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Da sempre, lo Studio opera in materia d’infortuni sul lavoro e malattie professionali, prestando assistenza e consulenza in favore dei lavoratori dipendenti, i quali, durante lo svolgimento delle proprie mansioni, sono costantemente esposti a numerosi rischi.

Nella maggior parte dei casi, i danni alla salute subiti dal lavoratore vittima di un incidente o di una malattia professionale, sono in parte coperti da un indennizzo che viene corrisposto dall’INAIL; tuttavia, se l’infortunio (o la patologia) dipende dalla condotta colpevole del datore, il lavoratore potrà agire anche nei suoi confronti per ottenere il risarcimento del c.d. danno differenziale, ossia il pregiudizio ulteriore non coperto dall’assicurazione obbligatoria INAIL.

Gli avvocati dello Studio, dotati di un’elevata competenza nel settore, verificheranno dunque se esistono i presupposti necessari per richiedere l’indennizzo all’INAIL e/o avanzare una domanda risarcitoria al datore di lavoro, garantendo al cliente il necessario supportando tanto in fase stragiudiziale quanto in quella giudiziale.

L’indennizzo INAIL deve essere riconosciuto anche al lavoratore che s’infortuna a causa di una sua negligenza

Con l’ordinanza n. 7649 del 19/03/2019, la Suprema Corte, in materia d’infortuni sul lavoro, ha affermato il principio in base al quale la condotta colposa del lavoratore dipendente può ridurre o, in alcuni casi, eliminare la responsabilità del datore, che non potrà essere chiamato a rispondere del c.d. danno differenziale, ma non esclude l’erogazione dell’indennizzo dal parte dell’INAIL.

Il caso sottoposto al vaglio della Corte trae origine dalla lesione occorsa ad un dipendente, infortunatosi durante l’ispezione di un cantiere; in particolare, l’uomo ha eseguito il controllo introducendosi all’interno di un cantiere terzo rispetto alla propria azienda, percorrendo di fatto un tragitto differente da quello abituale.

Il lavoratore ha agito in giudizio al fine di ottenere il relativo risarcimento da parte della parte datoriale.

La Corte d’Appello ha riconosciuto il diritto del lavoratore a ricevere l’indennizzo INAIL, sostenendo che la condotta tenuta dal dipendente non poteva qualificarsi come rischio elettivo, atto a far venire meno il nesso di causalità tra l’infortunio e lo svolgimento dell’attività lavorativa.

La Suprema Corte, condividendo la decisione della Corte territoriale, ha precisato che il dipendente ha diritto a vedersi risarcito il danno conseguente all’infortunio, quando lo stesso è avvenuto “in occasione di lavoro”, aggiungendo come rientrino in tale nozione tutti i fatti, anche straordinari e imprevedibili, inerenti all’ambiente, alle macchine, alle persone, al comportamento dello stesso lavoratore, purché attinenti alle condizioni di svolgimento della prestazione, ivi compresi gli spostamenti spaziali, con l’unico limite del rischio elettivo.

Per gli Ermellini, il c.d. “rischio elettivo”, che delimita l’ambito di operatività della tutela assicurativa, viene integrato allorquando il lavoratore, arbitrariamente, pone in essere un atto illogico ed estraneo alle finalità produttive per soddisfare esigenze personali, un comportamento dunque idoneo ad interrompere il nesso causale tra l’infortunio e la prestazione  lavorativa.

Secondo i Giudici di legittimità, il predetto comportamento colposo del lavoratore può ridurre oppure escludere la responsabilità dell’imprenditore, che non sarà tenuto a risarcire il c.d. danno differenziale.

Sennonché, esso non comporta, di per sé, l’esclusione dell’operatività dell’indennizzo sociale previsto dall’assicurazione obbligatoria INAIL, posto che la stessa ha la finalità, in armonia con gli artt. 32 e 38 della Cost., di proteggere il lavoratore da ogni infortunio sul lavoro (anche da quelli derivanti da colpa) e di garantirgli i mezzi adeguati allo stato di bisogno discendente dalle conseguenze che ne sono derivate.

Su tali presupposti, la Suprema Corte – ritenendo insussistente nel caso di specie l’ipotesi del rischio elettivo – ha confermato il diritto del lavoratore a conseguire l’indennizzo sociale previsto dall’assicurazione obbligatoria INAIL.

INAIL: nessuna indennità per infortunio non connesso all’attività lavorativa

Con la recente ordinanza n. 12549/2018, la Cassazione si è espressa sulla indennità per inabilità temporanea fornendo dei chiarimenti importanti.

Segnatamente, gli Ermellini hanno spiegato quando spetta l’indennità riconosciuta dal d.P.R. 1124/1965 in caso d’infortunio avvenuto per causa violenta “in occasione di lavoro”.

La questione sottoposta all’attenzione della la Corte di Cassazione trae origine dal ricorso presentato dalla moglie, unitamente ai figli, di un lavoratore, i quali avevano chiesto all’INAIL il riconoscimento dell’ indennità per inabilità temporanea dovuta al de cuius, nonché della rendita ai superstiti del lavoratore assicurato.

Il Giudice di prime cure e la Corte territoriale avevano rigettato tale richieste, evidenziando come l’attività svolta al momento dell’infortunio dal parente defunto non fosse qualificabile come attività immediatamente e necessariamente connessa con lo svolgimento delle mansioni tipiche dell’attività edilizia svolta professionalmente dal de cuius. Ebbene, per i giudici di merito non poteva riscontrarsi un diretto collegamento tra l’attività lavorativa svolta e le circostanze di fatto in cui si era determinato l’infortunio, atteso che, nel caso di specie, il soggetto stava sezionando un tronco d’albero per ricavare travi da destinare a copertura del proprio garage/deposito in corso di realizzazione.

Gli eredi impugnavano la sentenza della Corte d’Appello dinanzi la Suprema Corte.

Gli Ermellini hanno, preliminarmente, specificato che l’art. 2 del d.P.R. n. 1124/1965 copre tutti i casi d’infortunio avvenuto per causa violenta “in occasione di lavoro” che cagionino un’inabilità al lavoro superiore a tre giorni.

I giudici di legittimità hanno poi precisato che nella nozione di “occasione di lavoro” rientrano tutti i fatti, anche straordinari e imprevedibili, inerenti all’ambiente, alle macchine, alle persone, al comportamento colposo dello stesso lavoratore, purché attinenti alle condizioni di svolgimento della prestazione, ivi compresi gli spostamenti spaziali funzionali allo svolgimento della prestazione, con l’unico limite del rischio elettivo, inteso come tutto ciò che sia estraneo e non riguardante l’attività lavorativa e dovuto a una scelta arbitraria del lavoratore (cfr. Cass. 17917/2017).

La Suprema Corte ha escluso che la fattispecie in esame potesse essere ricompresa nell’ambito dell’oggetto della tutela, poiché l’ipotesi di un infortunio verificatosi durante l’attività di acquisto del materiale utile all’impresa artigianale era sensibilmente diversa dall’infortunio realizzatosi in attività non direttamente e necessariamente connesse all’attività professionale svolta; in particolare, secondo la  Corte  era evidente il taglio di albero finalizzato al rifornimento di travi di legno utili a costruire il garage/deposito dell’artigiano rappresentasse un’ attività non direttamente connessa a quella dell’artigiano costruttore edile.

La Cassazione rigettava, pertanto, il ricorso presentato dai parenti superstiti del de cuius.

Legge di bilancio 2019: riduzione dei premi INAIL, ma anche taglio a rendite e indennizzi

1) Tagli alle tariffe INAIL e agli indennizzi

 La legge di bilancio 2019 prevede la riduzione del cuneo fiscale (ossia la somma delle imposte che pesano sul costo del lavoro),mediante il taglio dei premi INAIL che le aziende devono versare per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni.

In particolare, la revisione delle tariffe, prevista dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2021, comporterà quindi minori entrate per l’INAIL quantificate in 410 milioni di euro per il 2019, 525 milioni per il 2020 e 600 milioni per il 2021.

Oltre alla diminuzione dei premi INAIL, la manovra prevede anche una revisione dei meccanismi di liquidazione di rendite e indennizzi.

Dunque, se da un lato la legge di bilancio favorisce le imprese tagliando il costo del lavoro, in parallelo, riduce l’importo di rendite e indennizzi per infortuni e malattie professionali subite dai lavoratori.

 

2) Fondo per le vittime di gravi infortuni

 Tra le misure introdotte della legge di bilancio 2019, è previsto anche l’incremento del “fondo di sostegno per le famiglie delle vittime di gravi infortuni sul lavoro”.

Tale fondo eroga un’indennità una tantum, il cui importo è determinato annualmente (oggi, ad esempio, corrisponde a € 3.700), e prevede inoltre l’anticipazione della rendita dei superstiti, che equivale a tre mensilità della rendita annua

Il fondo era già esistente (istituito il 1° gennaio 2007) e, a partire dal 1° gennaio 2019, sarà incrementato annualmente di un milione di euro.

 

3) Lavoratori disabili

 Per il nuovo anno, la legge di bilancio prevede dei rimborsi INAIL pari al 60% della retribuzione erogata per i lavoratori disabili.

Più precisamente, la manovra, per incoraggiare l’assunzione ed il reinserimento dei lavoratori disabili, ha stabilito che l’ INAIL rimborserà ai datori di lavoro una parte (considerevole) degli stipendi erogati in favore dei disabili inseriti in progetti di reinserimento lavorativo, diretti alla conservazione del posto di lavoro.

 

4) Polizza obbligatoria per le casalinghe

La nuova legge di Bilancio ha introdotto anche diverse novità con riferimento alla c.d. polizza casalinga, cioè l’assicurazione INAIL contro gli infortuni che si verificano in ambito domestico.

Nello specifico, la manovra stabilisce che i lavoratori domestichi di età compresa tra 18 e 67 anni sono obbligati ad assicurarsi; la legge di bilancio ha, poi, raddoppiato il premio assicurativo, che passa da € 12,91 ai € 24 annui; inoltre, è stata ampliata la tutela del lavoratore domestico mediante l’abbassamento della soglia d’inabilità permanente a partire dalla quale può essere richiesta la rendita: in altre parole, oggi, il lavoratore ha diritto all’indennizzo se dall’infortunio domestico deriva un’inabilità permanente al lavoro pari  al 16%, contro la soglia minima del 27% che operava negli anni passati.

Infine, per gli infortuni che comportano un’inabilità permanente compresa tra il 6 e 15%, l’Inail corrisponderà comunque un’indennità una tantum pari a €300.

Nessuna visita fiscale in caso d’infortunio sul lavoro

Nelle ipotesi d’infortunio sul lavoro o di malattia professionale non spetta all’INPS effettuare le visite fiscali nelle fasce orarie di reperibilità. Si tratta, infatti, di eventi di competenza dell’INAIL, e il legislatore non prevede che tale ente previdenziale effettui visite a domicilio.

Ed invero,  solitamente, l’INAIL convoca il lavoratore leso presso la sede territorialmente competente per accertare l’effettività dell’infortunio o della malattia professionale. Tanto si evince esaminando il testo del decreto n. 206/2017, la nota 8 febbraio 2018 della presidenza del Consiglio, nonché il messaggio INPS n. 3265/2017.

Il messaggio INPS n. 3265/2017 fornisce le istruzioni amministrative e operative sul “Decreto legislativo n. 75 del 27 maggio 2017 recante disposizioni in materia di Polo unico per le visite fiscali. Con il suindicato messaggio, l’Istituto precisa che, nonostante l’attribuzione esclusiva all’INPS della competenza in materia di visite mediche di controllo sullo stato di salute dei lavoratori, questo non è legittimato ad effettuare accertamenti medico legali domiciliari, su richiesta dei datori di lavoro, in caso di infortunio sul lavoro e malattia professionale del dipendente.

Ciò in quanto, ai sensi dell’art. 12, legge 67/1988, l’INPS non può interferire nelle competenze esclusive dell’INAIL per questi eventi. In altri termini, non possono essere disposte visite domiciliari per procedere all’istruttoria necessaria al riconoscimento dell’infortunio sul lavoro – malattia professionale a meno che non intervengano diverse interpretazioni da parte dei ministri competenti.

E dunque, nel caso in cui, durante una visita domiciliare del medico di controllo, emergesse la necessità di procedere a un’istruttoria per il riconoscimento di un infortunio sul lavoro o malattia professionale, il medico dovrà, in ogni caso, limitarsi a verbalizzare tale circostanza, senza sottoporre il dipendente a visita. Solo in un secondo momento, l’INAIL convocherà il lavoratore presso la sede competente per procedere ai necessari accertamenti sanitari e quest’ultimo dovrà presentarsi senza poter rifiutare le prescrizioni del medico, salvo non sussista un giustificato motivo.

 

Grava sul dipendente l’onere di provare l’inadempimento del datore

Riveste particolare interesse il principio enunciato dalla Suprema Corte con la sentenza n. 146/2018, con cui ha disposto che “Spetta al lavoratore provare l’inadempimento del proprio datore di lavoro, che in ogni caso non può essere ritenuto responsabile di una condotta abnorme o inopinabile del dipendente”.

Ebbene, in virtù di quanto disposto dell’art. 2087 c.c., Il datore di lavoro è tenuto “ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. Pur tuttavia, l’imprenditore non può essere ritenuto responsabile dell’infortunio del lavoratore provocato da una sua azione pericolosa posta in essere una volta conclusa la prestazione lavorativa e senza informarne il datore medesimo.

La vicenda portata all’attenzione della Suprema Corte prende le mosse dalla domanda giudiziale proposta da un dipendente con cui ha richiesto l’accertamento della responsabilità e la conseguente condanna al risarcimento del proprio datore in relazione all’infortunio occorsogli nell’estate del  2001.

Il sinistro si era verificato in fase di completamento dei lavori d’impianto di alcuni pali elettrici per conto dell’Enel, momento in cui l’attore rilevava la presenza di un ramo su un cavo elettrico; al fine di rimuoverlo saliva su una scala  retta da un operaio, rovinando al suolo poco dopo.

Il Tribunale rigettava la domanda, poiché l’operaio non aveva  provato il nesso tra l’inadempimento del datore di lavoro e l’infortunio subito; la sentenza del giudice a quo veniva confermata anche dalla Corte di Appello, la quale aveva respinto le domande del ricorrente in quanto gli operai “Avevano l’obbligo di interpellare il personale addetto nel caso in cui si fosse prospettato nel corso della attività lavorativa un ostacolo imprevisto; ma né l’infortunato né i suoi due compagni di lavoro avevano provveduto a tanto, non avendo in alcun modo chiesto alla società l’invio sul posto di apposita strumentazione idonea allo svolgimento in sicurezza, della non prevista operazione. In tal senso veniva esclusa anche la configurabilità di alcuna violazione a carico della società dell’obbligo di vigilanza sull’osservanza delle misure protettive da parte dei lavoratori

La Suprema Corte, condividendo le conclusioni cui era pervenuta la Corte territoriale,  ha escluso la responsabilità del datore di lavoro, atteso che lo stesso non aveva violato alcun obbligo di sicurezza, avendo, per converso, adottato tutte gli accorgimenti atti a prevenire l’evento dannoso; pertanto, il datore non poteva essere ritenuto responsabile allorquando l’infortunio, come nel caso di specie, dipendeva da una condotta abnorme tenuta dal lavoratore.

Segnatamente, i giudici di legittimità con la sentenza n. 146/2018 hanno statuito che: “Alla stregua dell’art. 2087 c.c. non è ipotizzabile a carico dell’imprenditore un obbligo di sicurezza e prevenzione anche in relazione a condotte del dipendente che, pur non rientranti nella nozione di inopinabilità e di abnormità, siano state poste in essere successivamente al compimento della prestazione lavorativa richiesta, perché non rientranti nella suddetta prestazione e perché effettuate senza darne allo stesso preventiva comunicazione secondo le direttive impartite. Corollario di tale principio è che la parte datoriale non incorre nella responsabilità di cui alla norma codicistica per non avere fornito le attrezzature necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore nello svolgimento della non prevista prestazione né di non avere esercitato il controllo sulla conseguente esecuzione nel rispetto dei paradigmi di sicurezza legislativamente richiesti“.

Compete al giudice individuare le norme antinfortunistiche violate

Con la recente sentenza n. 2278/2018 la Suprema Corte ha enunciato il principio secondo cui: quando l’Inail agisce in rivalsa contro il datore di lavoro non è tenuta a indicare le norme antinfortunistiche dal medesimo violate, poiché compete al giudice, verificati gli elementi di fatto dell’evento lesivo, accertare la violazione delle norme per la sicurezza del lavoro che possono radicare la responsabilità del datore.

La vicenda giunta in Cassazione trae origine dal ricorso proposto in primo grado dall’INAIL, teso ad ottenere la condanna della società datrice di lavoro al rimborso di quanto erogato in conseguenza di un gravissimo infortunio occorso a un operaio alle dipendenze della stessa, causato dalla violazione della normativa antinfortunistica.

La domanda è stata rigettata in primo grado, ma accolto dalla Corte d’Appello, con la condanna della società e dei soci amministratori, in quanto secondo la Corte territoriale l’incidente si era verificato per colpa degli appellati, che non si erano premurati di fissare l’argano in modo da evitare l’infortunio al proprio dipendente.

Ricorrono in Cassazione i soci amministratori della società per diversi motivi, tra i quali risulta di particolare interesse, quello con il quale i ricorrenti hanno contestano all’Inail il fatto di non ad individuato le norme di sicurezza antinfortunistica che sarebbero state dai medesimi violate, né i profili di colpa della parte datoriale rispetto all’accadimento di tale infortunio; pertanto, non potendo configurarsi un’ipotesi di responsabilità oggettiva, la Corte di Appello avrebbe dovuto dichiarare l’appello inammissibile, attesa l’evidente genericità della domanda.

Tuttavia, sul predetto motivo di ricorso la Cassazione, con la succitata sentenza, ha disposto che: “Né ha pregio l’assunto difensivo secondo cui l’Inail non avrebbe specificato le norme di sicurezza in materia antinfortunistica che sarebbero state violate nella fattispecie, in quanto, una volta che la parte ha esattamente indicato gli elementi di fatto della vicenda infortunistica oggetto di causa, spetta al giudice accertare la violazione o meno delle norme in materia di sicurezza sul lavoro che possono radicare o meno la responsabilità della parte datoriale, accertamento, questo, che la Corte di merito ha compiuto prima di pervenire al convincimento della colpevolezza degli appellati in ordine all’infortunio occorso al dipendente“.

 

 

Infortunio sul lavoro : responsabile il collega caposquadra di fatto

La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 19435/2017, ha enunciato l’importante principio secondo cui risponde a titolo di concorso il lavoratore che ha contribuito a determinare un infortunio sul lavoro, non assumendo alcuna rilevanza il fatto che costui rivestisse o meno una specifica veste professionale nell’ambito del rapporto di lavoro instaurato.

Secondo gli Ermellini, ciò che in concreto rileva è che il lavoratore abbia in qualche modo partecipato, mediante azioni, omissioni o inadempimenti, direttamente o indirettamente, alla serie causale che ha portato all’evento lesivo.

La vicenda su cui si è pronunciata la Suprema Corte è quella di un giovane dipendente morto folgorato mentre effettuava l’allacciamento di un impianto telefonico, appoggiandosi al palo della luce con una scala in alluminio. Vicino al giovane apprendista era presente un esperto operaio, il quale, secondo la Corte, benché non rivestisse il ruolo specifico di caposquadra, né di soggetto preposto alla sicurezza, aveva concorso nella determinazione del danno mortale.

Secondo la Corte, il maturo operaio risponde a titolo di residuo concorso di colpa in quanto, trovandosi nei pressi di una potente linea elettrica e visto l’avvicinarsi della pioggia, non ha adottato alcuna misura di cautela o prudenza per evitare danni al ragazzo.

In altri termini, la Cassazione ha ritenuto che il collega della vittima abbia agito, in concreto, come una sorta di caposquadra assumendone di fatto le funzioni, anche se non giuridicamente collocabile all’interno di tale figura professionale.

Come poc’anzi accennato, trattandosi di un residuo concorso di colpa, non si esclude che altre figure professionali rispondano a titolo di colpa prevalente.

 

 

Infortunio sul lavoro : che cos’è l’ infortunio in itinere?

L’infortunio in itinere rappresenta quel danno, risaricito dall’Inail, subito dal lavoratore durante il “normale tragitto” che quest’ultimo compie, all’andata e al ritorno, della propria abitazione al luogo di lavoro. Tale infortunio inoltre, in assenza di una mensa aziendale, potrà ricomprendere anche il danno patito durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello in cui abitualmente il lavoratore consuma i pasti.

Per “normale tragitto” deve intendersi quello più breve e diretto rispetto alla propria sede lavorativa che venga compiuto dal lavoratore entro  ragionevole lasso di  tempo.

La tutela risarcitoria prevista per questo tipo di danno, potrà essere invocata dal lavoratore anche quando si verifichino circostanze oggettivamente idonee a impedire di seguire il c.d. “normale percorso”, costringendolo il lavoratore ad un strada alternativa.

Il risarcimento del danno oggetto di disamina è previsto, inoltre, anche quando il lavoratore utilizzi, per raggiungere il proprio posto di lavoro, un mezzo di trasporto privato, a condizione che tale scelta risulti essere necessaria. Ed infatti, spesso accade che il luogo di lavoro risulti situato in una zona del tutto sprovvista di mezzi pubblici.

La Cassazione ha più volte chiarito – da ultimo con la sent. n. 21122 del 12.09.2017– che può essere risarcito l’infortunio in itinere avvenuto con la propria auto solo se l’impiego di tale mezzo ha carattere di necessità, ovverosia:

  1. in totale assenza di mezzi pubblici;
  2. in presenza mezzi pubblici che non consentano il puntuale raggiungimento del luogo di lavoro;
  3. in caso di eccessivo disagio procurato dallo stato in cui versano i mezzi pubblici presenti sulla zona interessata.

In altre termini, se il lavoratore si reca sul posto lavoro e utilizza il proprio mezzo di trasporto per esigenze di comodità o al fine di conseguire un risparmio di tempo, in assenza di peculiari situazioni personali e/o familiari che lo giustifichino tale utilizzo, non opererà la copertura assicurativa da parte dell’Inail.

Diverso è il discorso se l’incidente avviene in bicicletta. A tal proposito la legge, al fine di favorire l’uso di questo mezzo di locomozione, prevede che l’infortunio in itinere debba essere sempre risarcito, essendo il suo utilizzo paragonato a quello del mezzo pubblico o al percorso compiuto a piedi.

Tuttavia, nel caso di uso di mezzo privato (compresa la bicicletta), sono comunque esclusi dal risarcimento gli infortuni cagionati direttamente:

  • dall’abuso di alcolici e di psicofarmaci;
  • dall’uso di stupefacenti ed allucinogeni;
  • dalla mancanza della prescritta abilitazione di guida.

Infine, recentemente la giurisprudenza di legittimità ha esteso l’ambito di risarcibilità dell’infortunio in itinere, ricomprendendo al suo interno sia il caso di danni discendenti da una rapina subita dal lavoratore durante il normale percorso casa-lavoro, sia le ipotesi d’infortunio avvenute durante il cammino a piedi o durante il trasporto su mezzi pubblici.

Infortunio sul lavoro chi paga?

La normativa in materia di infortunio sul lavoro prevede che in caso di assenza  causata da incidente o malattia professionale, al lavoratore vengano corrisposte le seguenti somme:

Il datore di lavoro è obbligato a indennizzare il lavoratore per i primi 4 giorni, a partire dalla data dell’infortunio, che comprendono la giornata in cui è avvenuto l’infortunio, che è pagata al 100% della retribuzione giornaliera, e i successivi 3 giorni, chiamati “periodo di carenza” che sono pagati invece al 60% della retribuzione giornaliera.

– l’INAIL è tenuta a pagare l’indennità giornaliera a partire dal quinto giorno nella misura del 60% della retribuzione media giornaliera, fino al 90° giorno, e il 75% della retribuzione media giornaliera dal 91° giorno fino alla completa guarigione. La differenza, pari al 40% nel primo periodo (5° – 90°) e al 25% nel secondo (91° – guarigione), è corrisposta dal datore di lavoro.

Tuttavia, sebbene l’ordinamento preveda l’obbligo a carico dei datori di stipulare l’assicurazione contro gli infortuni per i lavoratori dipendenti, di fatto, molti di essi non sono garantiti da alcuna polizza assicurativa.

Quindi, cosa succede se il lavoratore non è regolarmente assicurato contro gli infortuni sul lavoro?

Se un dipendente non assicurato dovesse subire un infortunio sul posto di lavoro, l’INAIL interverrebbe automaticamente in base al principio dell’automaticità delle prestazioni.

Questo significa, in altri termini, che se il datore di lavoro non ha stipulato un’assicurazione per il proprio dipendente, o non è in regola con i pagamenti dei contributi, il lavoratore infortunato viene comunque indennizzato.

Diversa è la posizione di alcune categorie di professionisti, per i quali non è prevista la tutela assicurativa INAIL (pensa, ad esempio, agli agenti di commercio, ai consulenti del lavoro, agli avvocati etc.). In quest’ultimo caso, sarebbe opportuno per il lavoratore autonomo stipulare un’assicurazione privata che lo tuteli dagli incidenti che potrebbero verificarsi durante lo svolgimento della propria attività professionale.

La polizza privata sarebbe, inoltre, una buona integrazione per i lavoratori regolarmente dotati di assicurazione obbligatoria, i quali, in questo modo, potrebbero coprire anche le “sfortunate” circostanze non indennizzate dall’INAIL.

Avvocato del lavoro: specializzati per i diritti del lavoratore

L’avvocato del lavoro è un professionista specializzato nel settore del diritto del lavoro; egli si occupa, in sostanza, dello studio di controversie che possono sorgere durante il rapporto di lavoro oppure quando lo stesso sia già cessato, e riguardano gli aspetti economici, normativi o disciplinari che caratterizzano il rapporto medesimo.

1) Avvocato diritto del lavoro: di cosa si occupa?

Il Giuslavorista può assistere tanto i dipendenti (o ex dipendenti) che intendono far valere le loro ragioni nei confronti dei propri datori di lavoro, quanto gli stessi imprenditori che richiedono una consulenza nel caso in cui vogliano tutelarsi dalle azioni promosse a loro danno, molto spesso, proprio dai loro dipendenti.

L’avvocato esperto nel diritto del lavoro è una figura che opera in diversi ambiti, occupandosi generalmente di:

  • licenziamenti individuali o collettivi
  • dimissioni per giusta causa
  • lavoro in nero
  • crediti da lavoro
  • insoluti previdenziali
  • infortuni sul lavoro
  • demansionamento
  • dequalificazione professionale
  • procedimenti disciplinari
  • trasferimenti individuali o collettivi
  • comportamenti antisindacali
  • mobbing

Tuttavia, prescindendo dalla parte effettivamente assistita (imprenditore o lavoratore dipendente), è necessario che l’avvocato del lavoro sia costantemente aggiornato sulla vasta normativa che regolamenta questa materia, perché ciò gli consentirà, non solo di dare le giuste risposte agli interrogativi posti dal cliente durante il corso della pratica, ma, principalmente, di garantire in maniera piena e costante i suoi “diritti”, qualunque sia la questione giuridica che egli sarà chiamato ad affrontare.

2) Gli strumenti di risoluzione stragiudiziale delle controversie derivanti dal rapporto di lavoro

Un buon avvocato del lavoro, prima di rimettere la controversia dinanzi al giudice, indicherà al proprio assistito la possibilità di risolvere la questione in via stragiudiziale, vale a dire ricorrendo allo strumento della “conciliazione” e/o dell’”arbitrato”, consentendogli in questo modo di evitare le lunghe attese e le consistenti spese che derivano dal procedimento giudiziale.

 In concreto, una delle parti potrà decidere di promuovere un tentativo di “conciliazione” scegliendo di rivolgersi:

  • alla “Commissione istituita presso le Direzione Provinciale del Lavoro
  • al “sindacato”, seguendo le procedure previste dai contratti collettivi di lavoro
  • alle “Commissioni di certificazione

Quest’ultime sono degli enti, a cui l’ordinamento riconosce la facoltà di certificare i contratti di lavoro, allo scopo di diminuire il contenzioso tra datori e dipendenti.

In alternativa, le parti potranno optare per “l’arbitrato”, altro strumento di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro, in cui le parti rimettono la decisione a un soggetto terzo.

In questo caso, lavoratore e datore di lavoro potranno stabilire, durante o dopo il tentativo di conciliazione, ove non riuscissero a raggiungere un’intesa, di rivolgersi:

  • alla commissione di conciliazione presso la Direzione Provinciale del Lavoro
  • alle “sedi sindacali
  • ad un “collegio di conciliazione e arbitrato irrituale
  • alle apposite “camere arbitrali

Dunque, solo se il datore di lavoro dovesse rifiutare la conciliazione o l’arbitrato oppure se le parti, pur ricorrendo a questi strumenti alternativi di risoluzione stragiudiziale della controversia, non riuscissero a raggiungere un accordo, il contenzioso dovrà essere definito dinanzi al Tribunale ordinario.

In ogni caso, sia che la controversia venga definita in via stragiudiziale, sia che arrivi dinanzi al giudice, è estremamente importante affidarsi ad un avvocato del lavoro competente e dotato di una consolidata esperienza nel settore, poiché soltanto in questo modo aumenteranno le possibilità di ottenere il miglior esito per il suo cliente.

 

3) Avvocati specializzati: perché scegliere un avvocato presso uno studio legale

Inoltre, è molto importante affidare il proprio caso ad avvocati che operano presso uno studio legale, poiché a differenza dell’autonomo professionista che esercita la sua attività confidando esclusivamente sulla propria limitata esperienza, l’avvocato che opera presso uno studio legale può sfruttare, invece, il costante confronto con tutti i professionisti presenti nello medesimo studio, offrendo così al cliente ampie e maggiori garanzie per il conseguimento del miglior risultato possibile.

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4) Avvocati del lavoro qualificati a Lecce, Bologna, Roma e dintorni

Lo Studio Legale Lazzari, con le sue tre sedi principali situate a Lecce, Bologna e Roma, mette a tua disposizione un gruppo di avvocati del lavoro altamente qualificati, i quali vantano una consolidata esperienza nel settore, essendosi occupati nel corso degli anni di numerose pratiche che richiedevano uno studio approfondito dei diversi istituti afferenti il diritto del lavoro.

Il Risarcimento per infortunio sul lavoro spetta anche se l’incidente è avvenuto fuori dall’orario di lavoro?

Devi sapere che la Cassazione, con una recentissima sentenza, ha stabilito che se un dipendente entra in azienda poco prima del proprio turno di lavoro, o vi rimane anche dopo la fine, e in quel preciso esatto lasso di tempo s’infortuna, la responsabilità resta sempre in capo al datore di lavoro che, quindi, dovrà risarcirlo!

Infatti, secondo la Suprema Corte, la cosa importante non è il momento in cui il lavoratore si è infortunato, ma solo ed esclusivamente il luogo in cui l’incidente si è verificato, vale a dire l’azienda.

Ti faccio un semplice esempio, in modo che tu possa comprendere meglio la questione.

Allora, immagina che, un determinato giorno, giungi sul luogo di lavoro prima che inizi il tuo turno e, come hai già fatto altre volte, ti metti a parlare con un collega, il quale nel frattempo sta riponendo la merce sugli scaffali con l’aiuto di un carrello elevatore; all’improvviso, il tuo collega perde il controllo del mezzo e ti travolge, causandoti la frattura del piede.

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Ora, se il tuo datore dovesse negarti il risarcimento per infortunio sul lavoro, dicendoti che tu, a quell’ora, non dovevi essere presente in azienda e che, in ogni caso, sei stato imprudente perché dovevi mantenere una certa distanza di sicurezza dai mezzi utilizzati per lo spostamento degli oggetti pesanti; tu potrai replicare richiamando proprio quanto recentemente stabilito dalla Cassazione, vale a dire che il datore di lavoro è tenuto al risarcimento per infortunio sul lavoro non solo nel caso in cui il lavoratore s’infortuna per propria disattenzione o imprudenza, ma anche nell’ipotesi in cui questi si fa male quando non doveva essere sul luogo di lavoro.

Ciò in quanto il rispetto delle norme antinfortunistiche ha come unico e generale obiettivo quello di tutelare la salute dei lavoratori, anche dai rischi generati dalla condotta negligenza o imprudente tenuta dagli stessi dipendenti durante lo svolgimento della propria mansione; inoltre, l’azienda stessa è obbligata, per legge, non solo ad adottare tutte le misure di sicurezza, ma anche a vigilare a che i lavoratori a loro volta si adeguino alle regole e non adottino condotte imprudenti.

Ricapitolando: il risarcimento per infortunio sul lavoro spetta anche se il lavoratore si è fatto male prima o dopo il suo turno. Questo perché, semplicemente, osservare l’orario di lavoro serve solo per l’organizzazione interna dell’attività lavorativa; al contrario, per ottenere il risarcimento non è necessario che l’infortunio sia verificato precisamente durante il proprio turno di lavoro, ma è sufficiente che l’incidente sia avvenuto nel luogo di lavoro, a prescindere dal momento esatto dell’evento.

Quindi, se un giorno dovessi ritrovarti in una situazione simile a quella appena illustrata (ovviamente, sei autorizzato a fare tutti gli scongiuri possibili), dovrai subito rivolgerti ad un avvocato specializzato nel settore dell’ infortunistica sul lavoro, per ottenere così il risarcimento che ti spetta!

Noi nel caso restiamo a disposizione →

Il datore di lavoro è responsabile anche se l’operaio subisce un incidente per aver disatteso il suo ordine

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Il datore è responsabile dell’infortunio anche se l’operaio è rimasto coinvolto nell’incidente perchè ha disatteso un’ordine. A sancirlo è la sezione lavoro della Cassazione con la sentenza n. 21647, pubblicata il 14 ottobre.

Il caso
Gli “ermellini” accolgono un motivo di ricorso dell’Inail contro la decisione della Corte d’appello di Trieste, secondo la quale l’operaio di un’azienda per effettuare una riparazione sul tetto di un capannone, si era infortunato a causa di una caduta. Il motivo dell’incidente era dipeso dal fatto che il lavoratore aveva disatteso l’ordine di proseguire il «camminamento» fino a un certo punto. Per il giudice di secondo grado, dunque, la responsabilità era da ricondursi solo alla condotta imprudente dell’operaio.

La Cassazione, invece, accoglie uno dei motivi del ricorso dell’istituto, spiegando, in via generale, che «le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili a imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell’indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, dell’estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere».

Più nello specifico, in materia di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, «costituisce rischio elettivo la deviazione, puramente arbitraria e animata da finalità personali, dalle normali modalità lavorative che comporta rischi diversi da quelli inerenti le usuali modalità di esecuzione della prestazione». Tale genere di rischio «si connota per il simultaneo concorso dei seguenti elementi: presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive; direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali; ed infine, mancanza di nesso di derivazione con Io svolgimento dell’attività lavorativa».

Nel caso in esame, la Corte triestina, si è limitata a rilevare che «l’infortunato aveva riferito di essersi incamminato dove non c’era ancora il camminamento a tavoloni, nella suddetta fase di preparazione e di essersi allontanato diversi metri da dove egli stesso aveva predisposto le misure di sicurezza; pertanto, con tutta evidenza, il lavoratore aveva disatteso l’ordine ricevuto di realizzare un camminamento fino al punto in cui intervenire, allontanandosi inopinatamente da dove aveva predisposto le misure di sicurezza».

Il giudice d’appello, tuttavia, non conformandosi ai principi citati, «non ha indicato le ragioni né ha specificato adeguatamente le modalità del suddetto allontanamento dal camminamento predisposto, sicché non ha chiarito se nella condotta del lavoratore siano, in concreto rinvenibili tutti gli elementi per configurarla come abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute, sicché essa, come tale, sia da considerare idonea a comportare l’esonero totale del datore di lavoro da ogni responsabilità rispetto all’infortunio o se, invece, l’incidente si sia verificato per colpa esclusiva o concorrente del lavoratore»; situazione che non esclude la responsabilità del datore di lavoro, tanto più in ipotesi particolarmente delicate, quali sono quelle di caduta dall’alto verificatasi nella fase iniziale di approntamento delle misure protettive.

Attrezzatura inadeguata? Datore di lavoro condannato

 

Attrezzatura inadeguata? Datore condannato. La separata condanna del coordinatore della sicurezza non scrimina il titolare dell’azienda subappaltatrice per l’infortunio al lavoratore: l’attività richiesta di montaggio dei pannelli sull’impalcatura richiedeva un’imbragatura con cavo salvavita di cui il prestatore d’opera non è stato dotato e che invece gli avrebbe evitato la rovinosa caduta dall’alto all’interno del capannone. Pagherà l’ammenda anche l’accomandatario-subappaltatore: è il datore che deve controllare in ogni momento se nel cantiere siano osservate tutte le prescrizioni provenienti dal coordinatore della sicurezza. Né la penale responsabilità del datore, peraltro delegato all’antinfortunistica, può essere attenuata dalla circostanza secondo cui l’infortunato è il vero dominus della piccola impresa, oltre che padre dell’imputato. È quanto emerge dalla sentenza 8096/14, pubblicata il 20 febbraio dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Si configura la violazione dell’articolo 10 del Dpr 164/56 a carico del socio accomandatario: non può essere che il datore rispondere perché nella lavorazione sul ponteggio suo padre, chiamato a montare i pannelli, non è stato assicurato a un cavo agganciato sulla schiena, visto che l’impalcatura non arriva al livello del piano di lavorazione e costringe il lavoratore a uno sforzo notevole per dirigere i movimenti della gru. Non giova alla difesa dell’imputato eccepire che sarebbe stato il coordinatore della sicurezza a esonerare il datore dal dotare il lavoratore da attrezzature e indumenti salvavita, indicando che a provvedere doveva essere il committente. Né si può invocare l’imprudenza dell’infortunato. La nomina del coordinatore non solleva dalle responsabilità il datore: il primo ha una funzione di alta vigilanza, mentre al secondo resta l’onere di verificare in modo puntuale che le disposizioni delle norma antinfortunistiche siano realmente applicate nel concreto svolgersi delle attività di cantiere. Non resta che pagare, anche le spese di giudizio e mille euro alla cassa delle ammende.

 

ASSEGNO DI INVALIDITA’ DELL’INPS

 

Ancora chiarimenti sul calcolo del limite di reddito dopo la circolare “TAGLIA INVALIDI” dell’INPS

Il limite di reddito (pari a 16.127 euro) per gli invalidi civili al 100% deve essere riferito solo all’invalido avente diritto; non si devono quindi considerare anche i redditi del coniuge.

È questo l’importante messaggio della Cassazione in una ordinanza depositata ieri.

Avevamo già detto, in un precedente articolo, che, per via di una circolare “taglia invalidi” diramata dall’Inps, gli invalidi civili avrebbero perso, dal 2013, il diritto all’assegno di invalidità se la somma tra il reddito del coniuge ed il proprio, pari a 275,87 euro al mese, superava i 16.127,30 euro lordi (leggi l’articolo “Assegno di invalidità: vale il cumulo dei redditi del coniuge”). Ma avevamo anche spiegato che tale interpretazione si scontrava con quella dei giudici, essendosi creato un vero e proprio conflitto (leggi l’articolo “Pensione di invalidità: sul reddito soglia conflitto tra Cassazione e INPS”).

Successivamente, l’istituto, in considerazione di una interpretazione costituzionalmente orientata della normativa di riferimento, ritenne di non modificare la prassi amministrativa, confermando il riferimento al reddito personale dell’invalido.

In seguito la legge precisò che il limite di reddito per il diritto alla pensione di inabilità in favore dei mutilati e degli invalidi civili doveva essere calcolato con riferimento al reddito agli effetti dell’Irpef (per il 2014 pari a 16.449,85 euro) con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte.

Il motivo del contendere nasceva mentre l’Inps stava rivedendo la propria posizione e il legislatore modifica la norma, al fine di eliminare il contrasto che si era creato sul piano giurisprudenziale.

L’interpretazione di maggior favore, per espressa previsione normativa, si applica anche alle domande di pensione di inabilità in relazione alle quali non sia ancora intervenuto un provvedimento definitivo da parte deell’Inps e ai procedimenti giurisdizionali non conclusi con sentenza definitiva al 2013, salvando – al contempo – i soggetti che hanno beneficiato dell’assegno pensionistico.

CAUSA DI SERVIZIO

 

Ecco   come e quando i militari possono presentare la domanda. Le istruzioni da una sentenza di ieri del Consiglio di Stato.

Il lavoratore può chiedere alla pubblica amministrazione la causa di servizio e il termine di sei mesi comincia a decorrere da quando quest’ultimo ha preso piena coscienza, grazie al certificato medico, dell’aggravamento della propria patologia.

Il dipendente può richiedere, all’amministrazione presso cui lavora, che gli venga riconosciuta l’infermità da causa di servizio: in ogni caso, la domanda deve essere presentata entro sei mesi. Ma tale termine non decorre dal momento in cui è insorta la patologia, bensì da quello (eventualmente successivo) in cui il lavoratore ha acquisito una effettiva consapevolezza circa la consistenza e gravità dell’infermità stessa. Tale momento, quindi, può ragionevolmente coincidere con il rilascio del certificato medico che attesta l’obiettivo peggioramento delle condizioni di salute dellinteressato.

Lo ha sancito, con una sentenza di ieri, il Consiglio di Stato.

Il termine entro cui il dipendente deve presentare l’istanza per il riconoscimento della dipendenza di infermità da causa di servizio non decorre – ritengono i giudici amministrativi – dal momento in cui si abbia conoscenza di una malattia o lesione, bensì da quello della percezione della natura e della gravità dell’infermità e del fatto che essa dipenda dall’ambiente lavorativo (ossia da un fatto di servizio).

Pertanto, il dipendente potrebbe comunque presentare la domanda di invalidità per causa di servizio anche se, già da diverso tempo, era al corrente della propria “malattia”, ma questa era ancora in uno stadio lieve. Le minori patologie, infatti, non possono essere un limite ai diritti del lavoratore di presentare successivamente la domanda se poi si verifica un aggravamento.

In tal caso, il termine di sei mesi per la presentazione dell’istanza comincia a decorrere da quando l’interessato ha acquisito consapevolezza dell’effettiva consistenza e sopravvenuta gravità della infermità e delle relative conseguenze invalidanti, ossia da quando il sanitario ha certificato l’obiettivo aggravamento della patologia.

In pratica, non appena il lavoratore diventa consapevole, grazie al certificato medico, di un obiettivo aggravamento della patologia inizia a decorrere il termine semestrale per proporre l’istanza.

 

Malattia professionale: non ha diritto alla rendita per malattia professionale il lavoratore che percorre un lungo tragitto casa-ufficio

Il lavoratore che si ammala per il lungo tragitto giornaliero con la macchina per andare a lavoro, non ha diritto alla rendita per malattia professionale visto che tale patologia non è causata dall’attività ma contratta al di fuori dell’ambito lavorativo. Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza 22974 del 9 ottobre 2013, ha accolto il ricorso dell’Inail contro la decisione della Corte d’appello di Roma che ha condannato l’ente al pagamento in favore del lavoratore della somma corrispondente all’indennità giornaliera.La sezione lavoro della Suprema corte ha ribaltato il giudizio della Corte capitolina non riconoscendo l’esistenza del nesso casuale tra la patologia (ernia discale) e il prolungato tragitto giornaliero andata e ritorno con la macchina per 19 anni (trenta km). Al riguardo, la Corte ha osservato che la rendita per malattia professionale richiede che la malattia sia contratta nell’esercizio o a causa della lavorazione svolta, sicché il riconoscimento del diritto alla rendita implica uno stretto nesso tra patologia e attività lavorativa, che in casi di fattori plurimi deve costituire “la condizione sine qua non della malattia” sulla base dello stretto legame tra attività lavorativa e malattia. E ancora. «Il requisito della inscindibile connessione tra rendita e attività lavorativa caratterizza anche la differenza tra malattia professionale ed infortunio sul lavoro. Solo in relazione a quest’ultimo secondo un indirizzo ormai consolidato la copertura assicurativa va estesa anche agli eventi verificatisi al di fuori dei luoghi di lavoro e non solo nel corso della prestazione lavorativa nonché per accadimenti ricollegabili seppure in forma indiretta allo svolgersi dell’attività di lavoro. E che gli istituti scrutinati siano ontologicamente diversi si evince anche dalla lettura dell’art. 3 del DPR 30 giugno 1924 n. 11224 che ricollega l’assicurazione per le malattie professionali a specifiche tabelle a dimostrazione della configurabilità di un nesso eziologico tra malattia ed esercizio di attività lavorativa con possibili effetti morbigeni. In altri termini il DPR 30 giugno 1965 n. 1124 distingue tra due ben diverse qualificazioni giuridiche di eventi lesivi oggetto di tutela, ossia “infortunio sul lavoro” e “malattia professionale”. Questi eventi, legittimando domande con una diversa causa pretendi (agente patogeno che nella generalità dei casi provoca la malattia con azione lenta e prolungata nel tempo o fatto lesivo dell’integrità dell’organismo che si caratterizza generalmente per esaurirsi in tempi limitati) e un diverso petitum (diversa prestazione dovuta dall’istituto), richiedono conseguentemente sul versante processuale una distinta articolazione delle prove con riguardo anche al nesso eziologico». Insomma, la normativa per la malattia professionale è tutelata con il riconoscimento della relativa rendita in quanto «venga causata dal lavoro e non contratta in occasione del lavoro».

Risarcimento infortunio sul lavoro: i sei mesi per chiedere l’equo indennizzo dell’infortunio in itinere partono da quando emerge la gravità della lesione

Risarcimento infortunio sul lavoro

Risarcimento infortunio sul lavoro: la domanda di equo indennizzo per l’infortunio in itinere al dipendente pubblico va presentata quando si ha la percezione delle lesioni subite durante il sinistro. L’articolo 4 del Dpr 461/01 è molto chiaro in questo senso: la domanda deve essere inoltrata dal dipendente entro sei mesi dalla data in cui si è verificato l’evento dannoso o da quella in cui ha avuto conoscenza dell’infermità o delle lesioni o, ancora, dell’aggravamento della patologia. Dunque, solo quando le lesioni non siano «immediatamente percepibili al momento dell’evento dannoso, il termine decorre dalla loro conoscenza, mentre laddove lo siano, il termine decorre senz’altro dall’evento dannoso».

Lo sancisce la Cassazione con la sentenza 586/14, depositata in data 23.01.2014 dalla sezione lavoro.risarcimento infortunio sul lavoro Viene rigettato il ricorso del dipendente dell’Asl che aveva presentato la domanda di indennizzo a distanza di quasi un anno dall’incidente stradale che lo vedeva coinvolto. Il tribunale di Nocera Inferiore dichiarava tale istanza inammissibile. Il lavoratore, solo dopo la comunicazione con cui l’Inail gli riconosceva un’invalidità pari al 20 per cento, aveva avuto concreta percezione del danno subito e della relazione dello stesso con il sinistro. La Corte d’appello di Salerno però respingeva la sua richiesta e per questo motivo il lavoratore depositava gli atti al Palazzaccio. Il ricorso è infondato. Spiega la Corte suprema che «il Dpr n. 461/01 (Regolamento recante semplificazione dei procedimenti per il riconoscimento della dipendenza delle infermità da causa di servizio, per la concessione della pensione privilegiata ordinaria e dell’equo indennizzo, nonché per il funzionamento e la composizione del comitato per le pensioni privilegiate ordinarie), prevede, in caso di lesioni e/o infermità derivanti dall’attività lavorativa, due distinti procedimenti e domande: la prima diretta a far accertare l’eventuale dipendenza da causa di servizio delle lesioni o infermità (art. 4, comma 1); la seconda diretta ad ottenere l’equo indennizzo, e dunque una precisa prestazione economica (articolo 4, comma 6)». Anche se previsto per entrambe le domande un termine di sei mesi, si tratta di domande e procedimenti autonomi, «il primo necessariamente precedente e prodromico al secondo». In questo caso, ricorre la prima ipotesi, quella cioè della domanda diretta a «far accertare l’eventuale dipendenza da causa di servizio delle lesioni e/o infermità contratte a causa dell’attività lavorativa svolta». Niente da fare per il lavoratore condannato a pagare le spese di giudizio.

Danni: I danni patrimoniali e morali a tutti i parenti conviventi della vittima

La Corte di Cassazione, con sentenza del 22 gennaio 2014, n. 1216 ha riconosciuto il  risarcimento dei danni patrimoniali e morali ai parenti conviventi della vittima dell’incidente stradale, precisando che per il ristoro devono essere valutati «l’an e il quantum» del danno de quo compresi nella domanda introduttiva del giudizio. Nella sentenza in esame, la Corte ha rilevato che il danno non patrimoniale comprende il danno morale soggettivo e quello derivante dalla lesione di altri diritti di rango costituzionale, tra i quali quello alla intangibilità degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito della peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia.

Danno esistenziale risarcibile ogni volta che sconvolge la Vita

Con la sentenza in esame, la Corte di Cassazione ha affermato che : Il giudice deve liquidare qualunque pregiudizio a prescindere dal nome. Infatti è risarcibile il danno esistenziale quando provoca uno «sconvolgimento» della vita. Insomma, purché provato, qualunque stravolgimento dell’esistenza dà diritto al risarcimento. Ma non solo. Nelle lunghissime motivazioni la terza sezione civile ha inoltre precisato che la liquidazione deve avvenire in via equitativa. C’è molto di più. La Corte ha riconosciuto l’esistenza del danno alla perdita della vita come categoria autonoma del danno non patrimoniale e non annoverabile nel danno tanatologico o morale terminale. Sulla base di queste considerazioni il Supremo Collegio ha sancito, a carico della compagnia di assicurazione, il diritto al risarcimento in favore dei figli di un uomo depresso, suicidatosi dopo la morte della moglie avvenuta in un incidente stradale. Nelle ultime pagine della sentenza la Cassazione precisa, inoltre, che «il danno da perdita del rapporto parentale o cosiddetto danno esistenziale consiste anche nello sconvolgimento dell’esistenza sostanziatesi nello sconvolgimento delle abitudini di vita, con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione – sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare – in fondamentali e radicali scelte di vita diversa e risulta integrato anche dallo sconvolgimento della vita subito dal coniuge a causa della morte dell’altro coniuge.

SICUREZZA SUL LAVORO: Novità su atti e procedure con il Decreto del Fare

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del Fare, avvenuta martedì 20 agosto, sono entrate in vigore anche le nuove norme sulla sicurezza nel lavoro. Come noto, il decreto del Fare contiene numerose materie nei suoi quasi 100 articoli, la cui prima parte è quasi interamente riservata al rilancio dell’edilizia, settore martoriato dalla crisi negli ultimi tempi, con un corposo pacchetto di semplificazioni burocratiche che investono anche l’ambito della 626. Gli articoli in questione del decreto divenuto legge dello Stato, vanno dal 31 al 35, passando per il 42 e fino al 51. Insomma, la sicurezza è uno dei leitmotiv del provvedimento e la ricorrenza lungo tutto il testo ne spiega la preponderanza in termini di efficacia normativa. Partiamo dalla valutazione dei rischi, già snellita recentemente con la disposizione che rende facoltativa la presentazione tra i 10 e i 50 addetti. Ora il decreto del Fare stabilisce che, tramite un provvedimento del Ministero guidato da Enrico Giovannini, vadano identificati i settori professionali che presentano minore fattore di rischio infortuni e malattie legate all’attività. Per le imprese di quei comparti, in seguito, sarà sufficiente adottare il modello semplificato che presenterà sempre il dicastero preposto. Arrivando al tema del Duvri, invece, il decreto concede la possibilità, nei settori a basso rischio infortuni, che il datore di lavoro possa indicare un addetto di adeguata preparazione per seguire in vece sua al coordinamento con le altre imprese. Quindi, sempre in riferimento al Duvri, viene disposto come i dati inclusi nella dichiarazione diano a disposizione solo del rappresentante dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali. Niente Duvri per servizi intellettuali, forniture e prestazioni al di sotto dei cinque addetti per un giorno, purché escluse da rischio incendi, ambienti confinati, o agenti chimici o biologici potenzialmente dannosi. In merito alle attrezzature utilizzate per lo svolgimento del lavoro,il limite per la prima verifica periodica viene abbassato da 60 a 45 giorni. con previsione, per i soggetti pubblici, di informare nell’arco di 15 giorni il datore di lavoro in merito all’incapacità di verificare la propria competenza. Riguardo, invece, la denuncia di occorsi infortuni sul luogo di lavoro, il decreto del Fare disciplina come sarà sufficiente, a partire dal 2014, solo la denuncia all’Inail (dunque viene risparmiata al datore la trafila inail-autorità di pubblica sicurezza-Asl). Infine, è prevista la stesura di nuove indicazioni per rendere più semplici le stesure di Piani operativi di sicurezza e Piano di sicurezza e coordinamento.