni, essa non costituisce una rinuncia generale e indiscriminata alla riscossione dell’IVA e risulta, dunque, non contraria all’obbligo degli Stati membri di garantire il prelievo integrale di siffatta imposta indiretta nel loro territorio nonché all’obbligo di effettiva riscossione delle risorse spettanti all’Unione Europea.

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