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Se rinuncio all’eredità a chi viene destinata la mia quota?

In che modo si rinuncia all’eredità?

Prima di illustrare gli effetti che scaturiscono dalla rinuncia all’eredità è bene fare un passo indietro e ricordare che il patrimonio ereditario non si trasferisce automaticamente agli eredi con la morte de cuius (cioè  la persona della cui eredità si discute). Infatti, sia il testamento che la legge, nel momento in cui una persona muore, si limitano a “chiamare” uno o più soggetti, i quali potranno assumere la qualità di erede qualora decidano di accettare l’eredità: ciò significa, che nulla vieta a tali soggetti di determinarsi nel senso opposto e rinunciare all’asse ereditario (perché ad esempio saturo di debiti).

Ricapitolando, finché non interviene un’accettazione del patrimonio ereditario, non ci saranno degli eredi, ma solo dei “chiamati all’eredità” (o altrimenti detti delati), i quali dovranno decidere, entro un determinato termine (solitamente 10 anni), se accettare o rifiutare i beni appartenuti in vita al defunto.

Con l’articolo “In che modo posso evitare di rispondere dei debiti ereditari?”, avevamo già accennato all’istituto della “rinuncia all’eredità”, annoverandola nell’ambito degli strumenti giuridici che consentono all’erede di evitare di rispondere dei debiti accumulati in vita del defunto; di seguito, sono specificati i caratteri essenziali di tale atto dismissivo.

Ebbene, la rinuncia all’eredità, quale negozio unilaterale:

  • può essere compiuta solo in un momento successivo alla morte del de cuiuse mai in un periodo antecedente;
  • non può manifestarsi tacitamente, ma deve essere resa in forma solenne e ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del luogo in cui il defunto aveva eletto il suo ultimo domicilio, che provvederà ad annotarlo su un apposito registro (d. registro delle successioni).

Ciò significa che la mancata accettazione dell’eredità non potrà mai qualificarsi come rinuncia, infatti, se il chiamato, nei dieci anni successivi all’apertura della successione, non rende alcuna dichiarazione di accettazione (né espressa né tacita), perde tanto il diritto di accettare il patrimonio ereditario quanto quello di rinunciarvi.

  • non può essere parziale, né sottoposta a termine, né a condizione;
  • è revocabile fin quando non si prescrive il diritto di accettare l’eredità (10 anni dall’apertura della successione oppure se il chiamato si trova nel possesso dei beni ereditari, ha 3 mesi per redigere l’inventario e decidere se accettare entro i successivi 40 giorni), salvo che, nel frattempo, il patrimonio ereditario non sia stato accettato dai c.d. “chiamati ulteriori”.

Con riferimento alle modalità di estrinsecazione della rinuncia all’eredità, la Suprema Corte, con la pronuncia del 20 febbraio 2013, n. 4274, ha ribadito come il predetto atto sia irrimediabilmente nullo nel caso cui difetti la forma solenne prevista dall’art. 519 c.c.

 Gli effetti derivanti dalla rinuncia all’eredità

A questo punto, dopo aver illustrato i caratteri essenziali della rinuncia, occorre fare il punto sugli istituti giuridici che consentono di individuare ulteriori chiamati all’eredità, nell’ipotesi di rinuncia alla stessa resa dal primo chiamato nell’ambito della successione testamentaria; successivamente, verificheremo se anche nella successione legittima operano gli stessi meccanismi di sostituzione.

a) Successione testamentaria

Nell’ipotesi in cui la persona venuta a mancare abbia lasciato un testamento, il chiamato che rende la dichiarazione solenne di rinuncia sarà considerato come se non fosse stato mai chiamato all’eredità, poiché, tecnicamente, l’atto di rinuncia ha efficacia retroattiva, ossia si retroagisce al momento della morte del de cuius.

Il codice civile prevede diversi meccanismi che consentono di individuare i c.d. chiamati ulteriori; ci riferiamo, in particolare, alla sostituzione, allarappresentazione e l’accrescimento, che dovranno applicarsi proprio secondo questo preciso ordine.

Ma procediamo con ordine e analizziamo singolarmente i diversi meccanismi giuridici che consentono di individuare altri “chiamati all’eredità”.

1) La sostituzione: il testatore può prevedere nel suo testamento l’ipotesi che l’erede da lui designato non possa (es: perché deceduto prima del de cuius) o non voglia accettare l’eredità e, quindi, indica altri soggetti che subentrino nel diritto del primo chiamato di accettare l’eredità.

Un’esemplificazione pratica può favorire la comprensione del meccanismo in esame: supponiamo che il testatore Mario scriva nel suo testamento: “Lascio tutto il mio patrimonio in favore di Luca e nell’eventualità in cui Luca non voglia o non possa accettarla, nomino quale sostituto Giulio“; dunque, se Luca, primo chiamato, dovesse rinunciare all’eredità (oppure decede prima del testatore) subentrerebbe al suo posto Giulio.

2) La rappresentazione: se il chiamato all’eredità non può o non intende accettare il patrimonio ereditario e il de cuius non ha indicato nel suo testamento un eventuale sostituto, il nuovo chiamato potrà essere individuato attraverso il meccanismo della rappresentazione, soltanto se il primo chiamato all’eredità:

  1. a) è figlio legittimo, legittimato, adottivo o naturale del de cuiusoppure fratello o sorella;
  2. b) ha dei figli legittimi o naturali.

In presenza dei requisiti sopraelencati, i discendenti del primo chiamato (c.d. rappresentanti) subentreranno al loro ascendente (c.d. rappresentato) che non ha potuto o voluto accettare l’eredità.

Cerchiamo di spiegare il criterio in oggetto con l’aiuto di un pratico esempio: ipotizziamo che il de cuiusMario, per testamento, abbia lasciato ai tre figli il proprio patrimonio, suddividendolo tra gli stessi in parti uguali: se Caio, uno dei figli, rinuncia alla sua quota, in forza del meccanismo della rappresentazione subentrerebbero nel suo diritto di accettare l’eredità i figli Caietto e Sempronio.

3) L’accrescimento: qualora non possa operare il meccanismo della sostituzionené quello della rappresentazione, l’altro criterio indicato dal legislatore per l’individuazione di ulteriori chiamati, prima che trovino applicazione le regole sulla successione legittima, è quello dell’accrescimento.

Con il meccanismo dell’accrescimento, la quota originariamente destinata ad uno dei coeredi si espande in favore degli altri coeredi nel caso in cui il primo non voglia o non possa accettare l’eredità.

 Presupposti dell’accrescimento sono:

  1. a) la designazione di più eredi;
  2. b) la mancata ripartizione del patrimonio ereditario oppure la sua suddivisione tra i coeredi in parti uguali;
  3. c) la mancanza di un dissenso, esplicito o tacito, del testatore in merito all’operatività dell’accrescimento.

Anche in questo caso, un’esemplificazione pratica potrà essere d’aiuto per agevolare la comprensione di questo criterio: immaginiamo che il defunto Mario, abbia disposto per testamento che il suo patrimonio, del valore di 600, venisse ripartito in parti uguali tra i tre figli: Caio, Tizio e Mevio; supponiamo, inoltre, che Tizio rinunci alla propria quota, e nel testamento non sia stata disposta una sostituzione, né vi siano i presupposti per la rappresentazione (Tizio non ha figli); a fronte di una situazione di questo tipo, la quota che spettava al figlio rinunziante andrebbe ad accrescere automaticamente la quota degli altri fratelli, Caio e Mevio, i quali acquisterebbero una quota di 300, in luogo della porzione iniziale pari a 200.

In sintesi, il legislatore stabilisce che se il testatore non ha disposto egli stesso una sostituzione (individuando nel testamento la persona a cui attribuire la quota ereditaria in caso di rinuncia del primo chiamato), allora troveranno applicazione le regole sulla rappresentazione e, ove non sia possibile applicare , opererà il c.d.  accrescimento;

Infine,  nella remota eventualità in cui tutti precederti meccanismi non possano operare, l’eredità verrà attribuita agli eredi legittimi, cioè ai parenti fino al sesto grado e, in mancanza di parenti, allo Stato.

b) Successione legittima

Occorre a questo punto verificare che cosa accade se la rinuncia all’eredità interviene nell’ambito di una successione legittima, la quale ricorre quando il defunto non ha lasciato un testamento o se il testamento redatto sia nullo oppure abbia disposto solo per una parte del proprio patrimonio.

Quindi nella successione legittima, data la mancanza (totale o parziale) di un testamento, il passaggio del patrimonio dal de cuiusagli eredi viene disciplinato interamente dalla legge, la quale indicherà coloro i quali avranno il diritto di accettare l’eredità, stabilendo altresì la quota di spettanza nel caso in cui dovessero accettare l’eredità.

È bene ricordare che, anche in questo caso, la rinuncia ha efficacia retroattiva, quindi il rinunziante si considera come se non fosse stato mai chiamato all’eredità.

Ebbene, in mancanza di un testamento che possa prevedere un soggetto “sostituto” per l’ipotesi in cui il primo chiamato decidesse di rinunciare all’eredità, la legge stabilisce che, in primo luogo, si debba tener conto delle regole sulla rappresentazione; qualora poi dovessero mancare i presupposti per l’applicazione di quest’ultimo meccanismo, opererà il criterio sostitutivo dell’accrescimento.

Per quanto concerne la descrizione di tali meccanismi si rimanda, interamente, alle nozioni e ai casi pratici già forniti nel precedente paragrafo.

In conclusione, analogamente a quanto si verifica nella successione testamentaria, qualora non fossero applicabili tanto le regole sulla rappresentazione quanto quelle sull’accrescimento, l’eredità verrà attribuita  agli eredi legittimi individuati dalla legge, ossia i parenti del de cuius fino al sesto grado e, in mancanza di congiunti, il patrimonio sarà devoluto allo Stato.

Divisioni immobiliari: La divisione di un immobile in comproprietà appartenente a distinte comunioni

La Suprema Corte, con la sentenza n. 3512 del 6 febbraio 2019, occupandosi della questione concernente la divisione di beni in comproprietà appartenenti a distinte comunioni, ha stabilito che è possibile procedere ad una sola divisione, e non a tante divisioni quante sono le masse, soltanto se tutte i comproprietari vi consentano con un accordo; tale intesa, però, deve materializzarsi in un negozio specifico che, se ha per oggetto beni immobili deve avere la forma scritta ad substantiamex art. 1350 c.c., non potendo, di contro, risultare da manifestazione tacita di volontà o dal mero comportamento negativo di chi non si oppone alla domanda giudiziale di divisione unica delle diverse masse.

Generalmente, il titolo che determina la nascita della comunione è unico: ad esempio, la comunione si costituisce in seguito alla morte di un unico soggetto a cui subentrano più eredi oppure è possibile che un bene sia stato acquistato in comunione da diversi soggetti. Inoltre, spesso capita che in presenza di diversi titoli costitutivi della comunione i comproprietari coincidono in tutto o in parte.

Ebbene, in base al principio “dell’autonomia delle masse plurime”, nel caso in cui le comunioni provengono da titoli diversi, non si realizza un’unica comunione, ma tante comunioni quante sono i titoli costituivi, quindi, alla pluralità di titoli corrisponde una pluralità di masse, ciascuna delle quali costituisce un’ autonoma entità patrimoniale.

Pertanto, in caso di divisione del complesso (ossia di comunioni derivanti da titoli diversi) si hanno, in sostanza, diverse divisioni, ciascuna relativa a una massa nella quale ogni condividente fa valere i propri diritti indipendentemente da quelli relativi alle altre masse.

Inoltre, nell’ambito di ciascuna massa, debbono trovare soluzione i problemi particolari concernenti la formazione delle porzioni e la comoda divisione dei beni immobili.

A fronte di tale situazione, la Suprema Corte è nuovamente intervenuta con la sentenza in commento, affermando che è legittimo il cumulo in un unico processo delle domande di divisione delle distinte masse, ma sempre nel rispetto del principio “dell’autonomia delle masse”.

In altri termini, il giudice di legittimità ha precisato che l’ammissibilità di un unico procedimento di divisione non comporta però l’unificazione delle diverse comunioni, le quali restano comunque distinte.

In particolare, secondo gli Ermellini, nell’ipotesi di divisioni di beni in comproprietà proveniente da titoli diversi e, perciò, appartenenti a distinte comunioni, “è possibile procedere a una sola divisione, piuttosto che a tante divisioni per quante sono le masse, solo se tutte le parti vi consentano con un atto che, risolvendosi nel conferimento delle singole comunioni in una comunione unica, non può risultare da manifestazione tacita di volontà o dal mero comportamento negativo di chi non si oppone alla domanda giudiziale di divisione unica di tutti i beni delle diverse masse, ma deve materializzarsi in un negozio specifico che, se ha per oggetto beni immobili, deve rivestire la forma scritta “ad substantiam”, perché rientrante tra quelli previsti dall’art. 1350 cod. civ.; conseguentemente, in mancanza di un siffatto negozio, il comportamento tenuto dalla parte che non si è opposta alla domanda di divisione unica nel giudizio di primo grado non impedisce a quest’ultima di proporre appello per denunciare la sentenza che ha accolto tale domanda”.

Successioni ereditarie: l’esercizio della petitio hereditatis richiede la contestazione della qualità di erede

Con l’ordinanza n. 123 del 7/01/2019, la Corte di Cassazione ha rievocato i presupposti necessari per l’esercizio della petizione ereditaria, evidenziando le differenze tra tale strumento giuridico e l’azione rivendicatoria.

Nella vicenda posta al vaglio della Suprema Corte, gli eredi del defunto avevano citato in giudizio la figlia di quest’ultimo, quale coerede, al fine di veder dichiarata la simulazione dell’atto di compravendita con cui il defunto padre le aveva trasferito la proprietà di un terreno sul quale era successivamente stato edificato un immobile, il cui trasferimento ad un soggetto terzo ne aveva causato la fuoriuscita dal patrimonio ereditario.

L’intento degli eredi era dunque quello di ricondurre l’immobile alienato nell’asse ereditario.

Il Tribunale adito rigettava le domande degli attori, i quali impugnavano la sentenza dinanzi alla Corte d’appello.

Il giudice di secondo grado qualificava l’azione esercitata dagli eredi come petitio hereditatis, previsto dall’art. 533 c.c. nell’interesse dell’erede che chieda l’accertamento della sua qualità al fine di ottenere la restituzione dei beni ereditari da chi li possiede come erede o senza titolo, contestando all’erede la sua qualità.

La figlia del de cuiusproponeva ricorso per Cassazione, contestando l’erroneità della qualificazione giuridica che la Corte territoriale aveva attribuito alla domanda attorea.

Gli Ermellini hanno, preliminarmente, rammentato come attraverso la petitio hereditatisl’erede possa rivendicare i beni nei quali lo stesso è subentrato al defunto per effetto della successione mortis causa.

L’azione ha inoltre come presupposto necessario che la qualità di erede, al cui riconoscimento è preordinata, sia oggetto di contestazione, pertanto qualora detta contestazione dovesse mancare, verrebbero meno gli elementi che diversificano la petizione ereditaria dall’azione rivendicatoria.

Nel caso di specie, a parere della Suprema Corte, gli attori non avevano mai contestato alla convenuta di essersi impossessata dei beni in qualità di erede o senza alcun titolo, ma di essere l’intestataria del terreno, in virtù di atto di compravendita simulato per interposizione fittizia.

Parimenti, parte convenuta non aveva mai contestato la qualità di eredi degli attori, ma solo l’anteriorità dell’atto di vendita dell’immobile da parte de cuiusrispetto al momento dell’apertura della successione.

Secondo la Suprema Corte, quindi, difettando la contestazione della  qualità di erede delle parti in causa, l’azione esperita non poteva qualificarsi come petitio hereditatis. Il giudice di legittimità ha, dunque, accolto i motivi eccepiti dalla ricorrente e cassato con rinvio la sentenza impugnata.

NON TUTTI I DEBITI DEL DEFUNTO SI TRASFERISCONO AGLI EREDI

Generalmente, chi decide di accettare l’eredità diventa titolare non soltanto dei crediti maturati in vita dal defunto, ma subentra anche in tutti i debiti che questi ha lasciato dopo la sua morte.

Pertanto, in virtù di quanto già illustrato con il precedente articolo “In che modo posso evitare di rispondere dei debiti ereditari” la rinuncia all’eredità rappresenta l’unico strumento giuridico che consente al chiamato all’eredità di non rispondere delle passività accumulate in vita del de cuius ma, al tempo stesso, impedisce al soggetto vocato di acquisire i beni e i crediti facenti parte dell’asse ereditario.

Ciò precisato, è importante tuttavia ricordare che nell’ipotesi di accettazione dell’eredità non tutti i rapporti passivi del defunto si trasmettono direttamente agli eredi.

Ebbene, con il presente articolo ti indicherò quelle che sono le tipologie di debiti che non si trasferiscono in via ereditaria: un importante contributo che ti permetterà di stabilire, con maggiore consapevolezza, se sia opportuno rinunciare al patrimonio lasciato dal defunto.

 

A) CONTRATTI PERSONALI

Non cadono in successione le obbligazioni di carattere personale che derivano dai  contratti c.d. intuitu personae; in concreto, si fa riferimento a tutte quelle prestazioni economiche che soltanto il defunto avrebbe potuto eseguire perché strettamente connesse a delle sue particolari qualità o al suo prestigio.

Pensiamo, ad esempio, all’incarico a realizzare un quadro conferito ad un famoso pittore o quello ad elaborare un progetto affidato ad un noto architetto

 

B) ALIMENTI

Analogamente, rientra nell’ambito dei debiti intrasmissibili in via successoria “l’obbligo di corrispondere gli alimenti” in favore dell’ex consorte del defunto.

L’articolo 448 del codice civile prevede, infatti, che l’erede non debba continuare a corrispondere gli alimenti al coniuge superstite, poiché tale obbligazione, avendo carattere personale, si estingue con la morte del soggetto obbligato.

Anche il diritto all’assegno di mantenimento (compreso quello di divorzio) si estingue nel momento della morte del coniuge obbligato a versarlo.

Tuttavia, sia in caso di separazione che di divorzio, il coniuge beneficiario può godere di altre forme di tutela previste dalla legge. In particolare, il legislatore dispone che il coniuge separato, a cui non sia stata addebitata la separazione, abbia gli stessi diritti successori di quello non separato. Il coniuge superstite beneficiario cui invece sia stata addebitata la separazione, se già godeva degli alimenti, avrà soltanto diritto a un assegno vitalizio, calcolato in base al valore dei beni ereditari e al numero degli eredi.

Anche il coniuge divorziato che fruisce dell’assegno di divorzio, pur perdendo la qualità di successore legittimo in ragione della cessazione del rapporto di coniugio, ha comunque diritto alla corresponsione di un assegno periodico posto a carico degli eredi.

 

C) OBBLIGAZIONI NATURALI

Non cadono in successione nemmeno le obbligazioni naturali, quali ad esempio i debiti che derivano da giochi o scommesse.

L’erede potrà, dunque, tranquillamente accettare l’asse ereditario anche se colmo di debiti derivanti dal gioco d’azzardo, in quanto non sarà mai chiamato ad estinguerli; i creditori dell’erede, dal canto loro, non potranno rivendicare alcunché nei confronti dei successori, ma saranno al massimo legittimati a trattenere solo quanto spontaneamente corrisposto dal defunto quando era ancora in vita.

È chiaro, però, che se il de cuius,  con il proprio testamento, ha disposto in maniera specifica e non generica (in quest’ultimo caso la disposizione potrà essere disattesa dagli eredi) che una porzione di eredità dovesse coprire questo tipo di pendenze debitorie, i successori dovranno necessariamente osservare tali ultime volontà.

 

D) MULTE

Rientrano nell’ambito dei debiti non trasmissibili in via successoria anche le multe stradali elevate al de cuius. Ciò significa, quindi, che gli eredi non saranno tenuti al pagamento delle infrazioni del codice della strada commesse in vita dal defunto.

Allo stesso modo, se coloro che hanno accettato l’eredità dovessero ricevere una cartella esattoriale per il mancato pagamento di una multa da parte del parente deceduto non saranno tenuti a pagare l’infrazione anche se i termini per impugnare la cartella risultassero già scaduti. In tale ipotesi, gli  eredi potrebbero invece richiedere  lo sgravio all’Agente della riscossione e, qualora venisse negato, impugnare fruttuosamente il diniego dinanzi alle autorità giudiziarie competenti.

 

E) SANZIONI

Anche le sanzioni irrogate al defunto non si trasferiscono mortis causa agli eredi, sia che si tratti di sanzioni inflitte per violazioni amministrative, sia che si tratti di sanzioni derivanti da un illecito penale.

Diverso è il discorso riguardo al mancato pagamento dei tributi da parte del defunto, che invece gravano interamente sugli eredi, i quali potranno ottenere soltanto lo scorporo delle somme richieste a titolo di sanzione, mentre la sorte capitale dovrà essere interamente corrisposta allo Stato o all’ente titolare del credito.

Così come dovranno essere pagate anche le condanne alle spese di lite emesse nei giudizi civili, in cui il defunto è risultato soccombente: tali oneri, infatti, fanno parte dei debiti che vengono trasmessi direttamente agli eredi.

 

F) DEBITI PRESCRITTI

Infine, non si trasmettano in via successoria quei debiti talmente vecchi da essere caduti in prescrizione; parliamo di tutti i diritti  mai (o tardivamente) esercitati dai creditori del defunto.

 

In che modo posso evitare di rispondere dei debiti ereditari?

Gli strumenti che consentono di non subentrare nei debiti di un parente defunto sono sostanzialmente due:

  1. La rinuncia all’eredità;
  2. L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario.

 1) La rinuncia all’eredità

 La “rinuncia all’eredità”, si sostanzia in un atto con cui il chiamato all’eredità dichiara ufficialmente di non voler accettare il patrimonio ereditario.

Trattandosi di un atto solenne, dovrà essere comunicato per iscritto davanti a un notaio oppure dinanzi al cancelliere del Tribunale competente. Tale dichiarazione verrà poi inserita nel registro delle successioni.

Se anche tu stai considerando l’ipotesi di rinunciare all’eredità perché pensi che i debiti siano di gran lunga superiori rispetto ai crediti, ricorda che dovrai manifestare il tuo rifiuto entro determinati termini, che in alcuni casi sono molto ristretti; in particolare, la rinuncia, deve avvenire entro:

  • 10 anni dall’apertura della successione (cioè dalla morte del parente), se non sei nel possesso dei beni ereditari;
  • 3 mesi dalla morte per redigere l’inventario dei beni e comunicare la rinuncia entro i successivi 40 giorni, se hai già preso possesso dei beni perché, ad esempio, convivevi con il defunto.

 Fai molta attenzione perché se non rispetti i suddetti termini diventerai un erede “puro e semplice”, vale a dire che il tuo patrimonio diventerà un tutt’uno con quello del defunto e, quindi, sarai tenuto a pagare i debiti lasciati da quest’ultimo, con il rischio di dover ricorrere anche alle tue sostanze personali per poter farvi fronte.

Ricorda che detto atto non può essere parziale, ma deve investire tutta la tua quota ereditaria ed, inoltre, essa ha effetto retroattivo: significa, pertanto, che una volta manifestata la rinuncia, verrai considerato come se non fossi mai stato chiamato all’eredità.

C’è un’altra cosa della quale voglio avvisarti: i tuoi creditori potrebbero impugnare la tua rinuncia entro 5 anni; più precisamente, se con tale atto arrechi loro un danno, questi potranno farsi autorizzare dal giudice ad accettare l’eredità al tuo posto, al solo scopo di soddisfare i propri diritti sui beni ereditari a cui hai rinunciato.

2) L’accettazione con beneficio d’inventario

 L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario è lo strumento che consente all’erede di tenere distinto il proprio patrimonio da quello del defunto.

In concreto, l’accettazione con beneficio d’inventario ti consentirà di mantenere il tuo patrimonio e quello del parente defunto separati tra di loro, cosicché potrai essere chiamato a rispondere dei debiti del de cuius, al massimo, entro il valore dei beni ereditati. Ciò significa, in altri termini, che i creditori del defunto non potranno mai pignorare i tuoi beni personali, ma soltanto quelli che hai acquisito attraverso la successione ereditaria.

Anche in questo caso, ti sarà richiesta la stesura di una dichiarazione ufficiale davanti a un notaio o al cancelliere del Tribunale del luogo in cui si è aperta la successione, entro i termini precedentemente indicati per la rinuncia all’eredità: 10 anni o, se ti trovi nel possesso dei beni, dovrai redigere l’inventario entro 3 mesi dall’apertura della successione e decidere se accettare o rinunciare nei successivi 40 giorni; nell’ipotesi di mancato rispetto di detti termini, sarai considerato erede puro e semplice.

Se sospetti, quindi, che il tuo familiare deceduto fosse fortemente indebitato ma, nello stesso tempo, non vuoi rinunciare all’eredità, ricorrendo allo strumento dell’accettazione con beneficio d’inventario riuscirai comunque a preservare senza problemi il tuo patrimonio personale.

 

 

La collazione è automatica al momento dell’apertura della successione

Con la sentenza n. 22721 del 25/09/2018, la Suprema Corte ha espresso il principio secondo cui l’obbligo di collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione mortis causa.

La vicenda sottoposta all’esame della Cassazione scaturisce dall’azione spiegata da una donna nei confronti delle sue congiunte (madre e sorella), tutte coeredi del de cuius, con cui ha richiesto che il giudice dichiarasse ambedue tenute alla collazione dei beni (un immobile e un’autovettura) ricevuti in donazione dal defunto, quando quest’ultimo era in vita.

Il Giudice di prime cure accoglieva la domanda attorea, mentre la Corte Territoriale ribaltava la decisione e respingeva la domanda di collazione dell’appartamento.

L’appellante proponeva ricorso per Cassazione, ritenendo che era possibile disporre il conferimento solo per imputazione, atteso che gli immobili erano stati divisi consensualmente tra le due figlie, per cui non erano suscettibili di ulteriore divisione, risultando questa successiva manifestazione di volontà in contrasto con il conferimento in natura.

La Suprema Corte riteneva fondato detto assunto, non condividendo le conclusioni della Corte territoriale, che non poteva non tener conto di un’esplicita scelta manifestata dalle donatarie e favorire il conferimento in natura degli immobili donati.

La collazione ereditaria – ricorda la Cassazione – è tesa alla formazione della massa ereditaria da dividere in modo tale che venga garantita parità di trattamento tra i coeredi e non venga alterato il rapporto tra il valore delle quote.

I Giudici di legittimità hanno rammentato che l’obbligo di collazione sorga automaticamente al momento dell’apertura della successione, a prescindere da un’espressa domanda dei condividenti e si realizza per i mobili, mediante imputazione e, per il denaro, mediante il prelievo di una minor quantità di denaro che si trova nell’eredità da parte del soggetto tenuto al conferimento; nel caso di insufficienza delle somme, mediante il prelevamento da parte degli altri coeredi, di beni mobili o immobili ereditari, in proporzione delle quote rispettive, sempre che il donatario non intenda conferire altro denaro o titoli di Stato.

Gli Ermellini hanno, ancora, rilevato che con riferimento ai beni immobili, la collazione può avvenire per imputazione o in natura, in base alla scelta di chi deve conferire, eccetto che l’immobile donato non sia stato ipotecato o venduto, in questo caso, al fine di preservare la posizione dei creditori ipotecari o degli acquirenti, si deve procede necessariamente per imputazione.

 

La Suprema Corte ha poi precisato che il conferimento per imputazione è la forma classica in cui si realizza la collazione e, al contrario, il conferimento in natura rappresenta una modalità secondaria, ammissibile soltanto per i beni immobili e che può verificarsi, esclusivamente, in base ad una scelta riservata al donatario, su cui non possono influire né la scelta del donante né gli altri coeredi, essendo consentita nell’esclusivo interesse di chi è tenuto al conferimento.

 

La Corte ha, ancora, evidenziato che in presenza di una donazione fatta in vita ad uno dei coeredi l’apertura della successione non determina l’automatica risoluzione dell’atto di liberalità e, con riferimento ai beni immobili, il donatario conserva il potere di disporre del bene, potendo venderla anche dopo l’apertura della successione, nel qual caso la collazione ha luogo per imputazione.

 

Pertanto, solo qualora il donatario preferisca il conferimento del bene in natura, ai sensi dell’art. 746 c.c., co. 1, la donazione va annullata poiché, in tal caso, il bene oggetto di donazione cessa di essere di proprietà dell’erede beneficiario e rientra nella comunione ereditaria, che quindi viene accresciuta; tale effetto che non si determina nella collazione per imputazione, in quanto il bene resta in proprietà del donatario in forza della donazione ricevuta,  fermo l’obbligo di versare alla massa l’equivalente monetario.

 

Per tali motivi, la Suprema Corte cassava la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte territoriale.

 

Il testamento digitale

Il testamento di cui all’ art. 587 c.c. rappresenta l’unico strumento giuridico che ci consente di stabilire a chi lasciare i nostri beni materiali per il tempo in cui non saremo più in vita; è risaputo, tuttavia, come oggigiorno gran parte della nostra vita privata si sia trasferita online, custodita in uno spazio virtuale che rimane accessibile anche dopo la nostra morte. Password, account, profili social vengono considerati, ormai, dei veri e propri beni da tutelare in caso di morte del loro proprietari: ecco allora che spunta l’idea del testamento digitale.

Questo tipo di testamento riassume tutte le informazioni presenti in rete appartenenti a un determinato utente, un file contenente tutti i suoi dati personali (password, codici PIN, numeri di conto, account social, ecc.) e le relative istruzioni (ad esempio, mantenimento dei profili o eliminazione definitiva) che al momento del suo decesso verranno comunicate alla persona scelta.

Ebbene, per la concreta attuazione delle ultime “disposizioni digitali” del testatore si possono generalmente seguire due diverse strade: 1) la condivisione dei dati con una persona di fiducia o; 2) il mandato post mortem exequendum.

– La prima soluzione è appunto quella di comunicare i dati personali ad una persona fidata (un amico, un parente) affinché la trasmetta al destinatario finale o la trattenga per eseguire le ultime volontà del de cuius. È la scelta più semplice, ma allo stesso tempo la più rischiosa, poiché non si può sapere con certezza come si evolverà il rapporto con il soggetto prescelto.

– Il mandato post mortem exequendum è la seconda tra le soluzioni per trasmettere al beneficiario designato i propri dati personali. Si tratta di un contratto attraverso cui una parte si obbliga a compiere per conto di un’altra determinati atti giuridici ovvero delle operazioni materiali da eseguirsi in seguito alla sua morte. Nello specifico, il mandante conferisce a un altro soggetto (c.d. mandatario) il compito di comunicare i dati dallo stesso custoditi al destinatario indicato o, in alternativa, di utilizzarli per compiere una determinata attività (es. la cancellazione dei contenuti di un account), il tutto nel rispetto delle specifiche istruzioni ricevute.

Qualora il testatore voglia dunque garantire il passaggio del proprio patrimonio virtuale a un altro soggetto questo contratto rappresenta lo strumento più adeguato e sicuro.

L’unico limite imposto dalla legge è quello legato alle attribuzioni di carattere patrimoniale; in altre parole, non può essere utilizzato il mandato post mortem per trasferire beni aventi valore patrimoniale perché altrimenti si violerebbe il divieto di patti successori.

Inoltre, al fine di scongiurare gli inconvenienti illustrati nell’ipotesi di mera nomina della persona di fiducia sarebbe preferibile che il testatore indicasse quale mandatario un professionista (es: un avvocato) non solo per evitare che il sorgere di problemi relazionali possa pregiudicare l’attuazione delle sue volontà, ma soprattutto perché un professionista garantisce, solitamente, un’esecuzione diligente del mandato conferitogli.

I social network e il testamento digitale

Al riguardo, è importante ricordare che tutti i più noti social network prevedono la possibilità di lasciare un testamento digitale: – Facebook, ad esempio, dà la possibilità di lasciare questo specie di testamento indicando una persona che potrà utilizzare il nostro account quando non ci saremo più. In pratica, è possibile autorizzare un “contatto erede”, il quale, dopo la nostra morte, potrà gestire il nostro profilo. Attenzione, però, perché il “contatto erede” avrà comunque delle limitazioni, poiché non entrerà nel pieno possesso del nostro account, ma potrà gestirne uno che Facebook definisce “commemorativo”. In sostanza, il “contatto erede” potrà rispondere alle richieste di amicizia, modificare l’immagine del profilo, scrivere un post, ma non potrà utilizzare l’account per fini personali.

– Google, invece, consente di scegliere fino a 10 persone per la gestione del proprio account dopo la morte o nel caso in cui, semplicemente, l’account diventi inattivo.

In pratica, per stilare il testamento digitale su Google è necessario seguire una procedura guidata, che consentirà di comunicare a Google quando dovrà considerare inattivo il nostro account. Poi occorrerà indicare le persone che saranno beneficiarie di questo particolare testamento, le quali ne verranno a conoscenza solo nel momento in cui l’account non sarà più attivo.

– Su Twitter, invece, i familiari o una persona designata in vita dal defunto potranno chiedere la cancellazione dell’account fornendo la prova del decesso (es: certificato di morte), e per farlo dovranno compilare un apposito modulo.

– Anche LinkedIn prevede una procedura simile a quella praticata da Twitter, attribuendo solo la possibilità di segnalare il decesso dell’utente e richiedere, quindi, la cancellazione del suo account. A tal fine, sarà necessario collegarsi alla pagina ufficiale del sito e compilare il modulo online, indicando il nome della persona deceduta e il tipo di rapporto che intercorreva con la stessa.

Il nuovo Codice della privacy e il testamento digitale

La possibilità di redigere un testamento digitale è stata in un certo qual modo ufficializzata dal Codice della privacy, coordinato con le modifiche introdotte dal recente decreto legislativo numero 101/2018.

In particolare, il nuovo articolo 2-terdeciesprevede che i diritti in materia di protezione dei dati personali riguardanti le persone decedute possono essere esercitati da “chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato, in qualità di suo mandatario, o per ragioni familiari meritevoli di protezione“.

Ragionevolmente la norma fa riferimento, anzitutto, a coloro che hanno assunto la qualità di erede del defunto. In aggiunta, il disposto in esame prevede che per poter esercitare i diritti sulla privacy del defunto è sufficiente essere titolari di un proprio interesse o essere stati incaricati dall’interessato oppure, ancora, vantare delle ragioni familiari che meritano di essere tutelate.

L’articolo 2-terdecies, al comma 2, fissa, però, delle eccezioni, stabilendo che l’esercizio dei diritti del defunto non è ammesso nei casi stabiliti dalla legge e quando l’interessato lo aveva espressamente vietato con dichiarazione scritta presentata al titolare del trattamento o a quest’ultimo comunicata. Nello specifico, la volontà dell’interessato di vietare l’esercizio dei propri diritti deve risultare in modo non equivoco, deve essere “specifica, libera e informata” e può riguardare tutti i diritti o solo alcuni di essi.

Va infine evidenziato che la volontà dell’interessato può essere revocata o modificata in ogni momento.

I diritti che in concreto possono essere esercitare sono, a titolo esemplificativo:

  • l’accesso ai dati personali
  • la rettifica cancellazione e dei dati personali
  • la limitazione all’utilizzo dei dati personali
  • l’opposizione all’utilizzo dei dati personali

Infine, si evidenzia che il contenuto del testamento digitale incontra dei limiti stabiliti dallo stesso articolo 2-terdecies, al comma 5. In particolare, l’oggetto del testamento non può ledere in alcun modo l’esercizio, da parte di terzi, dei diritti patrimoniali derivanti dalla morte dell’interessato, né deve compromettere il diritto di difendere in giudizio i propri interessi.

 

 

 

COME FARE LA SUCCESSIONE EREDITARIA – SUCCESSIONE EREDITARIA COSA FARE

  1. APERTURA SUCCESSIONE EREDITARIA –>
  2. ATTO (DICHIARAZIONE) DI SUCCESSIONE EREDITARIA –>
  3. BENI EREDITARI –>

 In seguito alla morte di un parente, trascorso il periodo di dolore e sconforto, occorre poi pensare all’esecuzione di una serie di obblighi fiscali e burocratici derivanti dal subentro dei successori nella posizione giuridica e patrimoniale del defunto.

Con questo contributo saranno fornite alcune utili informazioni che spiegheranno, in sintesi, quali sono le principali fasi della successione ereditaria e cosa occorre fare per sbrigare i principali adempimenti connessi al fenomeno successorio.

APERTURA SUCCESSIONE EREDITARIA

Immediatamente dopo il decesso della persona, la prima fase della successione ereditaria è rappresentata dall’apertura, contemplata dall’art. 456 c.c., il quale stabilisce che “la successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo domicilio del defunto”.

La norma disciplina, dunque, l’apertura della successione sotto il profilo temporale e sotto quello spaziale:

– con riferimento al primo profilo, Il momento della morte coincide con l’istante in cui si verifica la cessazione irreversibile delle funzioni dell’encefalo (o morte cerebrale) (L. 29 dicembre 1993, n. 578).

– in ordine secondo aspetto, il luogo dell’ultimo domicilio del defunto non deve essere confuso con quello in cui avviene il decesso, dato che per domicilio deve intendersi il luogo in cui la persona aveva concentrato la generalità dei suoi interessi economici, sociali e familiari.

Dopo l’apertura della successione, la seconda fase è rappresentata dalla chiamata all’eredità, ossia la concreta individuazione delle persone chiamate a succedere in base ad un testamento o perché indicate direttamente dalla legge.

Occorre sapere che il chiamato all’eredità non acquista automaticamente la qualità di erede, ma dovrà manifestare la volontà di accettare tale ruolo. L’accettazione dell’eredità, infatti, è la terza fase della successione, che si verifica quando il soggetto nominato a succedere dichiara di voler acquisire il patrimonio ereditario o una quota di esso.

Esistono due principali modalità di accettazione dell’eredità:

  • l’accettazione pura e semplice;
  • l’accettazione con beneficio d’inventario.

L’effetto principale prodotto dall’accettazione pura e semplice è costituito dalla confusione tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede, che assieme andranno a formare un unico patrimonio; ciò significa, quindi, che l’erede sarà responsabile per i debiti ereditari e per i legati anche oltre il valore dell’attivo ereditario, pertanto i creditori del defunto, insieme ai legatari, potranno soddisfarsi sul patrimonio dell’erede in concorso con i creditori personali di quest’ultimo.

L’accettazione pura e semplice dell’eredità può assumere forme differenti: essa è “espressa” se realizzata con atto pubblico o scrittura privata oppure “tacita” quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la volontà di accettare.

La seconda modalità di accettazione è quella con “beneficio d’inventario”, che, a differenza della prima, non produce alcuna confusione patrimoniale, dato che il patrimonio dell’erede e quello del defunto restano distinti e separati dal punto di vista giuridico; in questo caso l’erede sarà chiamato a rispondere dei debiti ereditari non oltre il valore dell’attivo ereditario.

La facoltà di accettare con beneficio d’inventario ha carattere personale, in quanto può essere compiuta solo dal successore e, generalmente, viene adottata quando si ha il fondato sospetto che l’ammontare delle passività lasciate dal defunto siano superiori rispetto alle attività;

L’accettazione con beneficio d’inventario è obbligatoria quando l’eredità è attribuita a soggetti incapaci d’agire oppure a persone giuridiche. Ciò al fine di tutelarli da eventuali responsabilità verso i debitori del de cuius.

L’accettazione con beneficio d’inventario può essere manifestata soltanto in forma espressa, poiché necessita di una dichiarazione solenne dinanzi ad un notaio o al cancelliere del tribunale del luogo in cui s’è aperta la successione. Ad essa segue l’obbligo di inventario, che va redatto entro 3 mesi dall’apertura della successione se il chiamato è già in possesso dei beni ereditari oppure nel caso in cui non sia in possesso dei beni ereditari, può essere fatto fino a quando non si prescriva il diritto di accettazione.

Il diritto all’accettazione dell’eredità si prescrive dopo dieci anni dal giorno dell’apertura della successione, anche se chi ne ha interesse può chiedere al giudice di fissare un termine entro il quale il chiamato debba necessariamente dichiararsi.

Il chiamato all’eredità può anche decidere di rinunciare all’eredità e ciò accade, solitamente, allorché l’eredità è satura di debiti oppure perché si vuole lasciare ad altri soggetti (es: discendenti) la propria quota.

La rinuncia all’eredità è un atto unilaterale e viene redatta nella stessa forma prevista per l’accettazione con beneficio d’inventario, pertanto deve risultare da una dichiarazione resa dal chiamato (o da un suo rappresentante) dinanzi ad un notaio o al cancelliere del Tribunale territorialmente competente, ed inserita nel registro delle successioni.

Tanto l’accettazione quanto la rinuncia dell’eredità non può essere sottoposta, a pena di nullità, a condizione o a termine, né può avere ad oggetto una parte del patrimonio ereditario. Invece, a differenza dell’accettazione, la rinuncia è revocabile, a condizione che il diritto di accettazione non si sia estinto per prescrizione (10 anni) o l’eredità non sia stata, nel frattempo, devoluta ad altri eredi.

DICHIARAZIONE (ATTO) DI SUCCESSIONE EREDITARIA

La dichiarazione di successione è un adempimento obbligatorio, di carattere fiscale, tramite il quale viene comunicato all’Agenzia delle Entrate che egli eredi sono subentrati nel patrimonio del defunto e che, dunque, occorre determinare le imposte dovute dai successori in seguito al passaggio patrimoniale.

La dichiarazione in esame deve essere presentata entro dodici mesi dalla data di apertura della successione e l’inosservanza di tale termine espone l’obbligato a sanzioni amministrative.

Gli eredi sono tenuti alla presentazione della dichiarazione di successione, presso L’Agenzia delle Entrate competente. In concreto, la dichiarazione va inoltrata esclusivamente in via telematica direttamente dal dichiarante ovvero da soggetti delegati (commercialista o un Caf, mentre non è obbligatorio rivolgersi a un notaio).

L’Agenzia delle Entrate rende disponibile sul proprio sito un programma gratuito per la compilazione e l’invio della dichiarazione. L’ufficio dell’Agenzia delle Entrate competente è quello del luogo in cui la persona defunta ha avuto l’ultima residenza. Se la residenza è sconosciuta o fuori dall’Italia, l’ufficio competente è l’Agenzia delle Entrate di “ROMA 6”. Se il defunto ha avuto la residenza in Italia, prima di trasferirsi all’estero, l’ufficio è quello dell’ultima residenza italiana conosciuta.

Le categorie di soggetti tenuti alla presentazione della dichiarazione di successione sono:

  • i chiamati all’eredità, vale a dire tutti i soggetti che non hanno ancora accettato l’eredità, ai quali potenzialmente può essere trasmesso il patrimonio ereditario oppure una quota di esso;
  • gli eredi;
  • i legatari: ossia i destinatari di uno o più beni oppure uno o più diritti, determinati dal de cuius con testamento che vengono acquista senza bisogno di accettazione;
  • i rappresentanti legali degli eredi o dei legatari;
  • gli immessi nel possesso temporaneo dei beni dell’assente: ciò si verifica quando una persona è scomparsa e non si hanno sue notizie da almeno due anni;
  • gli amministratori dell’eredità. L’amministratore dell’eredità è previsto in casi particolari, come ad esempio, quando il testamento subordina la nomina di un erede al verificarsi di un evento futuro e incerto (erede designato sotto condizione);
  • i curatori dell’eredità giacente: soggetti nominati dal Tribunale allorché il “chiamato” non ha accettato l’eredità e non si trova nel possesso dei beni ereditari; tale figura ha il compito di amministrare il patrimonio ereditario finché l’eredità non viene accettata;
  • l’esecutore testamentario: ossia, i soggetto a cui il defunto può affidare l’incombente di curare le sue ultime volontà espresse nel testamento;
  • il trustee: Il trust è un istituto giuridico che ricorre quando un soggetto (detto settlor, nella specie il de cuius) sottopone dei beni, con atto mortis causa o inter vivos, sotto il controllo di un altro soggetto (detto trustee) nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico.

Per predisporre in modo completo e corretto la dichiarazione di successione occorre produrre una serie di documenti, tra i quali, a titolo esemplificativo, rientrano:

  • dichiarazione sostitutiva del certificato di morte;
  • autocertificazione stato di famiglia del de cuius alla data del decesso;
  • autocertificazione stato di famiglia degli eredi;
  • visure catastali degli immobili;
  • copia del testamento pubblicato, se esistente;
  • dati anagrafici del defunto compreso codice fiscale e ultima residenza del defunto;
  • se vi era la comunione dei beni o la separazione:
  • dati anagrafici e indirizzi di residenza di tutti gli eredi, compreso codice fiscale;
  • eventuale dichiarazione di rinuncia all’eredità.

 In presenza di più eredi non vi è alcuna gerarchia in merito al soggetto onerato: la dichiarazione presentata da un erede è efficace per tutti gli eredi e legatari.

La dichiarazione di successione non deve essere presentata se:

  • l’eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto, l’attivo ereditario non è superiore a 100.000 € e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari (es. usufrutto).
  • tutti gli aventi diritto rinunciano all’eredità o al legato oppure quando i chiamati alla successione, che non sono nel possesso dei beni ereditari, chiedono la nomina di un curatore dell’eredità prima che scada il termine previsto per la presentazione della dichiarazione di successione.

La base imponibile nella dichiarazione di successione – ovvero il valore dell’asse ereditario su cui saranno calcolate le imposte di successione – si ricava dalla differenza tra l’importo complessivo dei beni e dei diritti che rappresentano l’attivo dell’asse ereditario e l’importo complessivo delle passività nonché degli oneri deducibili.

L’Agenzia delle Entrate liquida l’imposta di successione ed emette l’apposito avviso basandosi sul documento stesso, notificando agli eredi, e agli altri soggetti interessati, l’avviso di liquidazione entro tre anni dalla data di presentazione della dichiarazione di successione.

La suddetta imposta è calcolata in base al grado di parentela degli eredi rispetto al defunto e il Fisco prevede consistenti esenzioni di pagamento, denominate tecnicamente “franchigie”. Nello specifico, verranno applicate le seguenti aliquote:

  • il 4% per il coniuge e i parenti in linea retta, se il patrimonio ha valore superiore a € 1.000.000;
  • il 6% per i fratelli e sorelle, se il patrimonio ha un valore superiore a € 100.000;
  • il 6% per i parenti fino al 4° grado, affini in linea retta ed affini in linea collaterale fino al 3° grado In questo caso non è prevista alcuna franchigia;
  • l’8% per tutti gli altri soggetti Anche in questo caso non è prevista franchigia.

Se l’erede è portatore di un handicap grave riconosciuto, l’esenzione è aumentata sino a un milione e mezzo di euro.

Il pagamento di detta imposta deve essere effettuato entro 60 giorni dalla data in cui è stato notificato l’avviso di liquidazione. Scaduto tale termine si rendono applicabili, oltre alle sanzioni, anche gli interessi di mora.

Gli eredi e i chiamati all’eredità che non hanno ancora accettato, ma che sono in possesso di beni ereditari, rispondono solidalmente delle somme dovute.

Ciò significa che il Fisco può agire per la riscossione dell’intera imposta anche nei confronti di un solo erede, il quale successivamente potrà rivalersi sugli altri in proporzione alle loro quote di eredità.

I legatari sono, invece, obbligati solo al pagamento delle somme relative al bene o diritto acqistato.

 Nel caso di omessa dichiarazione l’Agenzia delle Entrate notifica avviso di liquidazione entro cinque anni dalla scadenza del termine.

 BENI EREDITARI DA DICHIARARE NELLA SUCCESSIONE

Come innanzi anticipato, la dichiarazione di successione ricomprende tutti i beni (mobili e immobili) e i diritti di credito di cui il defunto era titolare in vita, che costituiscono il suo patrimonio (attivo ereditario), da cui dovranno essere detratti eventuali i debiti (c.d. passivo ereditario).

Spesso capita, però, che al momento dell’apertura di una successione, non si sappia bene quali siano i beni e i diritti che costituiscono l’attivo ereditario.

Ebbene, è importante sapere che nell’ambito dei beni ereditari rientrano non solo i beni che risultano dall’ultima dichiarazione dei redditi del defunto, ma anche quelli presunti dal legislatore.

Più precisamente, i beni che costituiscono l’attivo ereditario sono:

  • gli immobili;
  • i mobili e titoli al portatore posseduti dal defunto o depositati presso altri a suo nome; Se tali beni sono in comune con altri soggetti si presumono posseduti in parti uguali. Se in comunione legale i beni oggetto di comunione entrano nell’attivo ereditario solo per la quota spettante al de cuius;
  • denaro, gioielli, preziosi, mobili o arredi: devono risultare da apposito inventario redatto ai sensi dell’articolo 769 c.p.c. e si presumono compresi nell’attivo ereditario per un importo pari al 10% del valore globale netto imponibile anche se non dichiarati o dichiarati in misura inferiore al loro valore venale, salvo che dall’inventario analitico non ne risulti l’esistenza per un importo differente;
  • le rendite, pensioni e crediti (compresi i rimborsi fiscali);
  • azioni, quote societarie e partecipazioni;
  • le aziende (commerciali e agricole), azioni o obbligazioni, quote sociali;
  • le navi, imbarcazioni e aeromobili che non fanno parte di aziende.

Tra i beni esclusi dall’asse ereditario si segnalano:

  • azioni o titoli nominativi alienati dal de cuius prima della morte mediante atto autentico o girata autenticata;
  • beni e diritti iscritti nei pubblici registri (esempio le auto o le imbarcazioni);
  • indennità di fine rapporto (c.d. TFR) in caso di morte del prestatore di lavoro;
  • l’indennità spettante per diritto agli eredi in forza di assicurazioni previdenziali obbligatorie o stipulate dal defunto (c.d. assicurazioni sulla vita);
  • crediti contratti giudizialmente alla data di apertura della successione;
  • crediti venduti allo Stato prima della data di presentazione della dichiarazione di successione;
  • titoli di Stato o del debito pubblico come CCT, BOT o anche se emessa da altri Stati appartenenti alla Comunità Europea e gli altri titoli di Stato, garantiti dallo Stato o equiparati nonché ogni altro bene o diritto similare dichiarato per legge esente;
  • beni culturali d’interesse storico o artistico vincolati prima dell’apertura della successione.

È sempre consigliabile, comunque, indicare nella dichiarazione di successione i suindicati beni anche se per legge sono esenti dalla relativa imposta.

È bene evidenziare, infine, che l’imposta di successione deve essere corrisposta anche in relazione ai beni e i diritti esistenti all’estero, nell’ipotesi in cui alla data di apertura della successione la persona deceduta era residente in Italia.

In caso di decesso all’estero, l’imposta è, tuttavia, dovuta per i beni e diritti che si trovano in Italia. 

La non comoda divisibilità di un immobile

In materia di divisione giudiziale, la Suprema Corte di Cassazione, Sezione II Civile, con l’ordinanza n. 9979/2018, ha confermato il principio di diritto secondo cui la non comoda divisibilità di un immobilepuò essere eccepita solo allorquando risulti accertata la ricorrenza dei suoi presupposti, rappresentati:

  • dall’irrealizzabilità del frazionamento dell’immobile;
  • dalla sua realizzabilità a pena di notevole deprezzamento;
  • dall’impossibilità di formare in concreto porzioni suscettibili di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitù, pesi o limitazioni eccessivi, tenuto conto dell’usuale destinazione e della pregressa utilizzazione del bene stesso.

La vicenda posta all’attenzione della Suprema Corte ha avuto origine dal ricorso con il quale un’erede conveniva davanti al Tribunale il fratello coerede, chiedendo la divisione giudiziale dei beni caduti nella successione del padre e, in subordine, che si procedesse alla formazione e valutazione della massa ereditaria, accertando la non comoda divisibilità del fabbricato e, dunque, dividendo il patrimonio mediante la formazione di due lotti di pertinenza rispettivamente dell’attrice e del convenuto.

Il primo giudice dichiarava lo scioglimento della comunione ereditaria tra i germani coeredi, ed assegnava, ex art. 720 c.c. alla ricorrente il suddetto l’immobile, unitamente alle suppellettili che lo arredavano, con l’obbligo di versare al fratello un conguaglio.

La Corte d’Appello rigettava l’appello proposto dal fratello perché ritenuto infondato e, per l’effetto, condannava l’appellante al rilascio, in favore dell’appellata, dell’immobile ereditario.

A seguito di ricorso per cassazione proposto dall’erede soccombente, i giudici di legittimità, mediante la citata ordinanza n. 9979/2018, hanno ritenuto i motivi non fondati.

Segnatamente, gli Ermellini hanno chiarito che costituiscono principi consolidati, ai quali nel caso di specie la Corte del merito si è uniformata, quelli secondo cui, “in materia di divisione giudiziale, la non comoda divisibilità di un immobile, integrando un’eccezione al diritto potestativo di ciascun partecipante alla comunione di conseguire i beni in natura, può ritenersi legittimamente praticabile solo quando risulti rigorosamente accertata la ricorrenza dei suoi presupposti, costituiti dall’irrealizzabilità del frazionamento dell’immobile, o dalla sua realizzabilità a pena di notevole deprezzamento, o dall’impossibilità di formare in concreto porzioni suscettibili di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitù, pesi o limitazioni eccessivi, tenuto conto dell’usuale destinazione e della pregressa utilizzazione del bene stesso” (Corte di Cassazione, n. 16918 del 2015; Corte di Cassazione, n. 14577 del 2012; Corte di Cassazione, n. 12406 del 2007).

Successioni: il notaio non ha l’obbligo di redigere l’inventario

La Cassazione, con l’ordinanza n. 20906/2018 ha dettato il principio secondo cui il notaio non è obbligato a redigere l’inventario per l’accettazione dell’eredità, se a tale decisione il giudice vi giunge con motivazione logica e coerente.

La questione esaminata dalla Suprema Corte trae origine dal ricorso proposto da due eredi con cui convenivano innanzi al Tribunale un notaio, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa dell’inadempimento dell’incarico di procedere agli incombenti per l’accettazione con beneficio d’inventario dell’eredità.

Il Giudice di prime cure rigettava la domanda dei ricorrenti; conformemente alla sentenza di primo grado, la Corte d’Appello dichiarava infondato l’appello evidenziando, in aggiunta, il fatto che uno dei ricorrenti fosse avvocato e quindi a conoscenza del fatto che la pratica dovesse necessariamente passare per la cancelleria del Tribunale, con incarico successivo, solo eventuale, del notaio.

Gli eredi proponevano ricorso per Cassazione.

Sennonché, la Corte di legittimità, condividendo in toto il ragionamento logico giuridico esposto in motivazione della Corte di Appello, con la succitata ordinanza ha dichiarato il ricorso inammissibile. Secondo gli Ermellini la motivazione fornita dalla Corte di merito risultava adeguata, fondata su valutazioni di fatto obiettive in ordine alla valenza effettiva e logica attribuibile ai vari elementi di giudizio risultanti dagli atti e su razionali valutazioni di essi; un giudizio, dunque, effettuato nell’ambito dei poteri discrezionali del giudice del merito ed a fronte del quale, in quanto obiettivamente immune dalle censure ipotizzabili in forza dell’art. 360 n. 5 c.p.c. (Cfr. Cass. ord. n. 20906/2018).

È onere della parte individuare i beni della massa ereditaria

La Suprema Corte, con la recente ordinanza del 23 aprile 2018, ha enunciato il principio secondo cui nel giudizio di divisione ereditaria è onere della parte, e non del CTU, indicare i beni facenti parte della massa ereditaria.

In primo luogo, giova rammentare che la divisione ereditaria è l’atto con cui i coeredi sciolgono la comunione dei beni ereditari; in altri termini, i beni vengono frazionati in proporzione alle quote di ciascun coerede;

La divisione ereditaria può essere consensuale, quando tutti i coeredi si accordano sulla ripartizione dell’asse ereditario oppure giudiziale nell’ipotesi in cui i coeredi non riescano a pervenire a un accordo e instaurano, dunque, un giudizio di divisione. Ai sensi dell’art. 713 c.c., la divisione ereditaria può essere iniziata da ciascun coerede.

Il caso sottoposto al vaglio della Cassazione deriva dalla domanda di divisione  ereditaria presentata da una dei coeredi, con cui aveva richiesto altresì che a mezzo di CTU venisse formata e valutata la massa ereditaria composta da alcuni terreni e da un immobile indivisibile abitato dal fratello. Il Tribunale di primo grado aveva disposto lo scioglimento della comunione assegnando l’immobile alla sorella e i terreni al fratello. Aveva stabilito, altresì, una somma che la sorella doveva dare al fratello a titolo di conguaglio. Il fratello proponeva appello chiedendo la riforma della sentenza di primo grado nominando il CTU per l’esatta quantificazione dell’asse ereditario in applicazione anche delle norme sulla Collazione. La Corte di Appello rigettava il ricorso confermando quanto statuito nella sentenza di primo grado e condannando l’appellante al rilascio dell’immobile.

Il fratello pertanto proponeva ricorso in cassazione contestando il fatto che il C.T.U. non avrebbe correttamente identificato la massa ereditaria, perché avrebbe omesso di cercare, individuare e valutare i beni mobili facenti parte di essa, con conseguente incidenza, oltre che sulla collazione, anche sulla quantificazione del conguaglio.

Secondo i giudici di legittimità “non era onere del C.T.U., oppure funzione e finalità della consulenza tecnica d’ufficio, andare alla ricerca dei mobile e delle somma di cui la sorella si sarebbe appropriata; oppure delle donazioni in vita da parte del genitore e di cui la figlia avrebbe beneficiate. Quindi tali circostanze andavano provate dalla parte interessata.”

La Suprema Corte, infatti, richiamando precedenti arresti della giurisprudenza di legittimità, ha confermato che la consulenza tecnica d’ufficio non è mezzo istruttorio in senso proprio, avendo la finalità di coadiuvare il giudice nella valutazione di elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che necessitino di specifiche conoscenze. Ne consegue che il suddetto mezzo di indagine non può essere utilizzato al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume, ed è quindi legittimamente negata qualora la parte tenda con essa a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni o offerte di prova, ovvero di compiere una indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati (Cass. n. 3130 del 2011; conf. Cass. n. 12990 del 2013).

La Corte, dunque, ha sottolineato che è onere della parte effettuare un’esatta individuazione dei beni facenti parte dell’asse ereditario, non potendosi la parte sottrarsi a detto incombente probatorio, né la stessa può pretendere di supplire alla propria mancanza richiedendo l’intervento del CTU.

Ad avviso della Cassazione, quindi, il CTU può effettuare correlate indagini peritali ma solo su elementi già allegati dalla parte, ma che soltanto un tecnico sia in grado di accertare, per mezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone.

Resta quindi onere della parte indicare l’esatta consistenza della massa ereditaria, non potendo sopperire alla propria inerzia rimettendo al CTU il compito di ricercare i beni che formano l’asse ereditario.

 

 

L’usufrutto in favore del coniuge non esclude la qualità di erede

Particolare importanza riveste la sentenza n. 13868/2018 con cui la Suprema Corte ha stabilito che l’usufrutto generale disposto con testamento in favore del coniuge non ne esclude la qualità di erede; secondo i giudici di legittimità,  è sempre necessario ricercare la volontà del testatore attraverso la lettura di tutte le disposizioni che compongono il testamento, solo così è possibile ricondurre correttamente l’usufrutto generale al legato o all’eredità.

La vicenda sottoposta al vaglio degli ermellini trae origine dalla domanda giudiziale con cui la figlia del defunto ha convenuto in giudizio gli altri due fratelli per richiedere la riduzione delle loro quote, ritenendo lesa la propria legittima. I fratelli si costituivano in giudizio chiedendo il rigetto della domanda e l’imputazione all’eredità in via riconvenzionale di altri beni e liberalità. Inoltre, in fase di precisazione, emergevano contestazioni sulla qualificazione del lascito della madre, in favore della quale il de cuius, con testamento pubblico, aveva disposto l’usufrutto generale vitalizio del suo patrimonio mobiliare e immobiliare, di tutti i macchinari e attrezzi agricoli, trattori, motocoltivatori ed eventuale patrimonio zootecnico; secondo la figlia, il lascito della madre, nel frattempo deceduta, doveva considerarsi legato in sostituzione di legittima e, dunque, i tre fratelli dovevano essere considerati come unici eredi.

Il Tribunale rigettava la domanda, ritenendo che l’usufrutto generale fosse da considerarsi istituzione di erede. La figlia impugnava la decisione di primo grado, e la Corte d’Appello riformava la decisione del Giudice a quo, sostenendo che l’usufrutto generale alla moglie si configurava come legato in sostituzione di legittima,  conformemente all’orientamento secondo cui costituisce legato il lascito avente ad oggetto l’usufrutto, generale o pro quota, dell’asse, non subentrando l’usufruttuario in rapporti qualitativamente eguali a quelli del defunto e derivando la sua responsabilità per i debiti dal meccanismo dell’art. 1010 cod. civ. e non dalla qualità di erede…”.

I due fratelli ricorrevano in Cassazione censurando le statuizioni della Corte d’Appello.

La Cassazione, come precisato dalla sentenza della Corte territoriale, riconosce che “In qualche pronuncia l’attribuzione testamentaria di usufrutto generale fosse considerata come istituzione di erede, mentre in qualche altra fosse esclusa la successione in universum ius; cosicché – aggiunge la Cassazione – la Corte di merito ha preferito accedere all’orientamento secondo cui costituirebbe legato il lascito avente ad oggetto l’usufrutto, generale o pro quota, dell’asse, non subentrando l’usufruttuario in rapporti qualitativamente eguali a quelli del defunto e derivando la sua responsabilità per i debiti dal meccanismo dell’art. 1010 cod. civ. e non dalla qualità di erede”; secondo la Suprema Corte, tale principio è valido in assenza di disposizioni testamentarie idonee “a far venir meno l’universalità del lascito (o ad attribuire a esso la natura pro quota) e, quindi, a far derivare la qualità di erede”; tuttavia, nel caso di specie, la disposizione che prevede l’attribuzione in favore della moglie dei beni aziendali elencati nel testamento, costituisce clausola idonea “Da sé sola a condurre all’attribuzione della qualità di erede…” o come il fatto che nel testamento non vi sia alcun riferimento, a differenza degli immobili, alla volontà del de cuius di dividere i beni mobili diversi da quelli aziendali.

In conclusione, la Cassazione, respingendo le conclusioni a cui era pervenuta la Corte d’Appello per i motivi innanzi esposti, ha stabilito che è compito del giudice del rinvio fornire la corretta interpretazione del testamento, precisando che: “Quanto rilevato già di per sé consente di affermare la violazione dei criteri ermeneutici e, indirettamente, come già premesso, della regola distintiva tra disposizioni di ultima volontà a titolo particolare e universale (art. 588 cod. civ.), ancorata al criterio oggettivo del contenuto dell’atto e delle modalità di attribuzione operata dal testatore e a quello soggettivo dell’intenzione o non intenzione di attribuire beni determinati come quota dell’universalità del patrimonio”.

Secondo la Suprema Corte, il suddetto principio, avrebbe dovuto essere applicato dal giudice del rinvio.

 

Occorre dichiarare l’immobile usucapito dal de cuius anche se manca sentenza accertativa

Se il de cuius ha acquistato un immobile per usucapione, vale a dire mediante il possesso pacifico e ininterrotto per almeno vent’anni, gli eredi devono inserire tale bene nella dichiarazione di successionee l’obbligo di dichiarazione sussiste anche qualora l’usucapione non sia stata dichiarata con sentenza dal giudice, ma esiste solo “di fatto”. La sentenza del giudice è, infatti, solo accertativa e dichiarativa e non costitutiva del diritto di proprietà, posto che l’acquisto avviene al verificarsi dei presupposti dell’usucapione, i quali devono essere accertatati dal giudice su istanza dell’interessato.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, l’accertamento per via giudiziale dell’intervenuta usucapione dà luogo a una sentenza accertativa, che ha natura dichiarativa e non costitutiva. Pertanto, la trascrizione della sentenza da cui risulta acquistato per usucapione la proprietà dei beni immobili, e di altri diritti reali di godimento sui beni medesimi, ha natura di pubblicità – notizia.

Secondo l’Agenzia delle Entrate, nella dichiarazione di successione deve essere inserito anche l’immobile acquistato per usucapione, pur in assenza della sentenza che accerti siffatto  acquisto.

Ne consegue, che qualora nell’asse ereditario sia presente un bene immobile acquisito per usucapione dal de cuius e manchi una sentenza accertativa di tale diritto, gli eredi o i legatari sono tenuti, comunque, a inserire nella dichiarazione di successione i dati identificativi di detto bene, specificando che l’acquisto è avvenuto per usucapione.

Gli uffici locali competenti che ricevano una dichiarazione di successione nella quale siano stati inseriti i dati identificativi di immobili, che l’erede o il legatario ritiene essere stati usucapiti dal de cuius, devono procedere a liquidare l’imposta di successione, limitandosi all’esame della dichiarazione, senza che sia necessario effettuare ulteriori accertamenti circa la titolarità dei beni indicati come facenti parte del patrimonio ereditario.

Testamento: quando il testatore deve manifestare due volte la volontà?

Con specifico riferimento al testamento c.d. pubblico, la Corte di cassazione ha stabilito che le operazioni di ricevimento delle disposizioni testamentarie possono essere svolte in un periodo differente rispetto a quello in cui si realizza la confezione della scheda testamentaria medesimo.

Tale principio è stato enunciato dalla Suprema Corte con la sentenza n. 1649/2017, la quale ha precisato, inoltre, che le due suddette fasi sono idealmente distinte e non devono necessariamente coincidere sul piano temporale, tuttavia, se le operazioni di “ricevimento” e “confezionamento” si svolgono i periodi distinti, ai fini della validità del testamento, dovrà essere comunque rispettata una condizione necessaria, ossia che nel momento in cui la scheda testamentaria viene predisposta del notaio, questi deve nuovamente far manifestare al testatore la sua volontà in presenza di testimoni, prima di dare lettura del testamento stesso.

Nella surrichiamata pronuncia, la Corte di Cassazione si è soffermata, inoltre, sulla questione delle indicazioni catastali e di configurazione degli immobili cui il testamento si riferisce, precisando che esse non vanno inserite a pena di nullità.

Invero, per la giurisprudenza di legittimità, a prescindere dal fatto che il testamento sia olografo o pubblico, affinché l’atto sia valido, è sufficiente che le suddette indicazioni catastali possano essere identificate senza possibilità di confusione.

In ogni caso, solo al momento della denuncia di successione e di trascrizione del testamento, gli eredi devono indicare in maniera dettagliata gli immobili compresi nell’asse ereditario, specificando tutti gli elementi e, quindi, anche i dati catastali.

Il figlio del primo matrimonio può essere istituito erede dal nuovo coniuge del genitore?

Oggigiorno capita spesso che un soggetto, a causa del fallimento del primo matrimonio o per il decesso del proprio coniuge, decida di formalizzare il rapporto con il nuovo compagno celebrando le c.d. seconde nozze. Ebbene, può verificarsi che il precedente rapporto matrimoniale sia stato caratterizzato dalla nascita di figli.  In tale ipotesi, occorre domandarsi se quest’ultimi abbiano o meno un legame di parentela con il nuovo coniuge del genitore e se, quindi, il figlio di primo letto può essere istituito suo erede.

Al fine di rendere una risposta esaustiva a tali domande, è necessario preliminarmente distinguere le due possibili situazioni che possono verificarsi alla morte di una persona e cioè la successione legittima e quella testamentaria. Nella prima la successione si realizza senza alcun testamento, nella seconda, invece, entrano in gioco le ultime volontà del de cuius: solo in quest’ultimo caso, il figlio del primo matrimonio potrebbe essere erede del nuovo coniuge del proprio genitore.

Nella successione legittima

Specificamente, la successione legittima è quella che si realizza quando una persona decede senza aver lasciato alcun testamento. In questo caso, è la legge che disciplina la successione, prevedendo che l’asse ereditario del defunto debba dividersi rispettando i gradi di parentela, a partire dai parenti più prossimi (ad esempio, figli coniuge, genitori) ed a finire con quelli più lontani (ad esempio, fratelli, cugini, cugini di secondo grado, ecc.). Inoltre, è importante sapere che nella successione legittima la presenza del coniuge superstite o dei figli esclude che il patrimonio possa andare, pro quota, ai parenti più lontani.

Detto ciò, appare evidente che si tratta di un fenomeno successorio in cui non rientra figlio del primo matrimonio, infatti, anche se, per esempio, la persona defunta era la seconda moglie del proprio genitore, con questa non esisteva alcuna parentela.

Nella successione testamentaria

Diversa è la situazione in ordine alla successione testamentaria, nella quale il titolare del patrimonio stabilisce chi sarà suo erede e, talvolta, anche in che modo dovranno essere divisi i propri beni. Muovendo da tale prospettiva, prima di morire, la seconda moglie potrebbe aver previsto una quota ereditaria a favore del figlio che il coniuge ha avuto dal primo matrimonio. Infatti, sebbene questi non fosse il proprio figlio naturale, potrebbe comunque riconoscergli una parte di eredità poiché legata affettivamente allo stesso. Si tratta di una scelta pienamente legittima, ma che dovrà essere effettuata nel rispetto dei diritti ereditari dei legittimari.

Il rispetto della quota degli eredi legittimari

Questi sono, i figli di prime nozze della donna deceduta. Essi, se sono più di uno, avrebbero diritto a divedersi almeno i 2/3 del patrimonio ereditario della madre, la quale potrà riservare al figlio del coniuge la c.d. quota disponibile,  cioè quella parte di patrimonio che il testatore può destinare a chiunque desideri. Pertanto, la disposizione testamentaria favorevole al figlio del coniuge potrà essere priva di contestazioni, soltanto se rispetterà i diritti dei legittimari (figli naturali o adottivi, ascendenti e fratelli). In caso contrario, questi potranno impugnare il testamento e ridurre le disposizioni previste, fino al soddisfacimento della quota minima ad essi riservata dalla legge.

Le donazioni in favore del figlio del coniuge

È bene ricordare, infine, che si dovrà tenere conto anche delle donazioni eseguite in vita dal defunto; infatti, anche in questo caso, eventuali atti di liberalità ricevuti dal figlio del primo matrimonio, dovranno fare i conti con i diritti ereditari dei figli diretti e legittimi del defunto, poiché anche le donazioni potrebbero essere oggetto di specifica azione di riduzione, fino al soddisfacimento della quota ereditaria ad essi garantita dalla legge.

 

 

Che cosa fare se l’immobile ereditario risulta indivisibile?

 

Cosa fare in caso di immobile “non comodamente divisibile”

Quando un immobile indivisibile ricade nella comunione ereditaria, l’art 720 c.c. prevede come extrema ratio la divisione giudiziale. Nello specifico,  L’articolo in esame dispone testualmente che: “Se nell’eredità vi sono immobili “non comodamente divisibili”, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene, e la divisione dell’intera sostanza non può effettuarsi senza il loro frazionamento, essi devono preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nella porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche nelle porzioni di più coeredi, se questi ne richiedono congiuntamente l’attribuzione. Se nessuno dei coeredi è a ciò disposto, si fa luogo alla vendita all’incanto.”

In sintesi, la  summenzionata norma statuisce che

  • se l’immobile è divisibile o frazionabile si procede alla divisione o al frazionamento;
  • in caso contrario, si assegna per intero al coerede che ha diritto alla maggiore quota;
  • oppure verrà assegnato a più coeredi che ne richiedono l’attribuzione congiunta;
  • se nessuno dei condividenti richiede l’attribuzione si dispone la vendita.

Cosa si intende per immobile non comodamente divisibile

Il disposto normativo in oggetto, con l’espressione “non comodamente divisibili” fa riferimento a quei beni che per essere divisi richiederebbero soluzioni tecniche costose o la cui divisione ne comprometterebbe la funzionalità o il valore, tenendo conto anche della loro destinazione d’uso. La norma de qua, anche se si riferisce ai soli beni immobili, è applicabile altresì alle aziende, ai beni mobili e ai beni assolutamente indivisibili, poiché la divisione farebbe venire meno l’uso cui sono destinati.

Pertanto, nel momento in cui la divisione in natura non è realizzabile, senza recare un danno alla funzionalità o al loro valore economico dei beni, è preferibile sacrificare il diritto dei singoli eredi di ricevere una parte di tutti i beni ereditari, in proporzione alla propria quota ai sensi dell’art. 718 c.c.

Sul punto, è bene rammentare che L’art. 76 del decreto-legge n. 69/2013, convertito nella legge n. 98/2013 ha introdotto nel codice di procedura civile l’art. 791-bis, il quale dispone che le parti della comunione, anche ereditaria, se sono d’accordo e non sono sorte contestazioni sul diritto alla divisione, sulle quote o su questioni pregiudiziali alla stessa, possono chiedere al tribunale di nominare un notaio o avvocato, a cui affidare le operazioni di divisione e la procedura di divisione giudiziale.

Le pronunce della Cassazione nei casi di immobile non comodamente divisibile

In ordine a tale tematica, la Cassazione Civile con la recente sentenza n. 1596/2017 ha precisato che: “… è pur vero che, nell’esercizio del potere di attribuzione dell’immobile ritenuto non comodamente divisibile, il giudice non trova alcun limite nelle disposizioni dettate dall’art. 720 cod. civ., da cui gli deriva, al contrario, un potere discrezionale nella scelta del condividente cui assegnarlo, potere che trova il suo temperamento esclusivamente nell’obbligo di indicare i motivi in base ai quali ha ritenuto di dover dare la preferenza all’uno piuttosto che all’altro degli aspiranti all’assegnazione”.

Al riguardo, giova altresì segnalare la sentenza n. 28230/2017, con cui gli Ermellini hanno ribadito il principio secondo cui: “in materia di divisione giudiziale, la non comoda divisibilità di un immobile, integrando un’eccezione al diritto potestativo di ciascun partecipante alla comunione di conseguire i beni in natura, può ritenersi legittimamente praticabile solo quando risulti rigorosamente accertata la ricorrenza dei suoi presupposti, costituiti dall’irrealizzabilità del frazionamento dell’immobile o dalla sua realizzabilità a pena di notevole deprezzamento, o dall’impossibilità di formare in concreto porzioni suscettibili di autonomo e libero godimento, tenuto conto dell’usuale destinazione e della pregressa utilizzazione del bene stesso”.

 

 

Avvocato Successioni: donazione e successione, diritto successorio

Accade spesso che le ultime volontà contenute in un testamento e/o le donazioni eseguite in vita dalla persona defunta possano generare dei veri e propri conflitti tra gli eredi che sfociano quasi sempre in complicati e dispendiosi procedimenti giudiziari.

Per tale ragione, l’assistenza di un avvocato esperto in successioni, che vanti una solida esperienza in questa specifica materia, risulta essere di fondamentale importanza per ottenere la piena tutela dei propri diritti successori.

1) Cos’è il diritto successorio ⇓
2) Cos’è un testamento di successione ⇓
3) Donazione e successione: di cosa si tratta? ⇓
4) Avvocati esperti in Successioni ed Eredità ⇓
5) Ti serve subito un avvocato? ⇓

1) Cos’è il diritto successorio

Il diritto successorio (o di successione) è un settore giuridico molto complesso, oltre che particolarmente delicato, perché si occupa di tutte le problematiche che scaturiscono dalla morte di un soggetto, disciplinando il passaggio del suo patrimonio in favore di parenti o, comunque, di persone care, con inevitabili ripercussioni sugli equilibri familiari, specie quando l’asse ereditario comprende beni di consistente valore economico.

Con particolare riferimento alle situazioni giuridiche che vengono trasferite dal de cuius ad altri soggetti, la successione si divide in:

  • successione a titolo universale: quando il successore subentra in tutti i diritti ed obblighi del defunto, o in una quota degli stessi, e prende il nome di “erede”;
  • successione a titolo particolare: in questo caso il successore è denominato “legatario” e subentra soltanto in uno o più diritti, od obblighi, determinati (c.d. legati).

A seconda che i “chiamati all’eredità” vengano individuati dalla legge o dal testamento, la successione si distingue in legittima o testamentaria.

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Si rientra nell’ambito della successione legittima nell’ipotesi in cui la persona defunta non abbia lasciato testamento o non abbia disposto di tutti i suoi beni (c.d. testamento parziale) oppure, ancora, quando il testamento, benché presente, risulti non essere valido. I Successori legittimi sono, quindi, coloro che hanno titolo a succedere in base alla legge e rientrano in questa categoria: il coniuge, i figli, gli ascendenti, i fratelli o i loro discendenti; in assenza subentrano gli altri parenti fino al sesto grado.

Se vi sono più parenti di pari grado, l’eredità si ripartisce tra questi in parti uguali.

Laddove il de cuius non abbia nemmeno un parente entro il sesto grado, tutte le sue sostanze saranno devolute allo Stato, che ne diventerà il proprietario, ma sarà tenuto a pagare gli eventuali debiti ereditari entro il limite costituito dal valore complessivo dei beni ricevuti.

La successione testamentaria è quella regolata dal testamento, cioè dall’autonomia della persona che decede, la quale indica i soggetti che saranno suoi successori. Sennonché, la legge prevede, anche in presenza di testamento, che ai parenti più prossimi (c.d. legittimari o eredi necessari) sia riservata una determinata quota di eredità (c.d. quota legittima), che, dunque, non potrà essere in alcun modo lesa dalla volontà del testatore.

Rientrano nel novero dei legittimari: il coniuge, i figli e, in mancanza, gli ascendenti.

2) Cos’è un testamento di successione

Il testamento è l’atto con il quale la persona dispone del proprio patrimonio per il tempo in cui non sarà più in vita

Affinché un testamento sia valido è necessario che il testatore al momento della redazione, sia maggiorenne, non interdetto e, comunque, capace di intendere e di volere.

La legge prevede diverse tipologie di testamento, ovvero:

  • Il testamento olografo: rappresenta la forma più semplice di testamento; si tratta di una scrittura privata che deve essere redatta per intero, datata e sottoscritta da chi lo realizza, poiché la mancanza di autografia lo renderebbe nullo. La sottoscrizione, posta alla fine delle disposizioni testamentarie, deve contenere nome e cognome del testatore. La data deve contenere giorno, mese e anno in cui il testamento è scritto.
  • Il testamento pubblico:è uno dei due tipi di testamento redatti dal notaio nella forma di atto pubblico. Chi fa testamento deve essere in presenza di due testimoni (o di quattro, se incapace di leggere o scrivere oppure se sordo, muto o sordomuto) e dichiarare la sua volontà al notaio, il quale la riceve, trascrive e legge al testatore in presenza dei testimoni. Queste formalità sono indicate nel testamento stesso, che deve essere sottoscritto dal testatore, dai testimoni e dal notaio.

Anche in questo caso devono essere indicati il luogo, la data del ricevimento e l’ora della sottoscrizione.

  • Il testamento segreto: il testatore consegna al notaio una schedacontenente le disposizioni testamentarie. Il notaio la riceve e conserva. Questa consegna avviene di persona, in presenza di due testimoni, e il notaio provvederà a sigillare la scheda testamentaria. Sullo stesso involucro contenente la scheda, il notaio riporterà l’atto di ricevimento, che sarà sottoscritto da lui stesso, dal testatore e dai testimoni.
  • testamenti speciali: si tratta didichiarazioni rese dal testatore a un pubblico ufficiale (o figura equivalente) in circostanze particolari. Hanno un’efficacia limitata nel tempo, ossia tre mesi dal ripristino della situazione ordinaria.

Il testamento può essere sempre modificato e revocato dal testatore, inoltre, il legislatore non consente che un testamento venga riferito oralmente, per cui la volontà testamentaria non espressa in una delle anzidette forme previste dalla legge è priva di valore giuridico.

 3) Donazione e successione: di cosa si tratta?

Nel corso della propria esistenza, chiunque può decidere di donare i propri beni a un altro soggetto. Una donazione, per essere ritenuta tale, deve essere realizzata per puro spirito di liberalità, comportando un volontario arricchimento del beneficiario (c.d. donatario) e, contemporaneamente, un impoverimento del donante.

Talvolta, può accadere che una donazione fatta da un soggetto quando era ancora in vita vada a ledere i diritti degli eredi c.d. legittimari.

Ebbene, prima di analizzare il rapporto tra donazione e successione, è utile ricordare che la legge riserva ai legittimari (coniuge, discendenti o ascendenti) una quota dell’eredità che non potrà essere lesa dalle disposizioni testamentarie né, tantomeno, dalle eventuali donazioni fatte in vita dal defunto.

Pertanto, se a causa di alcune donazioni effettuate in vita dal de cuius un legittimario ha subito la lesione della sua quota legittima, le liberalità resteranno comunque valide ed efficaci, ma l’erede che ha subito un’ingiusta diminuzione dei propri diritti successori potrà esercitare la  c.d. azione di riduzione sulle donazioni.

A tal proposito, l’ordinamento stabilisce che le donazioni si riducono cominciando dall’ultima e risalendo via via a quelle anteriori.

Occorre precisare, inoltre, che tali donazioni potranno essere ridotte soltanto dopo che sia stato esaurito il valore dei beni di cui è stato disposto per testamento. Ciò significa che il legittimario leso dovrà, dapprima, agire per la riduzione delle quote spettanti agli altri eredi e ai legatari e, successivamente, ove risulti ancora insoddisfatto, potrà agire per la riduzione delle donazioni, partendo da quella più recente.

Ulteriori conseguenze giuridiche si producono se il de cuius, in vita, ha effettuato delle donazioni in favore degli stessi legittimari; infatti, laddove quest’ultimi – che hanno fruito di una donazione – decidano di accettare espressamente o tacitamente l’eredità, saranno obbligatoriamente soggetti alla c.d. collazione: trattasi di un istituto che opera al fine di ricondurre all’interno dell’asse ereditario tutti i beni donati, direttamente o indirettamente, dal de cuius agli stessi legittimari, per ripristinare tra questi una parità di trattamento nella ripartizione del patrimonio oggetto di successione.

Infine, è bene evidenziare le differenze tra la “collazione” e “l’azione di riduzione”, dato che, pur intervenendo entrambi per comporre situazioni di disuguaglianza, si differenziano sia per lo scopo che per ambito di operatività.

Infatti, mentre la collazione è diretta a garantire un eguale trattamento tra i legittimari, non in quanto tali, ma solo nel caso in cui tra gli stessi vi siano anche dei donatari, non dispensati dal de cuius dall’obbligo di conferimento dei beni, l’azione di riduzione viene esercitata per rendere inefficaci le donazioni compiute in vita dal defunto qualora abbiano leso la quota di eredità spettante ad un legittimario.

4) Avvocati esperti in Successioni ed Eredità

La consulenza da parte di avvocati esperti in successioni ed eredità garantisce non soltanto la più efficace tutela dei diritti successori, ma anche un’equa ripartizione del patrimonio ereditario.

In concreto, l’avvocato specializzato in casi di eredità presta la propria competenza, principalmente:

 – nella redazione del testamento, consigliando al testatore la migliore soluzione giuridica da adottare, per prevenire futuri contrasti tra gli eredi;

– nella fase successiva al decesso della persona, per assistere ed eventualmente rappresentare in giudizio, uno o più chiamati all’eredità (eredi legittimari, legittimi o testamentari) o chiunque si sentisse leso nei propri diritti successori, da altri chiamati all’eredità.

nella fase di divisione ereditaria, vale a dire quando non vi sia un accordo tra i coeredi su come suddividere fisicamente il patrimonio del de cuius, in modo tale che ognuno abbia una porzione corrispondente alla propria quota di eredità.

E’ fondamentale, dunque, rivolgersi a un professionista competente nella materia, in grado di fornire utili consigli, diretti a evitare future controversie familiari.

5) Ti serve subito un avvocato?

Ti occorre un avvocato competente in pratiche di successioni a Lecce? Gli avvocati Mario e Massimo Lazzari, che vantano una solida esperienza in questo complesso settore, sono in grado di fornire la giusta soluzione ad ogni questione ereditaria.

Hai bisogno di un avvocato specializzato in successioni a Bologna? L’avvocato Maurizio Lazzari, e i suoi consulenti specializzati, ti forniranno il supporto necessario per far valere i tuoi diritti ereditari.

 – Necessiti di un legale esperto in successioni a Roma? Puoi contare sull’esperienza ventennale che l’avvocato Alessandra Giurgola, con l’assistenza dei suoi collaboratori, mette a tua completa disposizione.

 

 

DIVISIONE EREDITARIA: Nomina anche per gli Avvocati

 Con il  “decreto del fare” in assenza di controversie, è possibile per gli eredi ed eventuali creditori “domandare la nomina di un un avvocato aventi sede nel circondario al quale demandare le operazioni di divisione”, estendendo quindi anche agli avvocati tale possibilità. Ed invero, ai sensi dell’ ART. 791-bis. (Divisione a domanda congiunta)”Quando non sussiste controversia sul diritto alla divisione né sulle quote o altre questioni pregiudiziali gli eredi o condomini e gli eventuali creditori e aventi causa che hanno notificato o trascritto l’opposizione alla divisione possono, con ricorso congiunto al tribunale competente per territorio, domandare la nomina di un notaio ovvero di un avvocato aventi sede nel circondario al quale demandare le operazioni di divisione. Le sottoscrizioni apposte in calce al ricorso possono essere autenticate, quando le parti lo richiedono, da un notaio o da un avvocato. Se riguarda beni immobili, il ricorso deve essere trascritto a norma dell’articolo 2646 del codice civile. Si procede a norma degli articoli 737 e seguenti del presente codice. Il giudice, con decreto, nomina il professionista incaricato, eventualmente indicato dalle parti e, su richiesta di quest’ultimo, nomina un esperto estimatore.

Quando risulta che una delle parti di cui al primo comma non ha sottoscritto il ricorso, il professionista incaricato rimette gli atti al giudice che, con decreto, dichiara inammissibile la domanda e ordina la cancellazione della relativa trascrizione. Il decreto è reclamabile a norma dell’articolo 739.

Il professionista incaricato designato, sentite le parti e gli eventuali creditori iscritti o aventi causa da uno dei partecipanti che hanno acquistato diritti sull’immobile a norma dell’articolo 1113 del codice civile, nel termine assegnato nel decreto di nomina predispone il progetto di divisione o dispone la vendita dei beni non comodamente divisibili e dà avviso alle parti e agli altri interessati del progetto o della vendita. Alla vendita dei beni si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni relative al professionista delegato di cui al Libro terzo, Titolo II, Capo IV, Sezione III, § 3-bis.

Entro trenta giorni dal versamento del prezzo il professionista incaricato predispone il progetto di divisione e ne dà avviso alle parti e agli altri interessati.

Ciascuna delle parti o degli altri interessati può ricorrere al Tribunale nel termine perentorio di trenta giorni dalla ricezione dell’avviso per opporsi alla vendita di beni o contestare il progetto di divisione.

Sull’opposizione il giudice procede secondo le disposizioni di cui al Libro quarto, Titolo I, Capo III bis; non si applicano quelle di cui ai commi secondo e terzo dell’articolo 702-ter. Se l’opposizione è accolta il giudice dà le disposizioni necessarie per la prosecuzione delle operazioni divisionali e rimette le parti avanti al professionista incaricato.

Decorso il termine di cui al quarto comma senza che sia stata proposta opposizione, il professionista incaricato deposita in  cancelleria il progetto con la prova degli avvisi effettuati. Il giudice dichiara esecutivo il progetto con decreto e rimette gli atti al professionista incaricato per gli adempimenti successivi. »

AZIONE DI RIDUZIONE: Mezzo di impugnazione del testamento e donazioni lesivi dei diritti dei legittimari

 

Nel nostro sistema giuridico, la legge riserva necessariamente a determinati strettissimi congiunti del defunto (coniuge, discendenti e ascendenti, detti “legittimari” o “eredi necessari”) una rilevante quota dell’asse ereditario, anche contro la volontà espressa dal de cuius con testamento o con donazioni fatte in vita (esse anticipano, infatti, la successione): è questa la successione necessaria. Essa costituisce un limite alla libertà testamentaria ed alla stessa libertà di donare, essendo la donazione un anticipo della propria successione.

Può, così, accadere che il testamento o le eventuali donazioni fatte in vita dal testatore ledano i diritti dei legittimari (o eredi necessari).

In questo caso sia il testamento che le donazioni saranno pur sempre atti validi ed efficaci.

Tuttavia, l’erede legittimo dimenticato o leso potrà agire in giudizio con la cosiddetta azione di riduzione delle donazioni o delle disposizioni del testamento che ledono la sua quota di legittima, per ottenere la quota spettante.

L’azione di riduzione è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale, decorrente dall’apertura della successione (secondo le disposizioni di legge la successione si apre nel momento della morte della persona della cui eredità si tratta): pertanto, una donazione lesiva può essere impugnata per dieci anni dalla morte del donante.

Le donazioni effettuate in vita dal defunto si possono ridurre solo se il legittimario escluso o leso non trova di che soddisfare il suo diritto su quanto il de cuius ha lasciato alla sua morte..

Qualora si agisca in riduzione, innanzitutto si riducono le disposizioni testamentarie proporzionalmente (tranne diversa volontà del testatore), successivamente si riducono le donazioni partendo dall’ultima che ha provocato la lesione e via via risalendo a quelle precedenti .

Va, inoltre, ricordato che i soggetti legittimati a proporre l’azione di riduzione non possono rinunciare al diritto di proporla, finché colui della cui eredità si tratta è ancora in vita, né con dichiarazione espressa, né prestando il loro assenso alla donazione. Possono solo prestare acquiescenza alla donazione compiuta, quando il donante sia già morto.

Per evitare la riduzione, si consiglia di accertarsi circa l’esistenza di eventuali legittimari, per rispettare, se esistano, i loro diritti: ciò per evitare la formazione di un atto impugnabile.