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Blog di Notizie giuridiche dagli avvocati delle studio legale Lazzari.

L’INFORTUNIO SUBITO DAL DIPENDENTE DELL’APPALTATORE PRESSO IL COMMITTENTE

L’infortunio sul lavoro rappresenta un’annosa questione che, nel corso degli anni, è stata al centro di numerosi interventi legislativi, i quali hanno avuto il merito di arginare questo preoccupante fenomeno, senza, però, riuscire a eliminarlo in maniera definitiva.

L’ordinamento pone a carico del datore di lavoro il generale obbligo di organizzare i luoghi di lavoro in modo tale da contenere, quanto più possibile, il rischio che i suoi dipendenti possano subire un infortunio o contrarre una malattia.

Inoltre, accade di solito che nei locali di una determinata società, oltre ai propri impiegati, operino i dipendenti di società terze (c.d. appaltatrici) a cui viene richiesta la realizzazione di determinate opere o la fornitura specifici servizi.

Pensiamo, ad esempio, agli operai di un’impresa di pulizie, i quali, quotidianamente, si occupano di ripulire i luoghi della società committente oppure, ancora, ai lavoratori “esterni” che gestiscono una mensa aziendale.

A fronte di una situazione di questo tipo, sorge spontaneo il seguente interrogativo: se un dipendente della società appaltatrice subisce un infortunio, chi dovrà risarcire i relativi danni?

GLI OBBLIGHI DI SICUREZZA E IL DANNO DIFFERENZIALE

 Prima di rispondere alla domanda posta a conclusione del precedente paragrafo, è opportuno ricordare che uno dei principali obblighi assunto dal titolare nei confronti dei propri dipendenti è quello di garantire loro un contesto lavorativo sano e sicuro (c.d. obbligo di sicurezza).

Ebbene, i danni patiti dal lavoratore saranno risarciti dal suo principale soltanto se quest’ultimo non riuscirà a provare di aver adottato ogni misura idonea a prevenire il sinistro o la patologia.

Cosicché, il datore di lavoro, colpevole di non aver assunto le dovute cautele, risponderà a titolo di responsabilità civile o, addirittura, penale qualora la sua condotta integri anche gli estremi di un reato.

Nell’ambito del giudizio di responsabilità civile, una volta accertata la colpa del datore, questi sarà tenuto a risarcire il dipendente infortunato mediante il versamento di una somma a titolo di c.d. danno differenziale (per approfondire leggi articolo: infortunio sul lavoro: indennizzo e risarcimento link:  https://www.studiolegalelazzari.it/infortunio-sul-lavoro-risarcimento), cioè un importo dato alla differenza tra il danno complessivamente subito dal lavoratore e l’indennizzo corrisposto dall’INAIL.

Chi risponde dell’infortunio occorso al dipendente della società appaltatrice?

Quando il dipendente dell’appaltatore subisce un infortunio o una malattia professionale mentre esegue le proprie mansioni presso i locali del committente, diventa assai complicato individuare il soggetto tenuto al risarcimento.

Infatti, se da un lato, è vero che sul datore di lavoro grava il succitato obbligo di sicurezza nei confronti di tutti i suoi dipendenti, è vero anche che, nel caso in esame, il lavoratore subordinato opera in un ambiente di lavoro di proprietà esclusiva del committente, pertanto, per il titolare dell’operaio infortunato risulterebbe estremamente complesso intervenire per ridurre i rischi di incidente.

 È evidente, quindi, come la società committente mai potrà imputare l’intera colpa all’appaltatore per il semplice fatto che quest’ultimo sia il solo datore di lavoro dell’operaio leso, perché anche sul committente grava un obbligo di sicurezza nei confronti dei lavoratori dipendenti dell’appaltatore e può, dunque, rispondere degli infortuni e delle malattie da essi subiti.

Tanto è stato recentemente confermato dalla Corte di Cassazione, che ha trattato la specifica tematica con la sentenza n. 798 del 13 gennaio 2017, precisando che “Il committente, nella cui disponibilità permanga l’ambiente di lavoro, è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie, a tutelare l’integrità e la salute dei lavoratori, anche se dipendenti dell’impresa appaltatrice a cui è stato affidato il lavoro”. In particolare, il caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte trae origine da un sinistro occorso al lavoratore di una ditta appaltatrice, che aveva in affidamento opere venivano eseguite all’interno del cantiere della società committente.

Restiamo a disposizione per chiarimenti. 

La consulenza legale dell’Avvocato Condominio

 Sono circa un milione, le cause civili nate nei condomini e attualmente pendenti nei tribunali del nostro Paese. Sebbene non esistono dati ufficiali, analoghe cifre arrivano anche dal Codacons, la quale ha stilato una classifica sulle regioni con il più alto tasso di litigiosità condominiale, che vede Campania e il Lazio in testa, seguiti da Sicilia e Veneto.

Al fine comprendere le vaste dimensioni del fenomeno, basti pensare che solo nel 2017, sono stati, approssimativamente, cinquecentomila gli italiani che hanno trascinato davanti al giudice i propri vicini di casa.

Senza troppe sorprese, la maggior parte delle controversie condominiali nasce a causa delle immissioni, ossia per via di odori e rumori molesti che da un appartamento si propagano a quelli adiacenti.

Seguono le discussioni sulla sistemazione di veicoli dei singoli condomini nelle aree comuni, spesso parcheggiati in spazi non autorizzati; per non parlare poi dei diverbi sorti per piante sgocciolanti o bucato in evidenza, senza dimenticare le diatribe alimentate dal suono, non sempre tollerabile, proveniente da impianti stereo e strumenti musicali.

Anche gli animali domestici sono frequente motivo di discussione: cani che abbaiano, gatti che miagolano in tarda notte e il cattivo odore che promana dalle lettiere, in primis.

Il malcontento è, inoltre, generato dalla condotta non sempre diligente tenuta dagli amministratori condominiali: è molto frequente, difatti, riscontrare gravi inadempimenti e/o evidenti irregolarità nella loro gestione, che si sostanziano, ad esempio, nell’omessa tenuta della contabilità condominiale, nella mancata convocazione dell’assemblea per l’approvazione del rendiconto o nella confusione tra il loro patrimonio personale e quello del condominio.

Devi sapere che questi sono soltanto alcuni dei principali motivi che quotidianamente scatenano forti litigi negli ambienti condominiali.

Ebbene, se ti ritrovi coinvolto in uno dei casi sopra descritti oppure sei incappato una diversa questione sorta nell’edificio condominiale, è opportuno, allora, che tu ricorra alla consulenza di un avvocato esperto nella risoluzione di controversie condominiali, l’unico professionista in grado di garantire una piena e rapida tutela dei tuoi interessi.

Quando richiedere consulenza legale all’Avvocato Condominio

Il professionista dotato di una qualificata preparazione nel campo del diritto condominiale tratta questioni anche di natura contenziosa, e presta assistenza legale a condomini, singoli condomini e amministratori di condominio, che ritengono siano stati lesi i propri diritti.

In particolare, l’avvocato condominio specializzato in questa delicata materia è in grado di offrire una consulenza legale completa e puntuale, nonché di assistere il cliente nei casi in cui sia necessario procedere, ad esempio:

  • all’impugnazione di delibere assembleari;
  • alla valutazione dei criteri di ripartizione delle spese tra i condomini;
  • all’analisi sulla revisione e corretta applicazione delle tabelle millesimali;
  • all’assistenza stragiudiziale e giudiziale per la tutela – anche in via cautelare d’urgenza – contro molestie e turbative derivanti da immissioni di fumo, rumori, esalazioni;
  • alla revoca dell’amministratore condominiale;
  • alla redazione, interpretazione o impugnazione regolamento condominiale;
  • alla consulenza e assistenza nella gestione e nella tutela delle parti comuni, anche in caso di cattiva esecuzione di lavori effettuati da terzi;
  • alla valutazione dell’operato di amministratori sulla gestione del condominio ed eventuali azioni di responsabilità nei confronti degli stessi o di ex amministratori per “mala gestione”;
  • al disconoscimento di spese urgenti anticipate dal singolo condomino;
  • all’esercizio del diritto di accesso agli atti, esibizione dei documenti condominiali e attività di verifica per la tutela dei titolari di diritti reali e di godimento.

Inoltre, il legale abile nella composizione di liti condominiali, prima di far valere in giudizio le ragioni del suo assistito, ha l’obbligo di avviare una procedura mediazione dinanzi agli appositi organismi, per cercare di raggiungere un’intesa amichevole; tale adempimento obbligatorio è stato introdotto dal legislatore proprio al fine di alleggerire il carico di lavoro dei magistrati, nella speranza di risolvere la maggior parte delle questioni nate per motivi di scarso rilievo.

Appare chiaro, dunque, che la figura dell’avvocato condominiale sia di assoluta importanza per ottenere la miglior tutela possibile, tanto in sede di conciliazione amichevole quanto in un’eventuale fase giudiziale.

Consulenza legale immobiliare

Le vicende giuridiche connesse alle transazioni immobiliari assumono un’importanza considerevole non soltanto in virtù dell’elevato valore economico che caratterizza questo genere di beni ma, soprattutto, per il ruolo fondamentale che essi rivestono nella vita privata ed economica delle persone.

Non è raro che una persona inesperta si avventuri incautamente in una compravendita immobiliare, in un contratto di locazione o in una complicata operazione di affitto di azienda, finendo per ritrovarsi vittima di una truffa oppure, nella migliore delle ipotesi, accettando condizioni contrattuali a dir poco sfavorevoli; ebbene, queste sono alcune delle molteplici situazioni che il soggetto “non addetto ai lavori” potrebbe evitare rivolgendosi ad avvocato immobiliarista, il quale mette al servizio di privati e aziende un’elevata competenza nella materia, attraverso la quale sarà in grado di riconoscere ed evitate le insidie tipiche del settore.

Pertanto, se devi affrontare una transazione immobiliare o sei incappato in un problema riguardante questo tipo di beni, è conveniente che tu richieda, sin da subito, consulenza legale a un avvocato specializzato nell’ambito del diritto immobiliare: un’indispensabile guida che ti assisterà nel corso delle operazioni più delicate, garantendo una completa e pronta tutela dei tuoi interessi.

 Quando ricorrere alla consulenza dell’avvocato immobiliarista

L’avvocato esperto nel campo del diritto immobiliare, attento e diligente, si prefigge il principale obiettivo di comprendere le esigenze del cliente e di assisterlo durante le fasi dell’acquisto o in ogni altra operazione immobiliare, garantendo sempre la massima professionalità.

L’avvocato immobiliarista offre, inoltre, la propria assistenza legale per la tutela della proprietà e del possesso degli immobili, sia in sede giudiziale che in quella stragiudiziale.

In particolare, l’avvocato qualificato in questo specifico settore giuridico, fornisce la propria consulenza legale per sostenere il cliente:

  • nella redazione e durante l’intera procedura che porta alla conclusione di un contratto preliminare, di compravendita, di locazione, di leasing, di affitto di azienda, di permuta, di affitto con riscatto (o rent to buy) oppure nella formulazione di proposte irrevocabili d’acquisto o patti di opzione;
  • nei procedimenti civili e in quelli di mediazione obbligatoria intrapresi a tutela della proprietà immobiliare, di altri diritti reali su cosa altrui e dei diritti personali di godimento, che riguardano, ad esempio:
    • l’acquisto di un immobile per usucapione;
    • i vizi delle opere e le infiltrazioni d’acqua;
    • la garanzia per evizione;
    • le azioni possessorie di reintegrazione, di manutenzione, denunzia di nuova opera o denunzia di danno temuto
    • le azioni petitorie di rivendicazione, negatoria, di regolamento dei confini e per apposizione di termini;
    • gli sfratti per morosità o finita locazione;
    • l’azione per la divisione di immobile in comunione.
  • nei contenziosi contro mediatori e agenzie immobiliari.

Per tali ragioni, è consigliato rivolgersi ad un avvocato esperto nella gestione di pratiche concernenti i beni immobili, anche al solo fine di richiedere un parere legale e scoprire se esiste il modo per poter salvaguardare i propri diritti, evitando così di incorrere in spiacevoli inconvenienti. 

L’importanza dell’avvocato immobiliarista

Generalmente, contratti (o atti unilaterali) con cui si definiscono le operazioni immobiliari si complicano quando al loro interno vengono inseriti i c.d. elementi accidentali, rappresentati dalla condizione, dal termine ed dell’onere (o modus), quest’ultimo con riferimento ai soli contratti a titolo gratuito (come, ad esempio, la donazione, il comodato, il contratto a favore di terzo).

Pensiamo al tipo di termine indicato nel contratto preliminare entro cui è prevista la conclusione del definitivo: talvolta, infatti, è difficile comprendere se il termine apposto dalle parti debba essere considerato “essenziale” oppure “semplice”. La differenza è di non poco conto: la scadenza del “termine essenziale” provoca la risoluzione del contratto che si produce in automatico, ossia con il solo decorso del termine. Invece, qualora non venga rispettato il termine “semplice”, il contraente verrà considerato sì inadempiente, ma il contratto continuerà comunque a produrre i suoi effetti vincolanti.

Allo stesso modo, le parti possono prevedere l’inserimento delle c.d. “condizioni”, le quali subordinano l’efficacia o la risoluzione del contratto al verificarsi di un evento futuro e incerto; per fare un esempio, nel caso di compravendita immobiliare accade normalmente che il promissario acquirente s’impegni ad acquistare un determinato immobile a patto, però, che riesca ad ottenere un mutuo necessario per il pagamento del prezzo di vendita.

Delle questioni giuridiche possono sorgere, soprattutto, con riferimento agli obblighi fondamentali che scaturiscono da un contratto di vendita immobiliare qual è, ad esempio, l’obbligo di “consegnare il bene”; infatti, qualche volta accade che con la stipula del rogito notarile l’acquirente non ottenga immediatamente il materiale possesso del bene, ma che il venditore richieda un po’ di tempo prima di procedere alla sua consegna effettiva oppure potrebbe verificarsi lo scenario inverso che vede il compratore immesso nell’effettivo possesso dell’immobile già prima della sottoscrizione definitivo: in quest’ultima ipotesi, cosa accadrebbe se il promissario acquirente non intendesse più stipulare il contratto definitivo?

Ebbene, è facile comprendere quanto diverse siano le insidie che si nascondono dietro ad un accordo contrattuale che abbia a oggetto un immobile e quanto utile sia, dunque, ricorrere alla consulenza legale di un avvocato specializzato nella risoluzione di questioni che nascono dal godimento o dalla gestione di tali beni.

Consulenza legale Avvocato successioni

È risaputo che la materia delle successioni ereditarie rappresenta un ambito giuridico particolarmente tecnico e complesso, poiché riguarda il passaggio di beni e diritti che, generalmente, si realizza tra soggetti legati da un rapporto di parentela e che, talvolta, coinvolge anche soggetti che, nonostante non siano parenti del defunto, sono comunque molto cari a quest’ultimo. È noto, inoltre, come questo complicato fenomeno, spesso, produca inevitabili ripercussioni sugli equilibri familiari, specie quando il valore delle sostanze da trasmettere risulta essere molto elevato.

In questi casi, è conveniente, dunque, rivolgersi a un avvocato esperto nel settore delle successioni, capace di fornire consulenze legali qualificate e di garantire al cliente un’assistenza rapida, attenta ed efficace; il professionista competente in questa delicata materia è l’unico in grado di chiarire, sin dai primi incontri, quali sono i diritti che sorgono in capo all’erede in occasione della morte di un suo congiunto e in che modo tali diritti potranno essere concretamente rivendicati.

Dunque, se sei coinvolto in un “duro conflitto” tra più coeredi e vuoi recuperare la quota ereditaria di tua spettanza, ti consigliamo, prima di tutto, di affidarti alla consulenza di un avvocato specializzato nel settore, abile nella risoluzione di ogni questione giuridica riguardante il diritto successorio e in grado, quindi, di far valere i Tuoi diritti tanto in via stragiudiziale quanto, se necessario, mediante il ricorso al giudice.

 Perché affidarsi a un Avvocato esperto in successioni

Si sa che la morte di una persona, oltre a generare dolore e sofferenza alle persone vicine, si pone anche come causa di bruschi conflitti tra i suoi parenti, desiderosi di accaparrarsi la più vantaggiosa parte di eredità. Infatti, capita che a fronte di un testamento scritto in un certo modo e/o di donazioni fatte in vita dal defunto in favore di determinati soggetti, scattino dei meccanismi di gelosia e invidia tra gli eredi che sfociano, quasi sempre, in complessi e duraturi giudizi, che comportano, a loro volta, un grosso dispendio di tempo e denaro.

Come poc’anzi accennato, l’ambito delle successioni rappresenta un settore molto complesso del diritto civile e, solitamente, la maggior parte dei soggetti chiamati all’eredità non è a conoscenza dei propri diritti ereditari o nulla sa sugli adempimenti che devono essere sbrigati immediatamente dopo la morte del congiunto oppure, ancora, ignora completamente quelli che sono i requisiti minimi affinché un testamento possa essere considerato valido ed efficace.

Per tutti questi motivi, è fortemente consigliato rivolgersi ad un avvocato esperto nella gestione di pratiche concernenti le successioni ereditarie, anche solo per richiedere un parere legale e scoprire come poter salvaguardare i propri interessi.

L’attività svolta dall’Avvocato successioni

L’avvocato dotato di ampia competenza in questo settore è certamente in grado di offrire una consulenza legale globale e di assistere adeguatamente il cliente nei casi in cui sia necessario, ad esempio, procedere:

  • all’accettazione dell’eredità (consigliando l’erede sull’opportunità di eseguire un’accettazione pura e semplice o con beneficio di inventario);
  • alla dichiarazione di successione;
  • alla redazione dell’inventario;
  • alla divisione dei beni che rientrano nell’asse ereditario;
  • all’interpretazione ed impugnazione dei testamenti;
  • alla successione in assenza di testamento (o successione legittima)
  • alla proposizione di un’azione di riduzione in caso di lesione della quota di legittima riservata agli eredi legittimari
  • all’esercizio di una petizione ereditaria, per agire contro chi possiede dei beni ereditari senza alcun titolo, al fine di ottenerne la restituzione.

Più in generale, l’avvocato abile nel campo delle successioni, svolge ogni altra azione (amichevole o contenziosa) che sia indispensabile per la tutela delle ragioni del proprio assistito.

Ebbene, il nostro consiglio, qualora ti ritrovassi davanti ad una delle questioni sopra elencate (o ad altre altrettanto importanti), è quello di affidarti a un legale che negli anni abbia maturato una solida esperienza nel campo del diritto ereditario, poiché solo un professionista esperto e qualificato in quest’ostica materia individuerà la migliore strategia diretta a far valere i Tuoi diritti di erede.

Consulenza legale avvocato malasanità

Tra i fatti di cronaca, talvolta, capita di apprendere notizie sulle disavventure di soggetti entrati in ospedale per sottoporsi ad una banale operazione chirurgica o a un routinario intervento estetico, e dimessi, tuttavia, con danni che ne hanno compromesso irrimediabilmente la salute o che, addirittura, hanno causato la morte degli stessi.

Una diagnosi errata o ritardata, eccessiva lentezza nei soccorsi, disservizi nei ricoveri ospedalieri, somministrazione di farmaci sbagliati, malattie e infezioni contratte a causa di emotrasfusioni: questi sono soltanto alcuni dei numerosi episodi di malasanità che si verificano all’interno dei nostri ospedali; un altro aspetto certamente preoccupante è rappresentato dal fatto che, molto spesso, chi si ritrova in queste sfortunate situazioni, offuscato da un forte senso di rabbia e frustrazione, non sa bene a chi rivolgersi per ottenere il giusto risarcimento dei danni sofferti.

È utile sapere che, generalmente, la responsabilità della struttura ospedaliera o del personale sanitario scatta quando, a seguito di un intervento, una cura o una terapia, il paziente subisce un peggioramento delle proprie condizioni di salute.

Ebbene, se sei stato vittima di un caso di malasanità, è opportuno, per prima cosa, che tu richieda l’assistenza di un avvocato esperto in questo delicato settore, l’unico professionista in grado di garantire la piena tutela dei tuoi interessi. 

Consulenza legale malasanità: l’attività svolta dall’avvocato specializzato

Come poco fa accennato, è conveniente che la vittima di un errore medico ricorra alla consulenza di un avvocato esperto nella gestione di casi di malasanità, il quale, in base alle richieste, potrà rendere un parere legale che dia immediata risposta a dubbi e quesiti posti dal cliente oppure fornire assistenza giudiziale (e/o stragiudiziale); in quest’ultima ipotesi, l’avvocato illustrerà al cliente la necessità di verificare, innanzitutto, se il danno sofferto possa essere attribuito ad una responsabilità medica; solo in seguito, qualora un errore medico venga effettivamente accertato, il professionista indicherà al suo assistito in che modo ottenere il giusto risarcimento: in sostanza, l’attività di assistenza e consulenza dell’avvocato malasanità consisterà nella preliminare esposizione, e successiva (graduale) attuazione, della procedura di seguito illustrata:

  • in primo luogo, il legale suggerirà al paziente di raccogliere la documentazione medica in suo possesso e richiedere alla struttura ospedaliera una copia della cartella clinica;
  • ottenuti tutti i documenti, l’avvocato si avvarrà della collaborazione di un medico legale di fiducia dotato di conoscenze specialistiche, che avrà il compito di verificare l’esistenza di eventuali responsabilità mediche, e i risultati della sua analisi verranno presentati al legale sotto forma di parere scritto;
  • nel caso in cui il perito di parte accerti, dunque, la presenza di un errore medico, l’avvocato invierà ai soggetti responsabili (ente ospedaliero e/o personale sanitario oppure, ancora, l’ASL, qualora sia coinvolta una struttura pubblica) una richiesta formale di risarcimento;
  • una volta ricevuta la richiesta risarcitoria, l’Ente ospedaliero e/o il professionista responsabile chiameranno in garanzia la propria compagnia assicuratrice;
  • a questo punto, il legale si occuperà della fase di liquidazione, che generalmente prevede una nuova visita medico-legale, che verrà eseguita da un medico incaricato dalla compagnia assicuratrice;
  • nel caso in cui la visita confermasse la presenza di una responsabilità, le parti cercheranno di raggiungere un’intesa sull’entità del risarcimento;
  • se invece la visita non rilevasse la presenza di una responsabilità medica, il danneggiato potrà comunque rivolgersi al giudice civile per far valere i suoi diritti;
  • tuttavia, il ricorso al giudice dovrà essere necessariamente preceduto da un tentativo di mediazione obbligatoria, che dovrà svolgersi presso un organismo di mediazione, con l’assistenza di un legale;
  • se anche la procedura di mediazione non consentisse alle parti di raggiungere un accordo, l’avvocato citerà in giudizio medici e/o strutture sanitarie e/o ASL competente, al fine di ottenere ad una sentenza di condanna al risarcimento di tutti i danni subiti dal suo cliente.

 Avvocato malasanità o società infortunistica: a chi rivolgersi?

 Meglio scegliere un avvocato dotato di elevata esperienza in materia di responsabilità medica oppure rivolgersi a una società d’infortunistica? Questa è una delle domande che frequentemente pone chi è rimasto coinvolto in un caso di malasanità.

Per rispondere a tale quesito, è sufficiente evidenziare che solo un avvocato serio e competente, prima di fornire la propria consulenza legale, svolge una serie di attività preparatorie, indispensabili per il buon esito della pratica; in particolare, il professionista opera al fine di:

  • ricostruire il fatto storico, valutandone gli aspetti giuridici;
  • formulare appropriati quesiti al medico legale di fiducia;
  • chiarire al cliente il contenuto della perizia medica evidenziando l’eventuale possibilità di far valere il suo diritto al risarcimento dei danni;
  • ricercare pronunce giurisprudenziali che abbiano trattato casi simili a quello sottoposto alla sua attenzione;
  • individuare la migliore strategia nell’interesse del cliente.

È evidente che le attività sopra elencate, svolte in maniera attenta e puntuale da un avvocato qualificato, difficilmente sarebbero garantite, allo stesso modo, da una società d’infortunistica, la quale, non è composta da avvocati specializzati, ma si avvale del contributo di soggetti abituati a trattare, in maniera sommaria, questioni risarcitorie connesse a vari settori; inoltre, una tesi difensiva ben costruita da un legale esperto nella pratiche di malasanità, laddove non consentisse il raggiungere un accordo bonario, verrebbe comunque efficacemente adottata dal professionista in sede giudiziale; diversamente, se l’agenzia d’infortunistica non riuscisse a trovare un’intesa amichevole, dovrebbe necessariamente rivolgersi ad un avvocato esterno, con un inevitabile aggravio di costi e spese a carico del cliente.

Questi sono soltanto alcuni dei motivi per cui è conveniente richiedere, sin dal principio, la consulenza di un avvocato dotato di un’ottima preparazione e che abbia acquisito una solida esperienza grazie ai numerosi casi di malasanità trattati durante l’esercizio della professione. 

Scegliere l’avvocato malasanità per la sua specializzazione e non per la collocazione geografica

La prestazione professionale eseguita dai medici e dal personale sanitario è senza dubbio un’attività complessa, priva di assolute certezze riguardo, soprattutto, agli esiti degli interventi chirurgici e delle terapie farmacologiche somministrate; dunque, come più volte sottolineato nei precedenti paragrafi, prima di pensare ad una qualsiasi azione legale diretta ad ottenere un risarcimento danni da malasanità, occorre prima accertare l’effettiva esistenza di negligenze e imperizie da parte del personale medico, attraverso un’attenta analisi del caso tramite il prezioso contributo di consulenti e medici legali specializzati.

Ciò che realmente conta, quindi, è individuare un avvocato diligente e scrupoloso, che da tempo si occupa di pratiche di responsabilità medica, dal momento che il luogo “fisico” da cui lo stesso esercita la propria attività professionale assume un’importanza assolutamente marginale. Infatti, oggigiorno, l’utilizzo di moderne tecnologie consente al cliente di richiedere e ricevere la consulenza legale stando comodamente seduto sulla poltrona di casa.

Inoltre, l’attuale gestione telematica del processo civile annulla completamente le distanze tra legale e assistito: ciò significa, in altri termini, che potrai essere assistito in giudizio anche da un avvocato titolare di uno studio legale situato a centinaia di chilometri dalla tua abitazione.

Pensioni militari: cosa sono e come funzionano

Equo indennizzo e pensioni privilegiate militari: cosa sono e come funzionano

Ecco offerto un ulteriore contributo, utile ed essenziale, su Pensioni privilegiate militari ed equo indennizzo, che rappresentano i principali trattamenti economici concessi al pubblico dipendente che abbia riportato infermità o lesioni (oppure il decesso) a causa del servizio svolto.

In questa guida vedremo in sintesi: che cosa sono, a chi spettano, e come si calcolano.

Pensioni comparto sicurezza

Prima di comprendere quali categorie di pubblici dipendenti godono, oggi, dei benefici economici che derivano dal riconoscimento della dipendenza di patologie e lesioni da causa di servizio, è bene ricordare che l’articolo 6 del c.d. decreto Monti (D. L. del 6 dicembre 2011, n. 201) ha abolito gli istituti dell’equo indennizzo e della pensione privilegiata

Dunque, a seguito di tale riforma, i destinatari dei benefici in esame non sono più tutti i dipendenti pubblici, ma solo quelli che appartengono al comparto sicurezza, difesa, vigili del fuoco e soccorso pubblico.

Nello specifico, potranno ancora beneficiare tanto dall’equo indennizzo e quanto della pensione di privilegio, i dipendenti pubblici appartenenti:

  • alle Forze Armate, ossia Esercito, Marina e Aeronautica;
  • all’Arma dei Carabinieri;
  • alla Forza di Polizia a ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia Penitenziaria, Polizia Locale) e militare (ad esempio la Guardia di Finanza);
  • al Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco e soccorso pubblico. 

Nell’ambito delle pensioni privilegiate, è opportuno distinguere tra:

  • Pensioni privilegiate ordinarie (militari)
  • Pensione privilegiata tabellare (dei militari di leva)

Il presupposto comune alle due prestazioni è rappresentato da una menomazione dovuta a causa del servizio prestato, non più suscettibile di alcun miglioramento.

Calcolo equo indennizzo

Equo indennizzo: cenni

L’equo indennizzo è una somma di denaro corrisposta una tantum (cioè una volta soltanto) dall’Amministrazione in favore pubblico dipendente nel caso in cui quest’ultimo abbia subito una lesione o infermità a causa del servizio svolto e ne siano derivate delle invalidità permanenti riconducibili a una delle tabelle (A o B) allegate al DPR 30 dicembre 1981, n. 834, indipendentemente da responsabilità della Pubblica Amministrazione e prescindendo dall’eventuale contemporanea o successiva concessione della pensione privilegiata per la stessa infermità invalidante.

In breve, ai fini del riconoscimento dell’equo indennizzo devono ricorrere i seguenti requisiti:

  • l’infermità subita dal dipendente sia stata giudicata dipendente da causa di servizio;
  • sia derivata un’invalidità ascrivibile ad una delle categorie di cui alle Tabelle A e B allegate al DPR 30.12.1981, n. 834, (che ha sostituito le tabelle allegate al DPR 23.12.1978, n. 915);
  • la menomazione si sia definitivamente stabilizzata;
  • la relativa domanda di riconoscimento della causa di servizio sia stata presentata entro sei mesi dalla data in cui si è verificato l’evento dannoso o da quella in cui l’interessato ha avuto conoscenza dell’infermità (art. 2 DPR n. 461/2001);
  • il dipendente abbia presentato all’amministrazione di appartenenza un’apposita domanda di concessione dell’equo indennizzo.

Per il calcolo dell’equo indennizzo occorre considerare lo stipendio tabellare annuale, della qualifica o livello, percepito al momento della presentazione della domanda per il riconoscimento di questo beneficio, escludendo tutti gli importi aggiuntivi diversi dallo voce “stipendio”, quali ad esempio: gli scatti di anzianità, l’assegno ad personam, la tredicesima mensilità, l’indennità integrativa speciale, le quali, nonostante siano voci retributive con carattere fisso e continuativo, sono comunque state escluse dal legislatore ai fini della determinazione dell’equo indennizzo.

Va infine evidenziato che, nel caso in cui la domanda di riconoscimento della causa di servizio sia presentata dall’ex dipendente dopo il suo collocamento a riposo, lo stipendio da prendere in considerazione ai fini del calcolo dell’equo indennizzo è quello spettante al momento della cessazione dal servizio.

Oltre al valore dello stipendio tabellare annuale, occorre indicare la categoria di appartenenza della lesione o dell’infermità accertata, vale a dire una delle categorie della Tabella A o l’eventuale riconducibilità alla Tabella B e, infine, l’età del dipendente.

Si considera l’età che il richiedente presenta al momento dell’evento dannoso o, laddove tale momento non possa essere individuato con esattezza, si considera l’età alla data di presentazione della domanda di equo indennizzo o di dipendenza da causa di servizio.

L’equo indennizzo che si ottiene dal calcolo sopra descritto, deve essere ridotto del 50% se l’istante percepisce anche la pensione privilegiata.

L’equo indennizzo si riduce del 25% o del 50% se il dipendente ha superato il cinquantesimo o il sessantesimo anno di età al momento dell’evento che ha provocato il danno (prescindere da quando venga accertata la dipendenza da cause di servizio, accertamento che può anche avvenire in un secondo momento).

E’ importante precisare che tale beneficio economico non ha carattere né retributivo, né risarcitorio ma puramente indennitario e la giurisprudenza ritiene tale indennizzo totalmente cumulabile con il risarcimento del danno.

L’equo indennizzo non è altresì cumulabile con un’eventuale rendita INAIL per malattia professionale e non è un reddito imponibile ai fini IRPEF. 

Pensione privilegiata ordinaria

La pensione privilegiata ordinaria è un trattamento economico previsto dall’ art. 67 del DPR n. 1092/1973 e compete al dipendente pubblico che diventi “inabile” al servizio in modo assoluto e permanente per lesioni o infermità derivanti da causa di servizio; prende il nome di “privilegiata” perché viene riconosciuta a prescindere dall’età del dipendente e dall’anzianità contributiva da questi maturata, in altri parole, è sufficiente anche un solo giorno di servizio per godere del beneficio.

La pensione privilegiata ordinaria non si aggiunge alla normale pensione relativa allo stesso rapporto di lavoro che l’ha generata, ma la sostituisce. Essa, però, può essere cumulata ad altri emolumenti economici corrisposti per l’esercizio di altra attività lavorativa o con un altro trattamento percepito a seguito di collocamento a riposo (c.d. trattamento di quiescenza).

Affinché possa essere attribuito il trattamento di privilegio al personale delle forze dell’ordine e militare non sempre è indispensabile il requisito dell’inabilità al servizio, potendo essere invece sufficiente il riconoscimento della causa di servizio con iscrizione a categoria tabellare.

Infatti, nei confronti del suddetto personale, la pensione privilegiata spetta:

  • ai dipendenti pubblici che siano dichiarati permanentemente non idonei al servizio militare per effetto di infermità/lesioni riconosciute dipendenti da causa di servizio;
  • ai dipendenti pubblici che, dopo la cessazione dal servizio, chiedano la concessione del trattamento privilegiato per infermità/lesioni già riconosciute dipendenti da causa di servizio ed ascritte a categoria, ovvero da riconoscere dipendenti.

La prestazione privilegiata ordinaria è riconosciuta a vita e termina, quindi, con la morte del dipendente.

Per il calcolo pensione privilegiata dei militari occorre sempre fare riferimento a due tabelle allegate al D.P.R. n. 834/81, già menzionate a proposito del calcolo dell’equo indennizzo.

La tabella A si suddivide in 8 categorie e può essere applicata per i casi di lesioni ed infermità con diritto ad un assegno temporaneo o a pensione.

Le categorie di cui alla Tabella A – che riguardano lesioni o infermità che comportano l’assegnazione oltre che di equo indennizzo, di pensione privilegiata o di assegno privilegiato rinnovabile – corrispondono, indicativamente, ad una riduzione della capacità lavorativa generica pari a:

1° categoria 100 – 80%
2° categoria  80-75%
3° categoria  75 – 70%
4° categoria  70 – 60%
5° categoria   60 – 50%
6° categoria 50 – 40%
7° categoria 40 – 30%
8° categoria 30 – 20%

La Tabella B invece comprende infermità e lesioni che hanno prodotto menomazioni con perdita della capacità lavorativa inferiore al 20%.

 In concreto, rientrano nell’ambito della Tabella A, ad esempio, la perdita totale di una mano e di un piede (prima categoria) e bronchite cronica. (ottava categoria), mentre nella Tabella B rientrano, sempre a titolo esemplificativo, i disturbi cardiaci di lieve entità;

 Il legislatore non precisa la percentuale minima indennizzabile, tuttavia, secondo le direttive della Corte dei Conti, si ritiene non indennizzabile una riduzione della capacità lavorativa inferiore al 10%. 

Aggravamento causa di servizio

In caso di aggravamento della menomazione dell’integrità fisica, psichica o sensoriale per la quale è stata, prima, accertata la dipendenza da causa di servizio e, in seguito, concesso l’equo indennizzo e/o la pensione privilegiata, il dipendente pubblico può:

  • con riferimento all’equo indennizzo, l’art 14 comma 4 DPR n. 461/2001 stabilisce che entro cinque anni dalla data di comunicazione del provvedimento di prima concessione, l’interessato possa chiedere all’Amministrazione di appartenenza, per una sola volta, la revisione dell’equo indennizzo già concesso;
  • in merito al trattamento pensionistico privilegiato, l’art. 70 del DPR 1092/73 prevede che nei casi d’aggravamento delle infermità o delle lesioni per le quali è stata già attribuita la pensione privilegiata, l’interessato possa chiedere, senza limiti di tempo, l’accertamento di tale peggioramento con apposita domanda, supportata da idonea documentazione medica, all’Amministrazione d’appartenenza.

Inoltre, può richiedere il riconoscimento dell’aggravamento, ai fini della pensione privilegiata, anche il dipendente al quale tale beneficio sia stato negato.

Nell’ipotesi in cui la domanda di aggravamento venga respinta, essa potrà essere rinnovata non più di due volte per la stessa infermità o lesione. È ammessa, tuttavia, un’ulteriore istanza (la quarta), solo dopo che siano trascorsi dieci anni dalla data di presentazione della domanda definita con il terzo provvedimento di rigetto.

Infine, nel caso in cui la P.A. accerti l’aggravamento della menomazione, con conseguente assegnazione di diversa categoria tabellare a cui corrisponde un maggiore beneficio economico;  il nuovo importo corrisposto a titolo di pensione privilegiata decorre dal primo giorno del mese successivo a quello della presentazione della domanda.

Come calcolare pensione militare: info e consigli

Calcola pensione privilegiata Forze di Polizia

Come più volte evidenziato nei precedenti articoli di approfondimento, l’abrogazione della pensione privilegiata ha riguardato il personale civile, ma non quello appartenente alle Forze Armate (Esercito, Marina e Aeronautica), all’Arma dei Carabinieri, alle Forze di Polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Corpo forestale dello Stato e Polizia Penitenziaria) e militare (Guardia di finanza), al comparto vigili del fuoco e soccorso pubblico.

Nei loro confronti, dunque, sia che si tratti di Forze di Polizia ad ordinamento militare che ad ordinamento civile, resta  ferma il riconoscimento dei due tipi di trattamento  pensionistico privilegiato, vale a dire: la pensione privilegiata ordinaria e la pensione privilegiata tabellare.

Calcolo della pensione privilegiata ordinaria

La misura della pensione privilegiata ordinaria è stabilita dall’articolo 67 del D.P.R. n. 1092/1973, il quale prevede che l’importo del beneficio sia determinato in funzione delle varie categorie di ascrivibilità  delle infermità o delle lesioni.

In altri termini, l’importo del trattamento pensionistico, in caso d’infermità o lesioni riconducibili alla prima categoria (infermità gravi) della Tabella A annessa al D.P.R. n. 834/81, è pari al 100% della base (o retribuzione) pensionabile, mentre nell’ipotesi d’infermità o lesioni riconducibili alla seconda, terza, quarta, quinta, sesta, settima od ottava categoria (per infermità via via meno gravi) della medesima Tabella A, l’importo della pensione privilegiata ordinaria si riduce, rispettivamente, al 90, 80, 70, 60, 50, 40 e 30 per cento della base pensionabile, come di seguito indicato nella Tabella illustrativa

Tabelle per il calcolo della misura della pensione privilegiata per i dipendenti appartenenti alle Forze di Polizia a ordinamento civile e militare

Tabella “A” D.P.R. n. 834/81

CATEGORIA

(Lesione o infermità)

MISURA
Prima categoria 100% della retribuzione pensionabile
Seconda categoria 90 % della retribuzione pensionabile
Terza categoria 80 % della retribuzione pensionabile
Quarta categoria 70 % della retribuzione pensionabile
Quinta categoria 60 % della retribuzione pensionabile
Sesta categoria 50 % della retribuzione pensionabile
Settima categoria 40 % della retribuzione pensionabile
Ottava categoria 30 % della retribuzione pensionabile

Nel caso in cui l’appartenente alle Forze di Polizia abbia raggiunto l’anzianità minima per il diritto alla pensione ordinaria di vecchiaia, la pensione privilegiata viene liquidata nella misura normale aumentata di un decimo solo qualora tale importo risulti più favorevole rispetto a quello determinato in base alla categoria di ascrivibilità delle infermità o lesioni.

Le pensioni di settima e ottava categoria sono aumentate, rispettivamente, dello 0,20% e dello 0,70% della base pensionabile per ogni anno di servizio utile, in favore del personale che abbia compiuto almeno cinque anni di servizio effettivo, senza aver maturato l’anzianità minima  richiesta per conseguire la pensione normale.

La pensione così aumentata non può comunque eccedere la misura del 44%.

Nel caso di coesistenza di due infermità o lesioni riconducibili dalla terza all’ottava categoria della Tabella A, l’articolo 72 del DPR 1092/1973 prevede che all’interessato spetta un pensione privilegiata calcolata sulla base della categoria che risulta dal cumulo delle infermità o lesioni medesime, secondo quanto previsto dalla Tabella F-1 allegata al D.P.R. n. 834/81.

Calcolo della pensione privilegiata tabellare

La pensione privilegiata tabellare (art. 67 DPR n. 1092/1973;), assimilabile al trattamento privilegiato di guerra, spetta ai militari di truppa ed ai graduati che abbiano contratto un’infermità durante il servizio di leva ed ai militari e militarizzati con grado inferiore a quello di caporale compreso (art. 67, comma 5, DPR cit.), i quali, abbiano subito, a causa del servizio, una menomazione dell’integrità fisica.

Essa non viene liquidata in relazione alla paga percepita, ma sulla base di apposite tabelle che prevedono sempre otto categorie di pensione d’importo economico differente a seconda della gravità dell’infermità. Più precisamente, i benefici economici derivanti dalla Pensione Privilegiata Tabellare consistono in trattamento economico vitalizio che può corrispondere a un importo mensile che da € 830,00 euro può raggiungere oltre € 1.000,00, esente da tassazione.

Altre prestazioni previdenziali riconosciute alle Forze di Polizia

Nel caso in cui le lesioni o le infermità, inquadrabili in una delle otto categorie della Tabella A allegata al D.P.R. n. 834/81, siano riconosciute suscettibili di miglioramento il personale appartenente alle Forze di Polizia ha diritto al c.d. assegno privilegiato (Art. 68 del più volte citato DPR 1092/1973), corrisposto per un periodo di tempo non inferiore a due anni né superiore a quattro, rinnovabile, previo accertamento sanitario, per l’assegnazione a vita.

Se le infermità o lesioni sono riconducibili all’interno della Tabella B annessa al richiamato al D.P.R. n. 834/81, in quanto di lieve entità, gli interessati hanno diritto ad un’indennità una tantum pari ad una o più annualità della pensione di ottava categoria Tabella A, con un massimo di cinque annualità, in base la gravità della  menomazione riscontrata.

Pensione privilegiata Polizia di Stato: non necessaria inidoneità al servizio 

La pensione privilegiata, spetta anche al dipendente della Polizia di Stato che risulti affetto da infermità o lesioni, dipendenti da fatti di servizio, riconducibili ad una delle 8 categorie della tabella A e non suscettibili di miglioramento.

In passato, poiché la Polizia di Stato rientra nell’ambito Forze di Polizia ad ordinamento civile, non era certo se per l’attribuzione della pensione privilegiata, fosse necessaria l’esistenza dell’ulteriore requisito dell’inidoneità al servizio richiesto dall’art. 64  D.P.R. 1092/1973 come ulteriore presupposto per il riconoscimento della pensione in esame ai dipendenti civili.

Tale dubbio è stato risolto grazie all’intervento della Corte dei Conti, la quale ha precisato, in più occasioni, che al personale della Polizia di Stato continuano ad applicarsi, ai fini dell’acquisizione del diritto al trattamento pensionistico privilegiato, le norme previste per il personale delle Forze Armate e delle Forze di Polizia ad ordinamenti militari.

Ciò significa, quindi, che la pensione privilegiata potrà essere riconosciuta in favore del personale appartenente alla Polizia di Stato anche se l’infermità sofferta non abbia determinato l’inidoneità al servizio (da ultimo, sentenza n. 20/2018 – Corte dei Conti Sezione Giuris. Regione Calabria).

Calcolo Pensione privilegiata Polizia di Stato

Per quanto concerne i tipi di trattamenti pensionistici erogati ai dipendenti pubblici facenti parte della Polizia di Stato e l’ammontare degli stessi, si richiama integralmente quanto illustrato nel precedente paragrafo (Calcola pensione privilegiata Forze di Polizia), poiché, come più volte evidenziato, i trattamenti pensionistici privilegiati continuano ad essere riconosciuti anche al personale appartenente alle diverse Forze di Polizia, siano esse ad ordinamento militare o civile.

In estrema sintesi, è utile comunque ricordare che l’appartenente alla Polizia di Stato ha diritto ad un trattamento economico di privilegio il quale, a seconda che la menomazione, riconducibile in una delle 8 categoria della Tabella A sia  permanente (diritto alla pensione privilegiata ordinaria) o suscettibile di miglioramento (diritto ad assegno privilegiato periodico).

La pensione privilegiata ordinaria è pari al 100% della retribuzione pensionabile se le infermità o le lesioni sono riconducibili alla prima categoria della Tabella A, e si riduce al 90, 80, 70, 60, 50, 40, 30% della retribuzione pensionabile per infermità o lesioni riconducibili, rispettivamente, alla seconda, terza, quarta, quinta, sesta, settima ed ottava categoria.

In ogni caso, la pensione privilegiata ordinaria sarà corrisposta nella misura prevista per la pensione ordinaria aumentata di un decimo, se più favorevole rispetto a quella calcolata sulla base dei parametri della Tabella A, e a condizione che l’interessato, al momento della cessazione del servizio, abbia maturato almeno 15 anni di servizio utile, di cui 12 di servizio effettivo.

I motivi per cui è conveniente rivolgersi all’avvocato del lavoro in caso di licenziamento

Una delle situazioni più spiacevoli per il lavoratore, probabilmente la più temuta, è quella di ricevere una lettera con cui gli viene comunicato di essere stato licenziato.

Il nostro ordinamento prevede una specifica normativa sul licenziamento, introdotta principalmente con lo scopo di tutelare il prestatore e scongiurare possibili abusi da parte del datore di lavoro, il quale può interrompere il rapporto solo nei casi ammessi dalla legge, a pena di illegittimità del licenziamento.

Tuttavia, recenti interventi legislativi hanno peggiorato la posizione del lavoratore, perché hanno reso il rapporto di lavoro subordinato non più stabile e sicuro come in passato.

Per tali motivi, oggigiorno, a fronte di un licenziamento (sia esso per giusta causa, per giustificato motivo oggettivo o soggettivo oppure, ancora, discriminatorio), è sempre conveniente rivolgersi a un avvocato del lavoro esperto in materia, in grado di garantire un’assistenza completa e qualificata.

Attraverso quest’articolo, saranno illustrate le ragioni per le quali è opportuno che il lavoratore, soprattutto in caso di licenziamento, si rivolga all’avvocato specializzato nell’ambito del diritto del lavoro.

 

1) l’avvocato del lavoro eroga un servizio efficace e minuzioso

L’avvocato del lavoro offre un’assistenza dettagliata e scrupolosa in favore del lavoratore vittima di licenziamento, curando ogni aspetto, anche quello che apparentemente può sembrare di secondaria importanza;

In concreto, l’avvocato del lavoro, per prima cosa, controlla se la lettera di licenziamento sia affetta da eventuali vizi procedurali e, in seguito, verifica la legittimità dei motivi addotti dal datore per giustificare l’interruzione del rapporto di lavoro.

Il professionista può accertare, inoltre, la presenza di possibili violazioni che possano comportare una denuncia del datore all’ispettorato del lavoro (es. dichiarata una posizione all’interno dell’azienda differente da quella effettiva).

Nel caso in cui siano riscontrate trasgressioni della normativa posta a tutela del lavoratore, l’avvocato del lavoro redigerà un’accurata impugnativa intimando al datore di lavoro il pagamento delle indennità dovute per legge.

Generalmente accade che il datore di lavoro, ricevuta l’impugnazione del licenziamento, si metterà in contatto con il legale del dipendente per tentare una risoluzione transattiva della controversia.

Qualora non si riesca a raggiungere un accordo bonario, l’avvocato depositerà un ricorso presso il Tribunale del lavoro competente per conseguire la piena tutela degli interessi del lavoratore.

Nell’ipotesi di sentenza favorevole al lavoratore, se il datore non provvede spontaneamente a corrispondere le somme dovute, L’avvocato si occuperà della fase esecutiva, pignorando i beni del debitore per il pieno soddisfacimento del credito vantato dal suo cliente.

È evidente, quindi, come l’avvocato del lavoro seguendo la procedura appena illustrata, miri a conseguire il miglior risultato per il suo cliente.

 2) l’avvocato del lavoro presta un’attività specializzata

In ogni ambito professionale, compreso quello legale, è indispensabile individuare un professionista che tratti esclusivamente (o almeno prevalentemente) una specifica materia, che sia in grado, dunque, di offrire un’assistenza qualificata.

La specializzazione, in genere, garantisce un servizio efficiente, rapido, e un abbattimento dei costi; per tale ragione, l’avvocato del lavoro, avendo maturato un’elevata competenza e una solida esperienza nel settore giuslavoristico, necessita di un tempo molto limitato per la risoluzione delle questioni giuridiche sottoposte, oltre ad essere in grado di fornire al cliente i giusti consigli a seconda dei diversi scenari che possono man mano presentarsi.

È conveniente, dunque, rivolgersi a un avvocato del lavoro piuttosto che a un sindacalista o a un ufficio vertenze perché questi ultimi non sono muniti delle competenze tecniche specializzate, indispensabili per garantire al lavoratore la piena tutela dei suoi interessi.

3) l’avvocato del lavoro è in grado di fronteggiare i tempi tassativi previsti per l’impugnazione del licenziamento

In generale, la tempistica nelle controversie in materia di lavoro è molto importante, perché se da un lato il lavoratore ha sempre la facoltà di opporsi alla volontà del suo datore di lavoro, dall’altro, però, è tenuto a farlo entro termini tassativi; per questa ragione è indispensabile rivolgersi a un avvocato esperto in questo delicato settore, capace di districarsi tra le incalzanti procedure che consentono di salvaguardare i diritti del dipendente.

Ebbene, anche i termini previsti per l’impugnazione del licenziamento sono perentori, per cui se il dipendente li lascia inutilmente scadere, non potrà più contestare la decisione del suo datore. In particolare, è previsto che il licenziamento debba essere impugnato, per iscritto, entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione.

Tuttavia, ciò non è sufficiente: l’impugnazione, infatti, diviene inefficace se, entro i successivi ottanta giorni, il lavoratore non si rivolge al tribunale o non promuove un tentativo stragiudiziale di conciliazione o arbitrato; se il datore di lavoro si rifiuta di perseguire la via stragiudiziale o non intende raggiunge un accordo, il legale del dipendente dovrà depositare il ricorso nella cancelleria del giudice del lavoro entro i successivi 60 giorni che decorrono dal rifiuto o dal mancato accordo.

Ricordiamo, infine, che questa procedura così stringente non è prevista solo per la contestazione del licenziamento, ma è obbligatoria anche per molte altre questioni che scaturiscono sempre dal rapporto di lavoro dipendente.

4) Il lavoratore e non è tenuto al pagamento delle spese di giudizio in caso di soccombenza

Grazie alla recente pronuncia della Corte Costituzionale, il lavoratore che intende rivolgersi al giudice per rivendicare i suoi diritti non rischia più di essere condannato al pagamento delle spese legali, anche se la decisione sia a lui sfavorevole.

L’intervento del giudice delle leggi è risultato sdoveroso poiché, in seguito alla riforma del 2014, si era registrata una forte contrazione delle controversie in materia di lavoro: un dato certamente non generato da un’improvvisa riduzione delle violazioni dei diritti dei dipendenti, ma dovuto alla formulazione dell’art. 92 c.p.c., oggetto di detta riforma, il quale consentiva al giudice di condannare il lavoratore al pagamento delle spese di giudizio nel caso di soccombenza.

Era evidente, quindi, che la maggior parte dei lavoratori dipendenti licenziati, dato l’esito incerto della causa, non poteva permettersi di sostenere anche l’ulteriore pagamento delle spese legali.

In altri termini, prima della pronuncia in esame, il lavoratore che impugnava il licenziamento dinanzi al giudice, rischiava non solo di rimanere senza stipendio, ma di dover pagare, in aggiunta, la parcella del legale del suo datore di lavoro, oltre a quella del suo avvocato.

Per questo motivo, la Corte costituzionale, dichiarando l’illegittimità del disposto contenuto al II comma dell’art. 92 c.p.c., ha ripristinato un importante principio di equità, garantendo così ad ogni dipendente la possibilità di far valere in giudizio i propri diritti senza correre il rischio di dover sostenere integralmente il pagamento delle spese di giudizio.

Diritto di prelazione su immobili

Prelazione legale significato

Diritto di prelazione
Il diritto di prelazione indica, semplicemente, che il bene non potrà essere venduto.

Nell’ambito del mercato immobiliare capita spesso che un determinato immobile sia gravato da prelazione: tale termine indica, semplicemente, che il bene non potrà essere venduto, in piena libertà, a chiunque, in quanto alcuni soggetti beneficiano di una sorta di “precedenza” rispetto ad altri. Essa può essere definita come il diritto che attribuisce al suo titolare (c.d. prelazionario) una posizione di preferenza rispetto ad altri, a parità di condizioni, ai fini della definizione di un determinato negozio giuridico.

La prelazione attribuisce un diritto e non un obbligo: vale a dire che il proprietario del bene (c.d. concedente) non è obbligato a vendere, potendo invece liberamente decidere se alienarlo o meno; qualora, però, si determinasse per il trasferimento del bene, egli dovrà rispettare la precedenza vantata dai titolari del diritto di prelazione, ai quali dovrà formulare la prima proposta di cessione, fatta a parità di condizioni, ossia verrà indicato il medesimo prezzo tanto per i titolari della prelazione, quanto per i terzi che non godono di alcuna precedenza. Vi possono essere, tuttavia, anche dei casi in cui i titolari della prelazione fruiscano di condizioni migliori, potendo beneficiare, ad esempio, di uno sconto sul prezzo di vendita.

Dal canto suo, il prelazionario non è obbligato ad accettare la proposta di vendita, potendo inoltre rinunciare, in qualsiasi momento, al suo diritto di prelazione.

Il diritto di prelazione trova il suo fondamento:

  • nella volontà delle parti: ossia viene concordato contrattualmente;
  • nella legge: nei casi in cui è previsto espressamente da una disposizione

Nel primo caso, le parti stipulano il c.d. patto di prelazione, cioè un accordo con cui s’impegnano a preferire il titolare della prelazione rispetto ad altri soggetti, ove decidessero di trasferire un determinato bene.

Il concedente che trasgredisce l’impegno assunto sarà tenuto al solo risarcimento dei danni in favore del prelazionario, in quanto la prelazione volontaria, avendo  un’efficacia meramente obbligatoria, non può essere opposta nei confronti dei terzi; pertanto, il terzo che abbia acquistato inconsapevolmente il bene gravato da prelazione volontaria non sarà tenuto alla restituzione del medesimo, restando il suo acquisto pienamente valido ed efficace.

Diversamente, la prelazione legale è assistita da efficacia reale e, pertanto, risulta opponibile ai terzi; cosicché, nell’ipotesi in cui sia violato il diritto di prelazione, il prelazionario potrà agire in retratto (o riscatto) nei confronti del terzo acquirente, il quale sarà tenuto alla restituzione del bene in suo favore.

I principali casi di prelazione legale, diffusamente trattati nei successivi paragrafi, sono costituiti dal:

  • diritto di prelazione su immobili ad uso abitativo
  • diritto di prelazione su immobili ereditari
  • diritto di prelazione agraria
  • diritto di prelazione su immobili commerciali

Diritto di prelazione su immobili ad uso abitativo

In materia di locazioni, la legge n 431 del 1998, stabilisce che, a determinate condizioni, se il proprietario di un immobile adibito a uso abitativo concesso in locazione decida poi di venderlo, il conduttore abbia il diritto di prelazione sull’acquisto di tale immobile; l’affittuario, quindi, dovrà essere preferito, a parità di condizioni di vendita, rispetto ad altri soggetti anch’essi interessati a diventare i nuovi proprietari dell’appartamento.

Nel contratto di locazione non può essere inserita (e se presente deve considerarsi nulla) una clausola che prevede la preventiva rinuncia del conduttore al diritto di prelazione; parimenti, non ha effetto la clausola che preveda l’automatica risoluzione del contratto di affitto nel caso in cui il proprietario decida di vendere l’immobile.

Tuttavia, è sempre possibile che il conduttore rinunci al diritto di prelazione una volta che sia venuto in essere, il che può essere anche messo per iscritto una volta verificatisi i presupposti per l’esercizio dello stesso, ma non prima.

In particolare, all’inquilino spetta il diritto di prelazione sull’immobile in affitto se ricorrono i seguenti presupposti:

  1. il locatore, alla prima scadenza, nega il rinnovo del contratto in quanto intende vendere il proprio l’immobile
  2. il locatore non ha la proprietà di altri immobili a uso abitativo oltre a quello nel quale eventualmente abiti.

Pertanto, in presenza delle suddette condizioni, il proprietario, prima di vendere a terzi, deve preventivamente comunicare al conduttore la sua intenzione di alienare l’unità immobiliare.

Di contro, non verrà riconosciuta alcuna prelazione se la vendita interviene dopo la prima scadenza contrattuale, o se il proprietario ha altri immobili ad uso abitativo. Tuttavia, anche in quest’ultime ipotesi, il legislatore ha stabilito che il locatore  ha comunque la pienà facoltà di concedere il diritto di prelazione al conduttore in caso di vendita dell’immobile.

Occorre, nondimeno, evidenziare che il diritto oggetto di trattazione conosce una serie di eccezioni, nello specifico:

  • se il locatore è un coerede ed intende alienare la sua quota di eredità o parte di essa e nella quota stessa è compresa la locazione immobiliare, il diritto di prelazione spetta ai coeredi
  • nel caso in cui la vendita sia destinata al coniuge del locatore o ai suoi parenti entro il secondo grado, al conduttore non spetta alcun diritto e, di conseguenza, il proprietario dell’immobile non è tenuto a comunicargli per iscritto l’intento di vendere.
  • Nell’ipotesi di atti di trasferimento diversi dalla vendita (es. permuta);
  • in caso di vendita dell’immobile a terzi, dopo la prima scadenza contrattuale;
  • per le donazioni e gli altri atti di trasferimento dell’immobile a titolo gratuito;
  • per i trasferimenti non volontari (ad esempio esecuzione forzata o espropriazione per pubblica utilità);
  • allorché l’immobile costituisca oggetto di conferimento apportato in una società;
  • se il proprietario intende alienare l’intero edificio in cui l’unità locata sia parte integrante, salvo che il conduttore riesca a dimostrare che il locatore ha simulato una vendita in blocco, proprio allo scopo di aggirare il suo diritto di prelazione.

Nei casi in cui il conduttore abbia, invece, diritto di prelazione sull’immobile, il locatore, come detto, è obbligato a dargli comunicazione scritta della sua intenzione di vendere il bene.

Tale informazione deve avvenire attraverso un atto notificato mediante l’ufficiale giudiziario, con l’indicazione del corrispettivo e delle condizioni di compravendita. Il locatore è tenuto a invitare il conduttore (o i conduttori) a esercitare o meno la prelazione. Dall’altro lato, l’inquilino dovrà comunicare se intende acquistare o meno entro il termine di sessanta giorni da quello in cui ha ricevuto la comunicazione, mediante atto da notificare, questa volta al locatore, sempre per il tramite dell’ufficiale giudiziario.

Laddove l’inquilino decida di esercitare il proprio diritto di prelazione, dovrà provvedere (contestualmente alla stipula del contratto di compravendita o preliminare) a versare il prezzo di acquisto entro trenta giorni, decorrenti dal sessantesimo giorno successivo a quello in cui gli sia stata notificata la comunicazione del proprietario.

Il locatore che non rispetti la posizione di preferenza dell’inquilino o che comunichi un prezzo di vendita superiore a quello invece concordato con un terzo interessato all’acquisto, commette un illecito che legittima il conduttore a esperire un’azione risarcitoria nei suoi confronti. In ogni caso, l’affittuario che non ha potuto esercitare la prelazione ha il diritto di riscattare la casa nei confronti dell’acquirente entro il termine di decadenza di 6 mesi dalla trascrizione del contratto di acquisto. Resta fermo il diritto del terzo di rivalersi, in seguito, contro il venditore che non ha rispettato la prelazione.

Il conduttore normalmente formula la richiesta di riscatto con atto di citazione in giudizio nei confronti dell’acquirente, ma può farlo anche con una dichiarazione scritta recapitata a all’alienante. In caso di successivi acquirenti dell’immobile la richiesta è fatta nei confronti dell’ultimo avente causa.

Una volta esercitato il riscatto, il conduttore dovrà pagare al terzo acquirente il prezzo indicato nel contratto di vendita concluso con il locatore entro il termine di 3 mesi.

 Diritto di prelazione su immobili ereditati

Il diritto di prelazione nella comunione ereditaria, sorta a seguito della morte del de cuius, è disciplinato dall’art. 732 c.c., secondo cui il coerede, qualora abbia intenzione di alienare la sua quota di eredità, o una parte, a un soggetto estraneo alla comunione medesima, deve preliminarmente notificare agli altri coeredi la proposta di vendita, indicandone il prezzo.

Lo scopo del legislatore era di garantire che i beni rientranti in una massa ereditaria continuassero a restare nell’ambito familiare, limitando così l’ingresso di soggetti estranei nella comunione.

Tuttavia, è possibile che i coeredi rinuncino al diritto di prelazione prima, o anche dopo, la notifica della proposta di vendita.

Il diritto di prelazione esiste soltanto se il coerede intende vendere la propria quota o una porzione di essa, per converso, non opera quando la vendita abbia ad oggetto un singolo bene, come ad esempio un immobile, anche se assoggettato in parte alla comunione ereditaria e in parte a quella ordinaria, atteso che ciò non comporterebbe il subentro di un terzo estraneo nella comunione ereditaria ove questi acquistasse il bene.

Sul punto, a conferma di quanto poc’anzi illustrato, deve richiamarsi una recente sentenza della Suprema Corte, la quale ha stabilito che se uno solo dei coeredi vende un singolo bene, facente parte di una comunione ereditaria, non può essere esercitato dai coeredi il diritto di prelazione ereditaria, previsto dall’art. 732 cc, essendo questo contemplato dalla legge quando l’alienazione effettuata da uno o più dei coeredi riguardi una o più quote ereditarie, e non un bene determinato, in quanto in questa ipotesi non si verifica il subingresso di un estraneo nella comunione ereditaria, che l’istituto del retratto successorio tende ad impedire. (Cfr. Cass. Civ, 4.1.2018, n. 76).

La prelazione ereditaria è esercitabile fin quando la comunione sia in vigore, cioè finché non si sia provveduto alla divisione dei beni rientranti nell’asse ereditario.

Occorre specificare, altresì, che il diritto in esame fa riferimento ai soli negozi che trasferiscono diritti dietro il pagamento di un corrispettivo, vale a dire a titolo oneroso; ciò implica, di conseguenza, che la donazione resta esclusa dalle vicende della prelazione ereditaria.

L’art. 732 c.c., dopo aver posto in capo al coerede l’onere di notificare agli altri condividenti la proposta di vendita della sua quota ereditaria, prevede, in mancanza di tale adempimento, l’ulteriore facoltà dei coeredi prelazionari di esercitare il diritto di riscatto (o retratto successorio) nei confronti dell’acquirente o dei suoi aventi causa.

In altre parole, l’esercizio del diritto di riscatto implica il subentro del coerede, a cui è stata negata la prelazione sulla quota di eredità venduta, nella posizione del terzo acquirente, e ciò con efficacia retroattiva a partire dalla data di definizione della compravendita; dunque, il coerede che esercita il retratto successorio è considerato diretto acquirente rispetto al coerede che ha ceduto la propria quota o parte di essa, quindi le eventuali cessioni della medesima porzione di eredità perdono efficacia ex lege indipendentemente dalla trascrizione del primo atto d’acquisto ovvero della trascrizione degli atti dispositivi successivi.

L’esercizio del retratto successorio è soggetto al termine di prescrizione decennale, decorrente dalla data in cui si è concluso il contratto a titolo oneroso, purché sussista ancora lo stato di comunione ereditaria.

Diritto di prelazione su immobili confinanti

Il proprietario di un’abitazione situata all’interno di un edificio condominiale non ha il diritto di prelazione qualora il vicino di casa intenda vendere il proprio immobile, sia che si tratti dell’appartamento posto sullo stesso piano, che al piano superiore o a  quello inferiore.

Invero, come già evidenziato nei precedenti paragrafi, l’ordinamento prevede specifici casi di prelazione legale, omettendo di contemplare tuttavia l’ipotesi in esame.

Sennonché, naturalmente, nulla toglie che un eventuale diritto di prelazione possa essere inserito in un contratto (patto di prelazione) stipulato tra i proprietari di immobili che confinano.

Rientra invece nell’ambito delle prelazioni legali la c.d. prelazione agraria, che consiste nel diritto di essere preferiti, a parità di condizioni, ad altri compratori per l’acquisto di un terreno agricolo, quando il proprietario decida di venderlo.

Anzitutto, tale diritto è riconosciuto in favore del coltivatore diretto che da almeno due anni conduce in affitto il terreno oggetto di vendita.

Parimenti, questo diritto potrà essere esercitato anche dalla società agricola, purché almeno la metà dei suoi soci abbia la qualifica di coltivatore diretto.

Qualora invece il terreno non sia affittato ad alcun coltivatore, la prelazione sarà esercitata dai coltivatori diretti proprietari dei terreni confinanti.

Ne discende, pertanto che la prelazione agraria non spetti a chiunque, a vario titolo, abbia la disponibilità, di terreni agricoli, bensì soltanto a coloro che li coltivano in maniera diretta e abituale.

In concreto, al fine di esercitare il diritto di prelazione, il proprietario confinante dovrà dimostrare di possedere tutti i requisiti previsti dall’art. 8 della legge n. 590 del 1965, ovvero:

  • la qualifica di coltivatore diretto;
  • il possesso della forza lavorativa adeguata;
  • la coltivazione biennale dei terreni agricoli confinanti di sua proprietà;
  • non aver venduto fondi rustici di proprietà nel biennio precedente l’esercizio della prelazione.

Segnatamente, ove il proprietario abbia intenzione di trasferire il proprio terreno, dovrà dapprima notificare la proposta di vendita, con lettera raccomandata, all’affittuario o ai coltivatori confinanti. Alla notifica dovrà essere allegato il contratto preliminare di vendita con il nome dell’acquirente, il prezzo e le altre eventuali condizioni stabilite per la cessione.

A questo punto il destinatario della proposta di vendita ha trenta giorni di tempo per esercitare la prelazione agraria e, nel caso in cui decida di accettare, è tenuto a pagare il prezzo entro tre mesi.

Contrariamente, in mancanza di notifica, o qualora il prezzo indicato sia superiore a quello risultante nel contratto di compravendita, l’avente diritto alla prelazione può riscattare il terreno dall’acquirente entro un anno dalla trascrizione nei registri immobiliari. Il riscatto costituisce infatti il rimedio tipico previsto per l’ipotesi di violazione della normativa sulla prelazione.

Decorsi i termini senza che sia stata comunicata l’intenzione di esercitare la prelazione, il terreno può essere liberamente venduto (ovviamente alle condizioni indicate nel preliminare di vendita).

È inoltre importante evidenziare che il diritto di prelazione agraria è escluso dal legislatore nei casi in cui il terreno si ubicato in zona edificabile e anche quando lo stesso sia oggetto di permuta, vendita forzata, liquidazione coatta, fallimento ed espropriazione per pubblica utilità, oltre che, naturalmente, di donazione. Ciò in quanto la  prelazione è riconosciuta solo a parità di condizioni, ed invero, mentre nella vendita il corrispettivo è dato dal denaro, che è un bene fungibile e che può essere pagato da chiunque, in tutte le altre ipotesi la controprestazione è infungibile oppure difetta del tutto (come nel caso della donazione).

 Diritto di prelazione su immobili commerciali

Il diritto di prelazione nella locazione di immobili commerciali è regolata dalla legge sull’equo canone (L. n. 392/1978).

Più precisamente, ai sensi dell’art. 38 della succitata legge, se il locatore vuol vendere l’immobile locato deve comunicarlo al conduttore con atto notificato a mezzo di ufficiale giudiziario o attraverso forme equivalenti; se l’inquilino intende esercitare il diritto di prelazione, deve farlo entro il termine di 60 giorni dalla ricezione della comunicazione, accettando le stesse condizioni che gli sono state proposte; così come l’offerta, anche l’accettazione deve essere comunicata tramite l’ufficiale giudiziario o altri mezzi di notificazione equipollenti.

Qualora la prelazione venga esercitato, salva diversa condizione indicata nella comunicazione del locatore, il versamento del prezzo di acquisto deve essere eseguito entro il termine di 30 giorni decorrenti dal sessantesimo giorno successivo a quello dell’avvenuta notificazione della comunicazione da parte del proprietario, e contestualmente alla stipulazione del contratto di compravendita o del contratto preliminare.

Nel caso in cui l’immobile sia locato a più persone, la comunicazione del padrone di casa deve essere effettuata a ciascuna di esse.

Il diritto di prelazione può essere esercitato congiuntamente da tutti i conduttori, oppure, se uno di questi vi rinuncia, dai rimanenti o dal rimanente conduttore.

Nell’ipotesi di violazione delle norme sul diritto di prelazione su immobili commerciali, l’ordinamento prevede, anche in questo caso, la possibilità per il conduttore di esercitare il diritto di riscatto (o retratto): esso è previsto dal successivo art. 39, il quale statuisce che quando il proprietario dell’immobile non comunichi al conduttore la sua intenzione di vendere l’immobile cedendolo a terzi oppure risulti che il prezzo indicato al conduttore sia superiore rispetto a quello risultante dall’atto di trasferimento dell’immobile ad altri soggetti, l’inquilino potrà, entro 6 mesi dalla trascrizione del contratto, riscattare l’immobile dall’acquirente o da ogni altro successivo avente causa; infine, il conduttore dovrà versare il prezzo dell’immobile entro i 3 mesi che decorrono, quando non vi sia opposizione al riscatto, dalla prima udienza del relativo giudizio, o dalla ricezione dell’atto notificato con cui l’acquirente o successivo avente causa comunichi prima di tale udienza di non opporsi al riscatto.

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COME FARE LA SUCCESSIONE EREDITARIA – SUCCESSIONE EREDITARIA COSA FARE

  1. APERTURA SUCCESSIONE EREDITARIA –>
  2. ATTO (DICHIARAZIONE) DI SUCCESSIONE EREDITARIA –>
  3. BENI EREDITARI –>

 In seguito alla morte di un parente, trascorso il periodo di dolore e sconforto, occorre poi pensare all’esecuzione di una serie di obblighi fiscali e burocratici derivanti dal subentro dei successori nella posizione giuridica e patrimoniale del defunto.

Con questo contributo saranno fornite alcune utili informazioni che spiegheranno, in sintesi, quali sono le principali fasi della successione ereditaria e cosa occorre fare per sbrigare i principali adempimenti connessi al fenomeno successorio.

APERTURA SUCCESSIONE EREDITARIA

Immediatamente dopo il decesso della persona, la prima fase della successione ereditaria è rappresentata dall’apertura, contemplata dall’art. 456 c.c., il quale stabilisce che “la successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo domicilio del defunto”.

La norma disciplina, dunque, l’apertura della successione sotto il profilo temporale e sotto quello spaziale:

– con riferimento al primo profilo, Il momento della morte coincide con l’istante in cui si verifica la cessazione irreversibile delle funzioni dell’encefalo (o morte cerebrale) (L. 29 dicembre 1993, n. 578).

– in ordine secondo aspetto, il luogo dell’ultimo domicilio del defunto non deve essere confuso con quello in cui avviene il decesso, dato che per domicilio deve intendersi il luogo in cui la persona aveva concentrato la generalità dei suoi interessi economici, sociali e familiari.

Dopo l’apertura della successione, la seconda fase è rappresentata dalla chiamata all’eredità, ossia la concreta individuazione delle persone chiamate a succedere in base ad un testamento o perché indicate direttamente dalla legge.

Occorre sapere che il chiamato all’eredità non acquista automaticamente la qualità di erede, ma dovrà manifestare la volontà di accettare tale ruolo. L’accettazione dell’eredità, infatti, è la terza fase della successione, che si verifica quando il soggetto nominato a succedere dichiara di voler acquisire il patrimonio ereditario o una quota di esso.

Esistono due principali modalità di accettazione dell’eredità:

  • l’accettazione pura e semplice;
  • l’accettazione con beneficio d’inventario.

L’effetto principale prodotto dall’accettazione pura e semplice è costituito dalla confusione tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede, che assieme andranno a formare un unico patrimonio; ciò significa, quindi, che l’erede sarà responsabile per i debiti ereditari e per i legati anche oltre il valore dell’attivo ereditario, pertanto i creditori del defunto, insieme ai legatari, potranno soddisfarsi sul patrimonio dell’erede in concorso con i creditori personali di quest’ultimo.

L’accettazione pura e semplice dell’eredità può assumere forme differenti: essa è “espressa” se realizzata con atto pubblico o scrittura privata oppure “tacita” quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la volontà di accettare.

La seconda modalità di accettazione è quella con “beneficio d’inventario”, che, a differenza della prima, non produce alcuna confusione patrimoniale, dato che il patrimonio dell’erede e quello del defunto restano distinti e separati dal punto di vista giuridico; in questo caso l’erede sarà chiamato a rispondere dei debiti ereditari non oltre il valore dell’attivo ereditario.

La facoltà di accettare con beneficio d’inventario ha carattere personale, in quanto può essere compiuta solo dal successore e, generalmente, viene adottata quando si ha il fondato sospetto che l’ammontare delle passività lasciate dal defunto siano superiori rispetto alle attività;

L’accettazione con beneficio d’inventario è obbligatoria quando l’eredità è attribuita a soggetti incapaci d’agire oppure a persone giuridiche. Ciò al fine di tutelarli da eventuali responsabilità verso i debitori del de cuius.

L’accettazione con beneficio d’inventario può essere manifestata soltanto in forma espressa, poiché necessita di una dichiarazione solenne dinanzi ad un notaio o al cancelliere del tribunale del luogo in cui s’è aperta la successione. Ad essa segue l’obbligo di inventario, che va redatto entro 3 mesi dall’apertura della successione se il chiamato è già in possesso dei beni ereditari oppure nel caso in cui non sia in possesso dei beni ereditari, può essere fatto fino a quando non si prescriva il diritto di accettazione.

Il diritto all’accettazione dell’eredità si prescrive dopo dieci anni dal giorno dell’apertura della successione, anche se chi ne ha interesse può chiedere al giudice di fissare un termine entro il quale il chiamato debba necessariamente dichiararsi.

Il chiamato all’eredità può anche decidere di rinunciare all’eredità e ciò accade, solitamente, allorché l’eredità è satura di debiti oppure perché si vuole lasciare ad altri soggetti (es: discendenti) la propria quota.

La rinuncia all’eredità è un atto unilaterale e viene redatta nella stessa forma prevista per l’accettazione con beneficio d’inventario, pertanto deve risultare da una dichiarazione resa dal chiamato (o da un suo rappresentante) dinanzi ad un notaio o al cancelliere del Tribunale territorialmente competente, ed inserita nel registro delle successioni.

Tanto l’accettazione quanto la rinuncia dell’eredità non può essere sottoposta, a pena di nullità, a condizione o a termine, né può avere ad oggetto una parte del patrimonio ereditario. Invece, a differenza dell’accettazione, la rinuncia è revocabile, a condizione che il diritto di accettazione non si sia estinto per prescrizione (10 anni) o l’eredità non sia stata, nel frattempo, devoluta ad altri eredi.

DICHIARAZIONE (ATTO) DI SUCCESSIONE EREDITARIA

La dichiarazione di successione è un adempimento obbligatorio, di carattere fiscale, tramite il quale viene comunicato all’Agenzia delle Entrate che egli eredi sono subentrati nel patrimonio del defunto e che, dunque, occorre determinare le imposte dovute dai successori in seguito al passaggio patrimoniale.

La dichiarazione in esame deve essere presentata entro dodici mesi dalla data di apertura della successione e l’inosservanza di tale termine espone l’obbligato a sanzioni amministrative.

Gli eredi sono tenuti alla presentazione della dichiarazione di successione, presso L’Agenzia delle Entrate competente. In concreto, la dichiarazione va inoltrata esclusivamente in via telematica direttamente dal dichiarante ovvero da soggetti delegati (commercialista o un Caf, mentre non è obbligatorio rivolgersi a un notaio).

L’Agenzia delle Entrate rende disponibile sul proprio sito un programma gratuito per la compilazione e l’invio della dichiarazione. L’ufficio dell’Agenzia delle Entrate competente è quello del luogo in cui la persona defunta ha avuto l’ultima residenza. Se la residenza è sconosciuta o fuori dall’Italia, l’ufficio competente è l’Agenzia delle Entrate di “ROMA 6”. Se il defunto ha avuto la residenza in Italia, prima di trasferirsi all’estero, l’ufficio è quello dell’ultima residenza italiana conosciuta.

Le categorie di soggetti tenuti alla presentazione della dichiarazione di successione sono:

  • i chiamati all’eredità, vale a dire tutti i soggetti che non hanno ancora accettato l’eredità, ai quali potenzialmente può essere trasmesso il patrimonio ereditario oppure una quota di esso;
  • gli eredi;
  • i legatari: ossia i destinatari di uno o più beni oppure uno o più diritti, determinati dal de cuius con testamento che vengono acquista senza bisogno di accettazione;
  • i rappresentanti legali degli eredi o dei legatari;
  • gli immessi nel possesso temporaneo dei beni dell’assente: ciò si verifica quando una persona è scomparsa e non si hanno sue notizie da almeno due anni;
  • gli amministratori dell’eredità. L’amministratore dell’eredità è previsto in casi particolari, come ad esempio, quando il testamento subordina la nomina di un erede al verificarsi di un evento futuro e incerto (erede designato sotto condizione);
  • i curatori dell’eredità giacente: soggetti nominati dal Tribunale allorché il “chiamato” non ha accettato l’eredità e non si trova nel possesso dei beni ereditari; tale figura ha il compito di amministrare il patrimonio ereditario finché l’eredità non viene accettata;
  • l’esecutore testamentario: ossia, i soggetto a cui il defunto può affidare l’incombente di curare le sue ultime volontà espresse nel testamento;
  • il trustee: Il trust è un istituto giuridico che ricorre quando un soggetto (detto settlor, nella specie il de cuius) sottopone dei beni, con atto mortis causa o inter vivos, sotto il controllo di un altro soggetto (detto trustee) nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico.

Per predisporre in modo completo e corretto la dichiarazione di successione occorre produrre una serie di documenti, tra i quali, a titolo esemplificativo, rientrano:

  • dichiarazione sostitutiva del certificato di morte;
  • autocertificazione stato di famiglia del de cuius alla data del decesso;
  • autocertificazione stato di famiglia degli eredi;
  • visure catastali degli immobili;
  • copia del testamento pubblicato, se esistente;
  • dati anagrafici del defunto compreso codice fiscale e ultima residenza del defunto;
  • se vi era la comunione dei beni o la separazione:
  • dati anagrafici e indirizzi di residenza di tutti gli eredi, compreso codice fiscale;
  • eventuale dichiarazione di rinuncia all’eredità.

 In presenza di più eredi non vi è alcuna gerarchia in merito al soggetto onerato: la dichiarazione presentata da un erede è efficace per tutti gli eredi e legatari.

La dichiarazione di successione non deve essere presentata se:

  • l’eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto, l’attivo ereditario non è superiore a 100.000 € e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari (es. usufrutto).
  • tutti gli aventi diritto rinunciano all’eredità o al legato oppure quando i chiamati alla successione, che non sono nel possesso dei beni ereditari, chiedono la nomina di un curatore dell’eredità prima che scada il termine previsto per la presentazione della dichiarazione di successione.

La base imponibile nella dichiarazione di successione – ovvero il valore dell’asse ereditario su cui saranno calcolate le imposte di successione – si ricava dalla differenza tra l’importo complessivo dei beni e dei diritti che rappresentano l’attivo dell’asse ereditario e l’importo complessivo delle passività nonché degli oneri deducibili.

L’Agenzia delle Entrate liquida l’imposta di successione ed emette l’apposito avviso basandosi sul documento stesso, notificando agli eredi, e agli altri soggetti interessati, l’avviso di liquidazione entro tre anni dalla data di presentazione della dichiarazione di successione.

La suddetta imposta è calcolata in base al grado di parentela degli eredi rispetto al defunto e il Fisco prevede consistenti esenzioni di pagamento, denominate tecnicamente “franchigie”. Nello specifico, verranno applicate le seguenti aliquote:

  • il 4% per il coniuge e i parenti in linea retta, se il patrimonio ha valore superiore a € 1.000.000;
  • il 6% per i fratelli e sorelle, se il patrimonio ha un valore superiore a € 100.000;
  • il 6% per i parenti fino al 4° grado, affini in linea retta ed affini in linea collaterale fino al 3° grado In questo caso non è prevista alcuna franchigia;
  • l’8% per tutti gli altri soggetti Anche in questo caso non è prevista franchigia.

Se l’erede è portatore di un handicap grave riconosciuto, l’esenzione è aumentata sino a un milione e mezzo di euro.

Il pagamento di detta imposta deve essere effettuato entro 60 giorni dalla data in cui è stato notificato l’avviso di liquidazione. Scaduto tale termine si rendono applicabili, oltre alle sanzioni, anche gli interessi di mora.

Gli eredi e i chiamati all’eredità che non hanno ancora accettato, ma che sono in possesso di beni ereditari, rispondono solidalmente delle somme dovute.

Ciò significa che il Fisco può agire per la riscossione dell’intera imposta anche nei confronti di un solo erede, il quale successivamente potrà rivalersi sugli altri in proporzione alle loro quote di eredità.

I legatari sono, invece, obbligati solo al pagamento delle somme relative al bene o diritto acqistato.

 Nel caso di omessa dichiarazione l’Agenzia delle Entrate notifica avviso di liquidazione entro cinque anni dalla scadenza del termine.

 BENI EREDITARI DA DICHIARARE NELLA SUCCESSIONE

Come innanzi anticipato, la dichiarazione di successione ricomprende tutti i beni (mobili e immobili) e i diritti di credito di cui il defunto era titolare in vita, che costituiscono il suo patrimonio (attivo ereditario), da cui dovranno essere detratti eventuali i debiti (c.d. passivo ereditario).

Spesso capita, però, che al momento dell’apertura di una successione, non si sappia bene quali siano i beni e i diritti che costituiscono l’attivo ereditario.

Ebbene, è importante sapere che nell’ambito dei beni ereditari rientrano non solo i beni che risultano dall’ultima dichiarazione dei redditi del defunto, ma anche quelli presunti dal legislatore.

Più precisamente, i beni che costituiscono l’attivo ereditario sono:

  • gli immobili;
  • i mobili e titoli al portatore posseduti dal defunto o depositati presso altri a suo nome; Se tali beni sono in comune con altri soggetti si presumono posseduti in parti uguali. Se in comunione legale i beni oggetto di comunione entrano nell’attivo ereditario solo per la quota spettante al de cuius;
  • denaro, gioielli, preziosi, mobili o arredi: devono risultare da apposito inventario redatto ai sensi dell’articolo 769 c.p.c. e si presumono compresi nell’attivo ereditario per un importo pari al 10% del valore globale netto imponibile anche se non dichiarati o dichiarati in misura inferiore al loro valore venale, salvo che dall’inventario analitico non ne risulti l’esistenza per un importo differente;
  • le rendite, pensioni e crediti (compresi i rimborsi fiscali);
  • azioni, quote societarie e partecipazioni;
  • le aziende (commerciali e agricole), azioni o obbligazioni, quote sociali;
  • le navi, imbarcazioni e aeromobili che non fanno parte di aziende.

Tra i beni esclusi dall’asse ereditario si segnalano:

  • azioni o titoli nominativi alienati dal de cuius prima della morte mediante atto autentico o girata autenticata;
  • beni e diritti iscritti nei pubblici registri (esempio le auto o le imbarcazioni);
  • indennità di fine rapporto (c.d. TFR) in caso di morte del prestatore di lavoro;
  • l’indennità spettante per diritto agli eredi in forza di assicurazioni previdenziali obbligatorie o stipulate dal defunto (c.d. assicurazioni sulla vita);
  • crediti contratti giudizialmente alla data di apertura della successione;
  • crediti venduti allo Stato prima della data di presentazione della dichiarazione di successione;
  • titoli di Stato o del debito pubblico come CCT, BOT o anche se emessa da altri Stati appartenenti alla Comunità Europea e gli altri titoli di Stato, garantiti dallo Stato o equiparati nonché ogni altro bene o diritto similare dichiarato per legge esente;
  • beni culturali d’interesse storico o artistico vincolati prima dell’apertura della successione.

È sempre consigliabile, comunque, indicare nella dichiarazione di successione i suindicati beni anche se per legge sono esenti dalla relativa imposta.

È bene evidenziare, infine, che l’imposta di successione deve essere corrisposta anche in relazione ai beni e i diritti esistenti all’estero, nell’ipotesi in cui alla data di apertura della successione la persona deceduta era residente in Italia.

In caso di decesso all’estero, l’imposta è, tuttavia, dovuta per i beni e diritti che si trovano in Italia. 

La consulenza legale dell’avvocato del lavoro

Può accadere che il lavoratore, durante lo svolgimento della propria attività, abbia contratto una grave patologia perché entrato in contatto con una sostanza altamente tossica oppure che lo stesso s’infortuni a causa di una caduta accidentale o, ancora, perché colpito da un oggetto vagante; questo per sottolineare quanto svariati siano i rischi a cui sono costantemente esposti i lavoratori che ogni giorno svolgono la propria mansione.

Dunque, se anche tu lavori alle dipendenze di qualcuno e sospetti di aver subito un danno a causa di una malattia o di un infortunio occorso in occasione dell’attività lavorativa, allora, per prima cosa, è molto importante che tu richieda una consulenza legale a un avvocato specializzato nell’ambito del diritto del lavoro: in questo modo potrai comprendere, sin da subito, se le lesioni da te subite siano effettivamente riconducibili ad un infortunio sul lavoro o ad una malattia professionale.

Dunque, l’avvocato del lavoro, tramite il suo parere tecnico, ti comunicherà se esistono i presupposti necessari per avanzare una richiesta d’indennizzo all’INAIL e/o proporre una domanda di risarcimento nei confronti del tuo datore di lavoro, che non si è curato di adottare le misure minime di sicurezza previste dalla legge.

 I tipi di consulenza legale nel settore del diritto del lavoro

In concreto, l’avvocato del lavoro fornisce una consulenza legale specializzata che potrà essere:

immediata e risolutiva di una questione giuridica, generalmente, di non particolare complessità;

preparatoria e orientata all’elaborazione di una domanda risarcitoria che potrà essere avanzata in via stragiudiziale o, eventualmente, proposta dinanzi al giudice del lavoro.

Nel primo caso, la consulenza si risolve, di fatto, in un parere legale, con il quale il professionista darà la propria soluzione al quesito sottoposto dal lavoratore, indicando a quest’ultimo come dovrebbe muoversi per far valere i propri interessi.

Nella seconda ipotesi, invece, il professionista verificherà, anzitutto, se esistono le condizioni affinché il lavoratore possa rivendicare i sui diritti e, in caso di accertamento positivo, illustrerà le possibili strade che consentiranno al cliente di ottenere la piena tutela delle proprie ragioni.

Le principali attività che consentono all’avvocato del lavoro di fornire una consulenza legale

Generalmente, il cliente tende a storcere il naso di fronte al preventivo esibito dall’avvocato del lavoro, spesso considerando eccessiva la somma richiesta dal professionista; ciò accade perché i “non addetti ai lavori” hanno una limitata conoscenza del lavoro che viene, in concreto, svolto dal legale prima di rendere un parere legale o di esercitare un’azione risarcitoria: per questa ragione, è molto importante spiegare, nello specifico, in che cosa consiste tale l’attività intellettuale.

Ebbene, in sintesi, la preparazione di un parere legale o l’elaborazione di una strategia difensiva impone all’avvocato, a seconda della difficoltà dei casi, un determinato impiego di tempo ed energie, necessarie per:

  • ricostruire e analizzare il sinistro occorso al lavoratore dipendente;
  • esaminare la documentazione medica fornita dal cliente, eventualmente ricorrendo alla collaborazione di un medico legale di fiducia;
  • effettuare una ricerca normativa e giurisprudenziale che consenta di qualificare correttamente il caso concreto e individuare alcune pronunce che abbiano deciso casi analoghi a quello sottoposto;
  • indicare la procedura che possa consentire al lavoratore di ottenere una rapida e completa tutela dei propri diritti.

Dunque, in linea di massima, sono queste le principali attività eseguite dall’avvocato del lavoro allo scopo di garantire, in maniera puntuale e completa, le ragioni del lavoratore dipendente.

I Costi della consulenza legale nell’ambito del diritto del lavoro

È noto che i costi di una consulenza legale specializzata varino in base al tipo di attività svolta dal professionista: pertanto, se la consulenza si sostanzia in un parere legale immediato, orale o scritto che sia, il costo della consulenza sarà relativamente contenuto, potendo oscillerà tra gli 80 e i 150 euro, in base alla complessità della questione giuridica posta all’attenzione del legale. Diversamente, se la consulenza dell’avvocato del lavoro consiste in una prolungata attività di assistenza stragiudiziale e/o giudiziale, il legale sarà obbligato alla preparazione di un preventivo, indicando, voce per voce, il costo complessivo della sua prestazione; infatti, un avvocato del lavoro professionale, serio e diligente, è anche colui che in questa fase pone il cliente, o potenziale tale,  nella condizione di capire quanto pagherà e per che cosa.

Si coniglia, quindi, di diffidare dai professionisti che promettono consulenze gratuite,  ricordando che il c.d. “ patrocinio a spese dello Stato“ (o gratuito patrocino) rappresenta l’unico istituto previsto dal nostro ordinamento giuridico che riserva la consulenza legale gratuita a determinate categorie di soggetti; più precisamente hanno accesso a questo beneficio: tutti i cittadini italiani, gli apolidi, gli enti o le associazioni senza scopo di lucro che non esercitano attività economiche, gli stranieri con regolare permesso di soggiorno, chi possiede un reddito imponibile, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore 11.493,82.

Come scegliere un buon Studio Legale

Con il presente articolo saranno illustrate le 10 caratteristiche che, generalmente, consentono di valutare il grado di affidabilità e professionalità di uno studio legale;

Un breve decalogo, dunque, rivolto a chi necessita di un’assistenza legale affinché possa essere guidato nella scelta di un “buon studio”.

1) Competenza ed esperienza

È essenziale che lo Studio legale sia composto da professionisti in grado di trattare  agevolmente determinate materie giuridiche, le quali richiedono il possesso di competenze teoriche e pratiche; è importante, quindi, che lo studio favorisca il costante aggiornamento professionale degli avvocati che operano al suo interno, i quali potranno arricchire e consolidare le proprie conoscenze giuridiche mediante la partecipazione a convegni, master e corsi di specializzazione.

È fondamentale, dunque, che lo Studio adotti un approccio professionale con la clientela, trattando soltanto questioni rispetto alle quali vanti una buona competenza e una solida esperienza, evitando quindi di assumere incarichi riguardanti ambiti sconosciuti o di rado praticati.

In questo modo, lo studio, grazie alla sinergia di professionisti esperti, sarà in grado di fornire un’assistenza di tipo multidisciplinare e di elevata qualità.

2) Presenza di professionisti specializzati

Quando si discute dell’avvocato civilista, si fa riferimento a un professionista del mondo giuridico esperto nell’ambito del diritto civile; nondimeno, questo ramo dell’ordinamento è talmente ampio da essere ripartito, al suo interno, in specifiche materie e, per ognuna di essa, esiste una particolare specializzazione; di conseguenza, uno studio civilista, potrà risultare specializzato nel diritto del lavoro o nel diritto commerciale o in quello delle successioni o, ancora,  sulla responsabilità medica ecc..

Il riconoscimento delle specializzazioni degli avvocati non è chiaro e generale come quello di altre figure professionali, tuttavia è agevole comprendere che, ad esempio, uno studio divorzista affronterà, quasi sempre, cause di separazione e divorzio, e ciò gli consentirà di acquisire nel tempo maggiore competenza ed esperienza in quella specifica materia.

D’altra parte, l’esigenza degli avvocati di specializzarsi in un determinato settore diventa oggi più urgente rispetto al passato, sintomo dei tempi che cambiano e delle problematiche che complicano sempre di più.

Un’altra considerazione risulta opportuna: lo studio legale specializzato in un determinato campo, avendo un raggio di azione più limitato, risulterà anche più aggiornato, in quanto i professionisti che operano al suo interno avranno maggiore tempo da dedicare per il perfezionamento della  proprie conoscenze.

3) Dimensione

Anche la “dimensione” costituisce un carattere che assume particolare rilievo nella scelta di uno studio legale.

È noto che alcuni studi legali siano costituiti da uno o pochi avvocati, altri (quelli che solitamene operano nelle grandi metropoli) impegnano, invece, fino a un centinaio persone, tra professionisti e dipendenti.

Ebbene, come scegliere lo studio più adatto alle proprie esigenze? Occorre, anzitutto, muovere dal livello di complessità della questione da sottoporre all’attenzione dello studio: pertanto, se si sta pianificando un grosso guadagno tramite un’operazione commerciale complessa, che implica l’investimento di consistenti somme di denaro, sarebbe opportuno rivolgersi a uno studio legale affermato, in grado di impiegare sulla pratica più legali, magari specializzati in differenti materie giuridiche. Viceversa, se occorre una consulenza per la soluzione di una questione caratterizzata da una circoscritta difficoltà, si potrebbe tranquillamente optare per la scelta di uno studio legale di dimensioni più ridotte (composto finanche da un solo avvocato).

Tuttavia, è risaputo che all’interno di uno studio legale con un grande organico, molto oneroso e dispersivo, difficilmente la pratica viene assegnata al titolare dello studio, ma solitamente è rimessa al collaboratore, dotato di una competenza basica e con poca esperienza sulle spalle.

Ciò a conferma del fatto che in Italia, specialmente al sud, la realtà dei grandi studi legali fa fatica ad affermarsi, a differenza degli studi di medio-piccole dimensioni, i quali risultano essere superiori non soltanto dal punto di vista numerico, bensì soprattutto sotto il profilo del servizio fornito, poiché sono in grado di garantire una prestazione di maggiore qualità ed economicamente più vantaggiosa.

4) Disponibilità e rapidità d’intervento

Un altro aspetto da tenere in debito conto durante la scelta di uno studio legale è rappresentato dalla capacità dello studio di rispondere prontamente ai dubbi e agli interrogativi posti dal cliente nel corso della causa, di aggiornarlo in tempo utile sulle novità della pratica, nonché di impostare le difese con largo anticipo e in maniera attenta e scrupolosa.

Appare, quindi, meritevole di scelta lo studio che, in tempi rapidi, risponde alla propria utenza in modo appropriato, dimostrandosi sempre disponibile a rendere informazioni e chiarimenti, il tutto con la massima trasparenza e professionalità. Questo servizio denominato customer care (assistenza alla clientela) viene solitamente fornito dalla struttura di supporto dello studio legale, vale a dire dai  professionisti che costituiscono lo “zoccolo duro” su cui lo studio medesimo si fonda, i quali saranno un punto riferimento per la clientela.

5) Trasparenza e onestà

Altro carattere imprescindibile è che lo Studio Legale gestisca il rapporto con la clientela con massima trasparenza e onestà; ebbene, un buon metodo per valutare l’effettiva ricorrenza di tale caratteristiche è quello di procedere alla richiesta di un preventivo; ed infatti, la predisposizione di un preventivo scritto (a cui lo studio, peraltro, è sempre obbligato) consentirà all’assistito di conoscere l’effettiva complessità dell’attività che dovrà essere svolta ed avere, altresì, un quadro completo in ordine ai relativi costi. A questo punto, il cliente potrà consapevolmente decidere se conferire o meno l’incarico professionale, evitando così di subire sgradevoli sorprese al momento della presentazione della parcella.

Inoltre, sempre al fine di valutare il livello di trasparenza dello studio, è necessario verificare che lo stesso adempia all’obbligo d’informare il cliente sulle condizioni necessarie per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato. Orbene, una volta accertata la sussistenza dei requisiti di legge, il cliente dovrà essere assistito in modo del tutto gratuito, e lo Studio, solo in un secondo momento, potrà richiedere il pagamento dell’onorario direttamente dallo Stato.

6) Uso di un linguaggio comprensibile

A differenza di quanto accadeva in passato, oggigiorno, Il cliente sempre di più intende partecipare attivamente e condividere le scelte del suo avvocato; per tale ragione cerca di arrivare “preparato” all’appuntamento, documentandosi il più possibile sulla questione giuridica da sottoporre; sono quindi finiti i tempi in cui il cliente si affidava ciecamente nelle mani del professionista, conferendogli pieni poteri discrezionali. Di conseguenza, se da un lato è cambiato il profilo del “cliente medio”, dall’altro, sono mutati, di conseguenza, anche i rapporti e le relazioni tra il cliente e il suo legale di fiducia.

Ne deriva, quindi, che l’avvocato sempre di più verrà valutato non soltanto in base alle le proprie competenze giuridiche, ma anche alla luce delle doti comunicative esibite nel rapporto avvocato-cliente, consistenti nella capacità di spiegare, ascoltare, condividere con il cliente medesimo.

È molto importante, dunque, che all’interno di uno studio legale si adoperi un linguaggio basico, ed essenziale, che possa essere compreso non soltanto dagli addetti ai lavori, ma principalmente dalla clientela.

7) Storia

Uno studio legale che abbia maturato una storia professionale lunga decenni, apparirà agli occhi dei potenziali clienti come una struttura seria e affidabile, capace di crescere e affermarsi nel corso degli anni.

In aggiunta, devono essere evidenziati gli importanti benefici che uno studio legale potrebbe conseguire raccontando, semplicemente, la propria la storia (a patto che ne abbia una); infatti, la tecnica della narrazione consente allo studio di ridurre le distanze con i propri clienti. In altri termini, illustrare la storia dello studio (ad es. dedicando una specifica sezione sul proprio sito), e raccontando con trasparenza quello che avviene quotidianamente al suo interno, permette, in un certo senso, di avvicinare i professionisti agli utenti.

La narrazione, dunque, può risultare un ottimo strumento per sostenere il rilancio di uno studio legale in crisi; ed invero, se l’immagine seria e rigida dello studio o la sua scarsa riconoscibilità costituisce una delle cause che ha determinato allontanamento della clientela,  raccontarsi e narrarsi potrebbe essere certamente un ottimo spunto da cui ripartire.

8) Reputazione

Uno studio legale costruisce la propria reputazione e il proprio successo grazie alla costante ricerca della competenza, fornendo prestazioni tempestive e di qualità, nonché  utilizzando un linguaggio semplice e trasparente nei rapporti con la clientela.

Inoltre, ancora prima di avviare la pratica, la positiva reputazione vantata dai professionisti dello studio, favorisce l’instaurazione di un rapporto di fiducia con il cliente.

attualmente, assume altrettanta rilevanza la c.d. “reputazione on line” dello studio legale; in altre parole, risulta oggi molto importante monitorare le reazioni degli utenti sui social network, prendere atto dei commenti in coda ai contenuti pubblicati all’interno del blog e – più in generale – è indispensabile capire i motivi di eventuali dissensi o critiche mosse nei confronti dello studio legale.

In questi casi, dunque, il cliente, tramite la preliminare analisi di commenti e reazioni pubblicati su sito e profili social di un determinato studio legale, potrà comprendere il livello di soddisfazione dell’utenza rispetto alla prestazione professionale dallo stesso erogata.

9) L’uso della tecnologia

È indubbio che la tecnologia abbia portato un radicale cambiamento nella pratica forense, influenzando ogni suo aspetto; ed invero, con l’introduzione del processo civile telematico, l’utilizzo di internet e dei diversi dispositivi elettronici risulta essenziale per la concreta sussistenza dello studio legale; ciò significa che possedere un background tecnologico è diventato ormai un aspetto imprescindibile nel settore giuridico : avvocati, assistenti, segretarie e altri professionisti del settore, devono saper utilizzare i diversi programmi e applicativi (dall’elaborazione dei testi ai fogli elettronici, dai software di presentazione ai sistemi di calendarizzazione, ), i quali risultano indispensabili per l’intera gestione dello studio. È evidente, quindi, che la tecnologia vada oggi a discapito degli studi legali formati da avvocati professionalmente (e anagraficamente) più anziani, che hanno iniziato la propria carriera con carta e penna e il codice civile sulla scrivania e mostrano una certa resistenza nell’adattamento al mondo informatico, a differenza delle nuove generazioni che appaiono molto più aperte alle innovazioni.

Tale considerazione non ha lo scopo di distogliere il lettore dalla scelta di uno studio legale composto da avvocati giunti quasi all’epilogo della loro carriere, bensì rappresenta un monito, in quanto è necessario assicurarsi che lo studio risulti comunque dotato dei dispositivi elettronici minimi, essenziali per l’espletamento della prestazione, e che operino al suo interno collaboratori dotati delle indispensabili conoscenze tecnologiche.

10) L’erogazione di un servizio di consulenza on – line

In questo periodo storico, la maggior parte degli studi legali è in grado di offrire un servizio di consulenza e assistenza “a distanza”, vale a dire tramite l’utilizzo di moderni strumenti informatici (es. scambio di mail o videoconsulenza); in questo modo, il cliente è in grado di condividere con il professionista, in maniera rapida, tutta la documentazione di cui il professionista necessita per espletare il proprio incarico. Inoltre, se il cliente risulta dotato di firma digitale (usualmente una società, un professionista o comunque un soggetto con partita iva), potrà immediatamente rilasciare la procura alle liti necessaria per introdurre il giudizio.

Attualmente, numerosi sono gli studi che si sono dotati di un sito web, il quale rappresenta un valido strumento per creare un dialogo con i visitatori e offrire loro delle indicazioni, ma, soprattutto, consente di sviluppare reti di conversazioni personalizzate con tra i professionisti clientela.

Generalmente, lo studio legale che eroga il servizio di consulenza on line si affida a un gruppo avvocati specializzati in determinate materie, tra cui l’utente potrà scegliere a seconda delle peculiarità del suo caso. Dal punto di vista economico, il primo contatto è agevolato, sia perché l’incontro con professionista potrà realizzarsi standosene comodamente a casa, sia in quanto, solitamente, gli studi legali rendono la prima consulenza in forma gratuita.

Lo studio legale che fornisce un servizio di consulenza on line, consente al cliente non solo di abbattere i costi economici del primo appuntamento, ma permette, principalmente, di abbreviare i tempi dell’esposizione del problema.

Pensione privilegiata

Militare Anziano in Pensione privilegiata
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Talvolta può accadere che il dipendente pubblico, durante l’espletamento del proprio servizio, contragga una malattia o subisca un infortunio tale da pregiudicare il suo stato di salute; in tutti questi casi, egli ha facoltà di attivare una procedura tesa a verificare se la patologia o la lesione patita sia imputabile al lavoro svolto; ebbene, se l’infermità contratta viene riconosciuta dipendente dal servizio espletato, il pubblico dipendente potrà ottenere una serie di benefici economici, tra i quali merita particolare attenzione la c.d. pensione privilegiata.

La causa di servizio

Come poc’anzi accennato, il dipendente pubblico, la cui incolumità sia stata compromessa da una patologia o da una lesione patita durante lo svolgimento del proprio lavoro, può ottenere dall’Amministrazione di appartenenza il riconoscimento che l’infermità o la lesione dipendano da causa di servizio, ossia che tali eventi lesivi siano scaturiti dal servizio prestato.

In sostanza, ai fini del riconoscimento della causa di servizio, devono ricorrere le condizioni di seguito indicate, ossia:

  1. l’esistenza di un rapporto d’impiego con la Pubblica Amministrazione;
  2. l’insorgenza di una patologia o di una lesione che pregiudichi la salute del lavoratore (c.d. evento dannoso);
  3. accertamento di un nesso causale tra l’infermità patita dal dipendente e lo svolgimento dei suoi doveri d’ufficio (detti anche: fatti di servizio).

Può essere riconosciuto dipendente da causa di servizio anche il c.d. infortunio in itinere, ossia un incidente occorso al lavoratore durante il normale tragitto di andata e ritorno tra abitazione al posto di lavoro o viceversa.

Sul punto, è intervenuta la Suprema Corte la quale ha chiarito che l’infortunio in itinere può essere considerato dipendente da causa di servizio soltanto se:

  • esiste un collegamento tra il tragitto percorso e l’attività lavorativa, nel senso che il primo non sia stato scelto per motivi  personali;
  • nel caso d’infortunio verificatosi durante l’utilizzo di un veicolo privato, la scelta di tale mezzo è stata imposta dell’inidoneità di altri mezzi di trasporto pubblico.

È importante, inoltre, evidenziare che la causa di servizio può essere riconosciuta anche se il lavoro svolto abbia concorso con altri fattori nel causare un’infermità o delle lesioni; ciò significa, in altri termini, che ai fatti di servizio come causa unica e diretta dell’infermità, sono assimilati i fatti di servizio quali concause, ossia condizioni necessarie, ma non sufficienti, a produrre l’evento lesivo, che però contribuiscono a renderlo ancora più grave.

Il riconoscimento della dipendenza d’infermità o lesione da causa di servizio è pronunciato dalla Pubblica Amministrazione all’esito di un procedimento amministrativo regolato dal DPR 29.10.2001, n. 461.

Alla domanda può essere allegata la certificazione sanitaria e da ogni altra documentazione idonea a dimostrare il nesso causale tra la patologia e il servizio.

L’ufficio dell’Amministrazione che dovrà adottare il provvedimento finale trasmette alla Commissione medica il fascicolo contenente la domanda e la documentazione prodotte dall’interessato, dandone comunicazione allo stesso.

Durante la visita medico legale eseguita dalla Commissione medica competente, l’interessato può essere assistito da un medico di fiducia che non sia membro della stessa Commissione medica.

In occasione della visita medico legale, è prevista la verifica dell’idoneità del dipendente al servizio. Di conseguenza, il dipendente pubblico potrebbe eventualmente essere adibito a mansioni compatibili con il suo stato di salute, tali da evitare l’aggravamento della malattia.

Nei casi più gravi, può disporsi il collocamento a riposo anticipato. In tale ipotesi, in conformità all’accertamento sanitario d’inidoneità assoluta a qualsiasi impiego e mansione, l’Amministrazione procede, entro trenta giorni dalla ricezione del verbale della Commissione, alla risoluzione del rapporto di lavoro e all’adozione degli atti necessari per la concessione dei trattamenti pensionistici.

La Commissione medica che effettua la visita redige un verbale, dal quale debbono risultare: il giudizio diagnostico; l’indicazione della data di conoscibilità dell’infermità; il grado di invalidità permanente riscontrata, espresso con riferimento alle categorie contenute nelle Tabelle A e B allegate al D.P.R. n. 834/1981; il giudizio di idoneità al servizio.

La tabella A si suddivide in 8 categorie e può essere applicata per i casi di lesioni ed infermità con diritto ad un assegno temporaneo o a pensione. Tra le principali casistiche, la perdita totale di una mano e dei due piedi consentano l’ascrizione alla prima categoria, mentre la gastrite cronica  rappresenta una patologia prevista dall’ottava categoria.

Il verbale della visita medica è trasmesso, entro quindici giorni dalla conclusiva visita, all’Amministrazione competente, che lo invia al Comitato di Verifica per le Cause di Servizio, che ha sede in Roma, al quale è demandato, in via esclusiva, per tutte le Amministrazioni, il compito di emettere parere motivato in merito al rapporto causale tra infermità e fatti di servizio.

Il procedimento si conclude con un decreto dell’Amministrazione di appartenenza, che dovrà essere notificato all’interessato, ai fini dell’eventuale impugnazione dinanzi ai competenti organi giurisdizionali.

Il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio può dare diritto ad alcuni benefici, tra i quali, oltre all’anzidetta pensione privilegiata, rientrano: l’equo indennizzo; l’esenzione dal ticket sanitario; l’esenzione dal rispetto delle fasce di reperibilità in occasione delle visite fiscali; la preferenza nelle graduatorie dei concorsi pubblici.

 Soppressione “causa di servizio” e “pensione privilegiata” nei confronti dei dipendenti civili della P.A.

Occorre, infine, rilevare come il decreto legge del 6.12.2011 c.d. “crescitalia”, abbia previsto la riduzione delle garanzie previdenziali per i dipendenti civili della Pubblica Amministrazione, disponendo, nei loro confronti, l’abrogazione:

  • dell’accertamento della dipendenza da causa di servizio
  • del rimborso delle spese di ricovero per causa di servizio
  • dell’equo indennizzo
  • della pensione privilegiata

La suddetta abrogazione non trova applicazione nei confronti:

  • del personale appartenente al comparto sicurezza (Polizia di Stato, Corpo Foresta-le dello Stato, Polizia Penitenziaria), difesa (Forze Armate, Carabinieri, Guardia di Finanza), Vigili del fuoco e soccorso pubblico;
  • dei procedimenti in corso alla data del 6.12.2011;
  • dei procedimenti per i quali, alla predetta data, non era ancora scaduto il termine di presentazione della domanda;
  • dei procedimenti instaurabili d’ufficio per eventi occorsi prima del 6.12.2011.

Restano inalterati i diritti attribuiti in favore di coloro che negli anni hanno ottenuto il riconoscimento della dipendenza della causa di servizio ai fini della fruizione dei benefici ad essa connessi.

Ai dipendenti civili resta, comunque, garantita la tutela derivante dall’assicurazione obbligatoria INAIL contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.

Eppure, non tutto il personale civile è tutelato, infatti, l’obbligo di assicurazione presso l’INAIL è limitato ai soli dipendenti statali che svolgono attività protette in quanto rischiose. In concreto, non ricevano tale garanzia assicurativa diverse categorie di dipendenti civili della P.A., tra cui, ad esempio: avvocati, notai, procuratori dello Stato, magistrati, la maggior parte del personale docente, medici.

Pensioni privilegiate militari

Come testé anticipato, l’abrogazione dell’istituto della pensione privilegiata non ha riguardato il personale appartenente alle Forze Armate (Esercito, Marina e Aeronautica), all’Arma dei Carabinieri, alle Forze di Polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Corpo forestale dello Stato e Polizia Penitenziaria) e militare (Guardia di finanza), al comparto vigili del fuoco e soccorso pubblico.

Nei confronti di queste categorie di pubblici dipendenti – sia che si tratti di forze ad ordinamento militare che civile – restano fermi,  i due tipi di trattamenti pensionistici privilegiati previsti e disciplinati dagli articoli 67 e ss. del d.P.R. n. 1092/1973, ovvero :

  • la pensione privilegiata ordinaria;
  • la pensione privilegiata tabellare.

Il presupposto comune di tali benefici è costituto dalla circostanza secondo cui le infermità dipendenti da causa di servizio siano “non suscettibili di miglioramento” (art. 67, comma 1, DPR n. 1092/1973); infermità che, tuttavia, possono anche prescindere dall’inidoneità al servizio e, quindi, non necessariamente implicano la risoluzione del rapporto di lavoro.

Pensione privilegiata ordinaria

La pensione privilegiata, disciplinata dal DPR n. 1092/1973 (artt. 64 e ss.), compete al dipendente pubblico che diventi inabile al servizio in modo assoluto e permanente a causa di un’infermità derivante da causa di servizio.

Segnatamente, la pensione privilegiata ordinaria può essere definita come un trattamento economico a carattere continuativo che spetta al dipendente se, a seguito della malattia o lesione contratta per fatti di servizio, derivi un’inidoneità al servizio assoluta e permanente; è denominata  “privilegiata” perché viene attribuita a prescindere dall’età del dipendente, dalla durata del rapporto di lavoro e dall’anzianità contributiva maturata.

La pensione privilegiata ordinaria non si aggiunge alla normale pensione, ma la sostituisce. Essa è invece cumulabile con un trattamento economico derivante dalla prestazione di altra attività lavorativa o con un altro trattamento di quiescenza, purché spettante a seguito di attività lavorativa svolta nell’ambito di un diverso rapporto di lavoro.

Affinché possa essere attribuita la pensione di privilegio non sempre è indispensabile il requisito dell’inabilità al servizio, essendo sufficiente il riconoscimento della causa di servizio con iscrizione ad una delle categorie della tabella A.

Di contro, se l’infermità viene ascritta nella tabella B, la quale contempla infermità di lieve entità, il militare non avrà diritto alla pensione privilegiata ordinaria, bensì a un assegno una tantum; ad ogni modo, l’interessato potrà, in seguito, presentare istanza di revisione del suo stato di infermità al fine di conseguire l’assegnazione della pensione privilegiata  oppure richiedere la revisione della sua condizione per accedere ad una diversa categoria della tabella A, che preveda il riconoscimento di un maggiore beneficio pensionistico privilegiato.

L’iniziativa per avviare il procedimento finalizzato alla liquidazione della pensione privilegiata ordinaria può essere:

  • d’ufficio, quando la cessazione dal servizio per inidoneità assoluta e permanente sia dovuta a causa di infermità riconosciuta, in costanza di servizio o all’atto della risoluzione del rapporto, dipendente da causa di servizio.
  • a domanda di parte, nel caso in cui l’inidoneità assoluta e permanente al momento della cessazione sia dovuta ad infermità o lesioni che, all’atto della risoluzione del rapporto di lavoro, non siano state ancora riconosciute come dipendenti da causa di servizio.

In quest’ultima ipotesi, il pubblico dipendente, entro cinque anni dalla cessazione, a pena di decadenza, può chiedere all’Amministrazione “presso la quale il dipendente ha prestato l’ultimo servizio” che si proceda al riconoscimento della dipendenza da causa di servizio (termine elevato a dieci anni in caso di parkinsonismo o in caso di invalidità derivanti da infermità ad eziopatogenesi non definita o idiomatica).

Nel caso in cui il dipendente abbia già chiesto e ottenuto, in costanza di rapporto di lavoro, il riconoscimento della dipendenza d’infermità da causa di servizio, la domanda di pensione privilegiata può essere presentata, dopo la cessazione, senza limiti di tempo, in virtù del principio d’imprescrittibilità del diritto alla pensione.

Affinché la pensione privilegiata competa al lavoratore sin dalla data di cessazione dal servizio, la relativa domanda deve essere presentata entro due anni dalla cessazione stessa. Qualora la domanda venga presentata oltre il predetto termine biennale, il pagamento della pensione decorrerà dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda stessa, con conseguente prescrizione dei ratei precedentemente maturati.

La pensione privilegiata ordinaria è reversibile ai superstiti (coniuge e figli) nel rispetto delle condizioni oggettive e soggettive contenute nel D.P.R. n. 1092/73.

Infine, avendo il trattamento pensionistico in esame natura retributiva, esso è assoggettato all’IRPEF.

Pensione privilegiata tabellare

La pensione privilegiata tabellare di cui al comma V, dell’art. 67 DPR n. 1092/1973, (tabella n. 3 allegata al medesimo DPR) competeva, dapprima, ai militari di truppa e ai graduati che avevano contratto un’infermità durante il servizio di leva; il medesimo trattamento pensionistico spettava anche ai militari e militarizzati con grado inferiore a quello di caporale compreso (art. 67, comma 5, DPR cit.), che avevano subito a causa del servizio una menomazione dell’integrità fisica, ai quali, all’epoca dell’emanazione del succitato D.P.R., non era corrisposto uno stipendio, ma una diaria giornaliera.

Attualmente, però, la pensione privilegiata tabellare opera in via residuale; ed infatti, atteso che  i militari e gli ausiliari del personale militarizzato, alla fine dagli anni 70’, iniziarono a percepire una retribuzione mensile, la norma in esame finì per trovare applicazione unicamente nei confronti dei militari di leva. Sennonché, considerato che l’ordinamento militare ha, successivamente, soppresso la leva militare, prevedendo la corresponsione di una retribuzione di servizio in favore dei volontari in ferma annuale o pluriennale, la norma contenuta nel succitato comma V dell’art. 67 opera, oggi, soltanto nei confronti degli ex militari di leva, che abbiano subito una menomazione dell’integrità personale invalidante durante il servizio militare espletato.

La pensione privilegiata tabellare corrisposta agli ex militari in servizio di leva, che hanno intrattenuto con il pubblico potere un rapporto di servizio obbligatorio – e non un rapporto di servizio volontario qualificato come di impiego – ha natura indennitaria ed è, pertanto, esente da IRPEF.

Trattasi, quindi, di una pensione assimilabile al trattamento privilegiato di guerra, il cui importo è strettamente connesso all’entità della menomazione e non alla durata del servizio prestato, e viene quantificato sulla base di apposite specifiche tabelle previste dalla legge; invero, anche per la pensione privilegiata tabellare sono previste otto categorie, ciascuna delle quali prevede un importo economico differente a seconda della gravità dell’infermità (Tabella A del DPR n. 834/1981).

Si rileva, ulteriormente, che i pensionati di 1^ categoria, che abbiano riportato menomazioni psico – fisiche particolarmente gravi, hanno diritto, altresì, all’assegno di super invalidità, all’assegno integrativo nonché l’assegno di accompagnamento.

Infine, anche il trattamento pensionistico privilegiato tabellare è reversibile a favore dei familiari dell’ex militare deceduto durante l’espletamento del servizio militare obbligatorio. (c.d. pensioni tabellari privilegiate di reversibilità).

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Come scegliere un buon avvocato

Quando si è obbligati a ricorrere alla consulenza legale, la scelta dell’avvocato rappresenta sempre un momento delicato e complesso, in quanto, nella maggior parte dei casi, il professionista incaricato assisterà il suo cliente per almeno sette, otto anni e forse anche per un lasso di tempo più lungo, visto l’abnorme periodo che mediamente caratterizza la durata dei processi celebrati in Italia.

Di solito, per la concreta individuazione del legale di fiducia, si finisce per ricorrere al classico metodo del passaparola, chiedendo un po’ in giro, nella cerchia dei parenti, amici, conoscenti; in altri casi, la scelta verrà effettuata con l’ausilio di internet, atteso che, oramai, ogni avvocato che si rispetti è dotato di un sito web, utilizzato per reclamizzare competenze e esperienze maturate nei diversi ambiti giuridici.

A questo punto, una domanda sorge spontanea: quali sono i requisiti che un avvocato deve possedere, la cui presenza denota un certo grado di affidabilità ?

Ebbene, con il presente articolo indicheremo quelle che generalmente possono essere considerate come le 10 fondamentali caratteristiche di cui un professionista legale debba essere dotato affinché possa definirsi un “buon avvocato”; si tratta, in sostanza, di brevi e pratici consigli che potranno consentire di orientare e agevolare l’utente nella ricerca del proprio legale di fiducia.

1) Competenza

Uno dei requisiti più importanti è costituito dalla competenza, intesa come conoscenza della materia giuridica in cui rientra la questione che il professionista sarà chiamato a trattare; un’elevata competenza consente all’avvocato di avere una visione d’insieme delle norme, delle giurisprudenza e della dottrina.

Se da un lato l’avvocato deve essere un “vero studioso”, dall’altro, però, è necessario sfatare il falso mito secondo cui il buon avvocato è colui che conosce tutto lo scibile del diritto.

Questa è certamente un’errata convinzione! Invero, se l’avvocato, subito dopo avere ascoltato le vostre vicissitudini, accetta l’incarico senza alcuna esitazione non concedendosi neppure il tempo di esaminare la questione, allora sarebbe opportuno non conferirgli il mandato.

È utile rammentare che il diritto civile è composto da numerose e vaste materie, alcune delle quali disciplinate da leggi speciali in continuo mutamento; ciò significa, quindi, che bisogna diffidare da chi si reputa un avvocato c.d. “generalista”, in grado di risolvere prontamente qualsivoglia questione.

Un avvocato diligente, dunque, prima di rendere un parere, e ancor prima di assumere l’incarico, vi dirà che sarà necessario “studiare la documentazione” e solo in seguito, dopo aver acquisito piena cognizione dei termini della questione, potrà stabilire se accettare o meno.

Infine, un professionista serio e coerente, qualora dovesse capire di non essere in grado d assistere il soggetto che l’ha contattato, lo esternerà senza alcuna remora.

2) Esperienza

È fondamentale, poi, che il professionista scelto abbia dimestichezza con casi affini a quello per cui è stato contattato. Difatti, il “bravo avvocato” non è solo colui che conosce alla perfezione le norme giuridiche su un piano meramente teorico, ma è altrettanto importante che costui abbia già trattato questioni di quel tipo, meglio ancora se con esiti favorevoli.

Gli anni di esperienza di un avvocato sono un criterio importante, indice di affidabilità, eppure, non sempre scegliere un avvocato esperto ci consente di essere totalmente sicuri sul buon esito della causa. Talvolta, infatti, un giovane avvocato che sta cercando di affermarsi lavorerà maggiormente per vincere un caso, cercando di svolgere un ottimo lavoro per i suoi clienti.

Un avvocato maturo, affermato e con uno studio ben avviato, sicuramente avrà una grande esperienza, e vi assicura un’approfondita conoscenza della materia, ma probabilmente impiegherà minor tempo per il vostro caso. Probabilmente la scelta intermedia sembra essere quella più saggia: si dovrebbe quindi optare per lo studio ben avviato, facendosi seguire però non dall’avvocato più anziano, bensì da uno dei suoi fidati collaboratori. In questo modo si potrà sfruttare l’esperienza dello studio unitamente alla maggiore disponibilità del giovane avvocato.

3) Reputazione

 Un ulteriore criterio che agevola la ricerca del legale è costituito dalle “opinioni espresse dalla clientela”, le quali, congiuntamente ad altri fattori, consentiranno di stabilire il grado di affidabilità di un avvocato.

Ed invero, l’avvocato che gode di una buona reputazione è, con molta probabilità, un professionista che ha conseguito un consistente numero di vittorie, le quali, a loro volta, possono costituire indice di competenza, professionalità  ed esperienza in uno o più settori giuridici.

Attualmente, per verificare se l’avvocato scelto abbia una buona nomea, è possibile ricercare in rete eventuali recensioni rilasciate dall’utenza sul sito web del professionista. Sennonché, tali giudizi dovranno essere valutati attentamente: infatti, se da un lato le poche valutazioni negative potrebbero non essere sufficienti per rivelare il concreto livello di serietà del legale, dall’altro, le critiche mosse da un numero consistente di clienti potrebbero rappresentare un fondato campanello d’allarme.

Ovviamente, il consiglio è quello di avvalersi della ricerca telematica, ma assumendo tutte le cautele del caso, posto che ci saranno certamente dei validi avvocati, i quali, presumibilmente, hanno rimediato qualche recensione negativa, avendo perso una o più cause per ragioni che esulano dalle loro capacità.

4) Specializzazione

Una delle regole fondamentali che si dovrebbero seguire, ma che purtroppo non tutti osservano, è quella di individuare un avvocato munito delle conoscenze specifiche della materia nel cui ambito normativo, e giurisprudenziale, può inquadrarsi la questione da sottoporre.

Come poc’anzi accennato, in giro ci sono molti, troppi, avvocati “generalisti”, che ostentano al cliente l’inverosimile capacità di risolvere ogni tipo di questione giuridica. Il consiglio, ovviamente, è quello di non fidarsi di queste figure professionali, poiché si corre il serio rischio di non essere adeguatamente tutelati.

Se dunque si ha bisogno di un’assistenza legale in un giudizio civile, la prima cosa da fare è individuare un avvocato specializzato nel settore giuridico che “abbraccia” la questione da risolvere. Sembra una considerazione scontata, ma non lo è affatto.

Inoltre, considerato che la professione forense è forse quella, ad oggi, più inflazionata di tutte, capita spesso che un parente, il migliore amico, un vicino di casa esercitino proprio l’attività legale; cosicché, ci si rivolge ad uno di essi solo perché appare come una persona familiare e onesta, che magari potrà rendere una consulenza gratuita. È evidente, dunque, che anche operando in questo modo difficilmente si farà la scelta giusta.

5) Disponibilità

Un’altra qualità indefettibile è costituita dalla disponibilità del professionista verso i suoi clienti; ebbene, se da un po’ di tempo ti sei accorto che il tuo avvocato è sempre troppo indaffarato, omette di rispondere alle e-mail che gli inoltri, non richiama dopo aver visto una tua telefonata, dimentica i vostri appuntamenti, o nella migliore delle ipotesi, arriva in ritardo dedicandoti pochissimi minuti: è consigliabile che, a fronte di tale condotta, si opti per un altro legale.

Invero, è certamente comprensibile che un avvocato discretamente affermato sia spesso assorbito dai suoi impegni e riesca dedicare un tempo limitato alla sua clientela, tuttavia, qualora sia maldisposto a rispondere ai tuoi legittimi interrogativi, allora di certo non merita la tua fiducia.

Non devi sicuramente avere la presunzione di monopolizzare le attenzioni del tutto legale, ma non puoi nemmeno accettare di essere costantemente trascurato, essendo costui tenuto a garantire, quotidianamente, la propria disponibilità, seppur in misura ridotta, ad ogni suo cliente.

6) Presenza Sul Web

Grazie alle innovazioni informatiche, i professionisti di ogni settore hanno radicalmente modificato il loro modo di farsi conoscere dai potenziali clienti.

Anche nel settore legale, si sta rivelando sempre più utile e conveniente cercare il proprio professionista su internet, grazie alla moltitudine d’informazioni che la rete riesce a raccogliere.

Negli ultimi anni, nel nostro paese si è registrato un aumento esponenziale delle ricerche di avvocati sul web, generando una volume di traffico tale da consentire di affermare che la ricerca “on-line” ha di gran lunga sorpassato quella realizzata ricorrendo al passaparola o ai mezzi di comunicazione più “datati”.

Certamente non è consigliabile scartare un avvocato semplicemente perché non dispone di un sito web, poiché la presenza di questo strumento informatico non è rivelatore del sul suo grado di preparazione, professionalità e/o esperienza, ma, al più, ti consentirà di raccogliere un maggior numero di dati necessari per individuare il professionista più adatto alla tua situazione.

7) Chiarezza nel linguaggio

Un buon avvocato deve essere in grado di scrivere e parlare senza alcun genere di problema. Il linguaggio dell’avvocato deve essere chiaro, diretto e, soprattutto, comprensibile. Il più delle volte, l’eccessivo utilizzo di tecnicismi risulta controproducente perché rende oltremodo difficoltosa la comprensione di uno scritto o di una discussione.

La bravura di un avvocato, pertanto, è nascosta nell’abilità di quest’ultimo di coniugare la capacità di utilizzare una terminologia tecnica, cercando, però, di essere compreso non solo dagli addetti ai lavori ma anche, e soprattutto, dai non esperti del settore. I clienti, dunque, devono riuscire a comprendere ciò che il proprio legale afferma senza alcun genere di problema, in modo tale da instaurare con lui un sano rapporto di fiducia.

Come poc’anzi accennato, la chiarezza espositiva, scritta e orale, costituisce un aspetto che non deve essere assolutamente trascurato ma che, al contrario, deve rappresentare quel quid in più posseduto dal professionista che ambisce ad affermarsi nell’ormai inaccessibile mondo forense.

8) Onestà e correttezza

Anche queste sono qualità assolutamente non scontate, che dovrebbero essere connaturate in ciascun avvocato, ma solitamente non è così; difatti capita, spesso, che un professionista scorretto abbia sfruttato la debolezza emotiva del suo cliente, il quale, il più delle volte, si rivolge ad un legale in un momento in cui risulta pervaso da un senso di sconforto e debolezza.  Senza dimenticare che gli avvocati hanno tra i propri strumenti professionali la tecnica della persuasione.

È bene dunque dubitare, ad esempio, del legale che vi garantisca la vittoria o l’assoluzione. Il diritto non è una scienza matematica. L’esito di una causa o del buon andamento dell’affare dipende da molti fattori, alcuni dei quali non hanno nulla a che vedere con esperienza e la competenza dell’avvocato prescelto; occorre ricordare, inoltre, che con il conferimento dell’incarico l’avvocato assume un’obbligazione di mezzi e non di risultato nei confronti del proprio cliente: vale a dire, in altre parole, che il professionista non può assicurarvi il risultato, ma solo garantirvi di metterci tutto il suo impegno, la sua professionalità e la sua competenza.

Dopo aver scelto l’avvocato, è buona regola richiedere quante più informazioni possibili sul costo della sua prestazione.

Preme evidenziare che il compenso di un avvocato può variare sulla base del tipo di prestazione richiesta, della quantità di attività svolta, delle difficoltà che emergono in corso di rapporto e di molti altri fattori; è diritto del cliente, richiedere  un preventivo circa i costi prevedibili per l’attività che il legale andrà a svolgere, ciò consentirà di instaurare con il professionista, sin da subito, un rapporto trasparente e sereno.     

9) Vicinanza al luogo della controversia

Altro fattore da non trascurare è quello di essere rappresentati da un avvocato che eserciti nel luogo in cui dovrà essere intrapreso il giudizio; ed infatti, numerosi sono i vantaggi derivanti da tale scelta, poiché è ragionevole supporre che “l’avvocato del posto”, non solo sappia muoversi all’interno delle  cancellerie dei vari uffici giudiziari locali (Giudice di Pace, Tribunale, Corte di Appello), ma, cosa più importante, abbia piena conoscenza degli orientamenti giurisprudenziali adottati dai giudici operanti in quel luogo, i quali saranno chiamati a decidere la causa; più semplicemente, il professionista sa (o dovrebbe sapere) in che modo i magistrati di quel distretto hanno deciso questioni simile a quella sottopostagli.

Pertanto, la difesa legale sarà credibilmente più efficace se l’avvocato scelto risulti ben inserito nella zona in cui è richiesta la rappresentanza legale.

Ovviamente, vale sempre la regola sopra indicata della specializzazione (v. punto 4), per cui è di fondamentale importanza che l’avvocato selezionato sia qualificato e pratico della materia giuridica connessa alla vostra problematica.

10) Capacità di gestire il tempo

Altra Importante qualità di cui l’avvocato deve essere necessariamente dotato è la capacità di gestire il proprio tempo.

Il legale zelante, infatti, deve saper ottimizzare ogni momento della giornata riducendo al minimo i c.d. tempi morti; ogni secondo rubato allo studio è una possibilità in meno di vincere la causa, giacché il successo dipende, quasi sempre, dalle ore dedicate alla disamina della documentazione, alla ricerca minuziosa delle norme da applicare al caso concreto e all’individuazione della giurisprudenza che ha deciso una fattispecie analoga.

Tutte le energie dovranno essere concentrate per il raggiungimento del miglior risultato con il minimo sforzo. Pertanto, a fronte di un problema, il legale dovrà essere in grado di individuare tempestivamente la soluzione: metaforicamente parlando, il buon avvocato deve saper sbrogliare la matassa, senza complicare la vita a sé e al proprio cliente.

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Tipi di avvocato in Italia

Nel corso degli anni, è emerso come il tradizionale avvocato “generalista”, dotato di una superficiale e frammentaria competenza in ogni ambito giuridico, e di conseguenza non in grado di affrontare adeguatamente ogni questione, abbia ceduto il passo alla figura dell’avvocato “specializzato”, ossia un professionista che conosce in maniera approfondita uno specifico settore dell’ordinamento giuridico.

Con il presente articolo analizzeremo alcuni tipi di specializzazioni acquisite dall’avvocato in Italia, occupandoci in particolare della figura del legale esperto in:

  1. Successioni ( o diritto ereditario) →
  2. Diritto immobiliare →
  3. Casi di malasanità →
  4. Diritto condominiale →
  5. Infortunistica stradale →
  6. Diritto del lavoro →

1) Avvocato successioni (o esperto in diritto ereditario)

La successione ereditaria rientra indubbiamente nel novero delle materia giuridiche in assoluto più complesse, ciò significa che per la corretta disamina delle questioni connesse a tale ambito normativo è necessaria una solida preparazione e una conoscenza specializzata, le quali possono essere garantita esclusivamente da un avvocato competente in successioni ereditarie.

Tra le attività svolte dall’Avvocato esperto in diritto ereditario rientra, per esempio, quella di:

  • affiancare il testatore nella redazione del testamento, al fine di consentirgli di prevenire eventuali futuri contenziosi tra gli eredi;
  • intervenire nella fase successiva al decesso del de cuius per assistere, uno o più chiamati all’eredità (eredi legittimari, legittimi o testamentari);
  • assistere uno o più eredi nella fase di divisione ereditaria, nel caso in cui non vi sia accordo tra i coeredi su come ripartire il patrimonio ereditario in modo che ciascun erede abbia una porzione commisurata all’ammontare della propria quota.

E’ di fondamentale importanza, quindi, rivolgersi a un professionista pratico nelle successioni, che abbia maturato una prolungata esperienza in questo delicato settore,  in grado, perciò, di fornire soluzioni tese alla tutela dei diritti successori dei propri clienti.

 Per un approfondimento leggi l’articolo correlato che approfondisce i vari ruoli dell’avvocato specializzato in Successioni → 

2) Avvocato immobiliare

Il diritto immobiliare è una materia articolata e in continua evoluzione; invero, non solo la classica compravendita di unità immobiliari, ma qualsiasi altra operazione avente a oggetto un bene immobile risulta spesso molto complicata, anche a causa delle diverse insidie che tali transazioni celano; per tale ragione, anziché confidare esclusivamente sulle proprie capacità, sarebbe utile servirsi di professionisti esperti nel settore.

Pertanto, l’avvocato specializzato in diritto immobiliare è l’unico in grado di offrire la consulenza necessaria per la corretta gestione di pratiche concernenti i beni immobili; questa peculiare figura professionista si occupa principalmente di:

  • offrire consulenza e assistenza per l’acquisto, la vendita, la gestione e la locazione di immobili;
  • predisporre contratti preliminari e definitivi di compravendita immobiliare;
  • prestare consulenza e assistenza per conseguire la divisione d’immobili comuni, anche tra coeredi;
  • liberare gli immobili da pignoramenti e ipoteche;
  • prestare assistenza per la richiesta e l’ottenimento di mutui finalizzati all’acquisto di immobili;
  • predisporre contratti di locazione sia a uso abitativo che commerciale;
  • assistenza Sfratti per finita locazione o per morosità;
  • redigere contratti di appalto per lavori condominiali;
  • offrire assistenza per la richiesta e il rilascio D.I.A., permessi di costruire, autorizzazioni, concessioni in sanatoria, accatastamenti, volture catastali.

Orbene, considerata la complessità della materia, è facile comprendere come soltanto un tecnico del settore sarebbe capace di muoversi al meglio nella conduzione di questo tipo di operazioni. Si consiglia, dunque, di affidarsi sempre ad avvocati competenti nel settore del diritto immobiliare, in grado di offrire la consulenza necessaria per soddisfare le particolari esigenze del caso.

Per approfondire l’argomento ti consigliamo di leggere l’articolo che analizza nel dettaglio il ruolo dell’Avvocato immobiliare →

3) Avvocato Malasanità

Quando si ha il fondato sospetto che il peggioramento delle proprie condizioni di salute sia imputabile a un errore medico, occorre, prima di tutto, sottoporre la questione ad avvocato esperto nel settore della malasanità;

Questa particolare figura legale specializzata farà analizzare il caso ad un medico legale di fiducia, qualificato nella branca medica in cui l’errore sanitario può essere ricondotto; trattandosi di questioni estremamente tecniche, il parere preliminare del medico legale riveste un ruolo fondamentale, poiché consentirà all’avvocato di stabilire se ricorrono i presupposti minimi su cui fondare un’azione risarcitoria nei confronti dei presunti responsabili dei danni sofferti dal suo assistito.

L’avvocato esperto in casi di malasanità si contraddistingue per aver maturato una solida e specifica esperienza in questo settore, acquisita grazie alla trattazione di numerosi casi concernenti i diversi campi della medicina; in concreto, il legale competente in pratiche di malasanità interviene nell’ipotesi in cui l’integrità psico – fisica del suo cliente sia stata lesa da:

  • una diagnosi omessa, ritardata o errata;
  • un intervento chirurgico eseguito in modo scorretto;
  • una cattiva gestione del paziente nel periodo successivo all’intervento;
  • una prescrizione e/o somministrazione di una cura farmacologica sbagliata

In questi e in tutti gli altri casi in cui si discute di malasanità, il paziente vittima dell’errore medico, con l’ausilio di un legale specializzato, potrà far valere integralmente i suoi diritti, richiedendo ai soggetti responsabili (struttura ospedaliera, personale sanitario, Ministero della Salute) il risarcimento di ogni pregiudizio sofferto, sia esso di carattere patrimoniale (es. spese mediche) sia di carattere non patrimoniale ( danno biologico, morale, esistenziale).

Per maggiori informazioni sull’argomento leggi l’articolo Avvocato Malasanita →

4)  Avvocato condominio

Il diritto condominiale è uno dei settore del diritto privato maggiormente soggetto ad un cambiamento giurisprudenziale, essendo i giudici chiamati ad interpretare, a seconda del caso concreto, le limitate e frammentarie norme generali che disciplinano la materia;

L’avvocato esperto di diritto condominiale affronta tutte le questioni, anche di natura contenziosa, connesse alle parti comuni dell’edificio e a quelle di proprietà esclusiva, nonché inerenti ai rapporti tra condomini e tra questi e gli amministratori.

In concreto, e a titolo illustrativo, l’avvocato che vanta competenze nel settore del diritto condominiale, si occupa:

  • dell’interpretazione, redazione, revisione di regolamenti condominiali;
  • dell’impugnazione delle delibere assembleari;
  • delle controversie insorte tra condomini;
  • di rappresentare e assistere un condomino nel giudizio intrapreso nei confronti dell’amministratore del condominio;
  • di rappresentare e assistere l’amministratore di condominio nei giudizi di responsabilità civile e penale.

Orbene, per la soluzione di controversie sorte all’interno di un condominio, è preferibile farsi assistere da un legale esperto in diritto condominiale, il quale, avendo trattato un’ampia casistica nel settore, è in grado di offrire al cliente una pluriennale esperienza e una preparazione qualificata.

Per ulteriori informazioni sulla tematica visita l’articolo: Avvocato Condominio →

 5) Avvocato incidente stradale

La normativa che trova applicazione nel caso di danni da incidente stradale, ha subito, nel corso degli anni, numerose modifiche sia sul piano sostanziale sia, soprattutto, su quello procedurale; per tale motivo, oggigiorno, risulta indispensabile poter contare su un avvocato esperto in infortunistica stradale, ossia un professionista che abbia maturato una solida esperienza nell’ambito dei sinistri stradali, capace di interloquire con le compagnie assicuratrici e contrastare l’uniforme propensione di quest’ultime di effettuare una stima al ribasso dei danni patiti dagli utenti della strada.

L’avvocato specializzato nel settore dell’infortunistica stradale è quindi in grado di garantire al cliente un assistenza stragiudiziale e/o giudiziale da condurre nei confronti delle imprese assicuratrici, tesa al conseguimento di un equo risarcimento di tutti i pregiudizi subiti a seguito del sinistro.

Per approfondire leggi l’ articolo che elenca tutte le specializzazioni dell’Avvocato Incidente Stradale →

6) Avvocato del lavoro

L’Avvocato del lavoro è un professionista che si occupa delle controversie insorte fra dipendenti (o ex dipendenti) e datori di lavoro o di questioni connesse ai rapporti tra lavoratori ed enti previdenziali oppure ancora, variando prospettiva, tale figura professionale offre consulenza e assistenza all’imprenditore per la cura dei rapporti con i dipendenti e con le organizzazioni sindacali.

Nello specifico, e a mero titolo esemplificativo, l’avvocato del lavoro si occupa di pratiche concernenti: licenziamenti (individuali o collettivi), mobbing, dimissioni per giusta causa, lavoro in nero, insoluti retributivi e previdenziali, infortuni sul lavoro, demansionamento e dequalificazione professionale:

Qualunque sia la “parte” assistita (lavoratori o imprenditore), l’avvocato specializzato nel diritto lavoro è colui che, oltre ad aver accumulato diversi anni di esperienza nel settore, cura con costanza l’aggiornamento professionale, poiché tanto la legislazione quanto la giurisprudenza giuslavoristica, oltre ad essere connotate da un elevato grado di complessità, sono soggetta a un continuo cambiamento.

Per saperne di più visita l’articolo sull’Avvocato del lavoro →

Esdebitazione: cos’è, significato, procedure e come procedere

L’esdebitazione rappresenta un concreto aiuto che permette all’imprenditore fallito di riacquisire la facoltà di avviare una nuova attività d’impresa senza dover sopportare il peso dei debiti residuati da un fallimento.Esdebitamento

Con il presente articolo illustreremo gli aspetti principali dell’istituto, chiarendone i presupposti applicativi ed evidenziando le fasi del procedimento che può consentire al debitore fallito, ove ne ricorrano le condizioni, di conseguire il provvedimento di esdebitazione.

Esdebitazione significato

L’esdebitazione è un istituto giuridico disciplinato dagli artt. 142 e ss. della Legge Fallimentare, introdotto dalla riforma del 2006 (D. Lgs 9/01/2006 n. 5). Essa consiste nella definitiva liberazione del debitore fallito da qualsiasi debito rimasto non pagato dopo la chiusura del fallimento, consentendogli in questo modo di recuperare la capacità di svolgere una nuova attività economica.

Affinché possa realizzarsi tale risultato, è fondamentale che il fallito abbia tenuto una condotta responsabile e corretta durante la procedura fallimentare e che tutti i creditori concorrenti siano stati almeno in parte soddisfatti.

Ebbene, con questo provvedimento giudiziale si pone fine alla gravosa situazione creata dalla precedente disciplina sulla “riabilitazione”, sotto la cui vigenza il fallito era essenzialmente perseguitato dai suoi creditori, i quali potevano far valere le restanti ragioni creditorie anche dopo la chiusura del fallimento.

Esdebitazione del fallito

La domanda di esdebitazione può essere richiesta da chi è fallito in proprio (es. ditta individuale), e dal socio illimitatamente responsabile di società dichiarata fallita (es. socio di società semplice, società in nome collettivo e soci accomandatari di società in accomandita semplice).

L’istituto in esame, dunque, non distingue il “fallito” che assume le vesti d’imprenditore individuale da quello che invece ricopre il ruolo di socio illimitatamente responsabile all’interno di una società fallita, stabilendo quale unico requisito che egli sia “persona fisica”.

Inoltre, in caso di decesso del debitore fallito, sono legittimati a formulare detta istanza i suoi eredi.

Per proporre domanda di esdebitazione è necessario che la procedura fallimentare sia conclusa a seguito della ripartizione dell’attivo realizzata sulla base di un progetto di riparto.

È comunque possibile presentare l’istanza anche quando:

  • il fallimento sia stato chiuso per mancata proposizione di istanze di ammissione al passivo;
  • il fallimento sia stato chiuso per integrale pagamento o estinzione dei crediti ammessi.

Ciò che è importante è che la chiusura della procedura fallimentare non sia dipesa, come spesso accade, dall’impossibilità di soddisfare, nemmeno in parte, i creditori concorsuali, i crediti prededucibili – ossia sorti in occasione della procedura concorsuale –  e le spese della procedura.

Ricordiamo, infatti, che la soddisfazione almeno parziale dei creditori ammessi, compresi quelli di rango chirografario, è condizione fondamentale per la proposizione della domanda di esdebitazione.

Orbene, ricapitolando, qualora vi fosse un bilancio finale negativo o risulti impossibilità di pagare le spese del curatore e dei suoi ausiliari, non sarebbe possibile richiedere l’ammissione al beneficio in oggetto.

I presupposti soggettivi dell’esdebitazione

Oltre alla condizione oggettiva sopra illustrata, occorre che la condotta tenuta dal fallito nel corso della procedura fallimentare sia stata improntata a correttezza e trasparenza.

Più precisamente, presupposti soggettivi affinché un imprenditore fallito possa beneficiare dell’esdebitazione sono:

  • aver collaborato con gli organi del fallimento, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile all’accertamento del passivo;
  • non aver ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura fallimentare;
  • aver consegnato al curatore tutta la documentazione e la corrispondenza riguardante i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento di cui all’ 48 L.F.;
  • aver rappresentato una situazione contabile veritiera dell’impresa;
  • non avere già beneficiato dell’istituto dell’esdebitazione negli ultimi 10 anni;

È importante, poi, che il fallito non abbia commesso reati riconducibili ai comportamenti descritti in precedenza. In altre parole, quest’ultimo non deve essere stato condannato, con sentenza passata in giudicato, per bancarotta fraudolenta o per altri delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio o compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività d’impresa.

L’esdebitazione non è applicabile ai fallimenti chiusi prima dell’entrata in vigore della riforma della legge fallimentare (16.07.2006, ossia 6 mesi dopo la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale). Sennonché, l’istituto trova applicazione nei confronti dai fallimenti avviati prima della riforma, ma terminati successivamente alla sua entrata in vigore, sempre che la relativa istanza sia stata presentata entro un anno dalla chiusura del fallimento.

Debiti oggetto di esdebitazione e quelli esenti da esdebitazione

Possono costituire oggetto di esdebitazione:

  • i debiti residui dei creditori ammessi allo stato passivo e non integralmente soddisfatti;
  • i debiti anteriori alla procedura di fallimento, ma relativi a creditori non insinuati al passivo fallimentare.

Sono invece escluse dall’esdebitazione tutti debiti relativi a obblighi di mantenimento oppure a obblighi di corresponsione degli alimenti o, comunque, tutte le obbligazioni riguardanti rapporti estranei all’esercizio dell’impresa, aventi natura strettamente personale.

Del pari, sono esclusi dall’esdebitazione i debiti per il risarcimento dei danni da illecito extracontrattuale, nonché le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie ai debiti estinti.

L’esdebitazione, inoltre, non ha efficacia sui diritti che i creditori hanno nei confronti dei coobbligati, dei fideiussori del debitore e degli obbligati in via di regresso. Ciò significa, quindi, che i debiti degli altri falliti, soci della medesima società, o le garanzie prestate da terzi per debiti fallimentari sopravvivono all’esdebitazione, e tali soggetti possono essere escussi indipendentemente dalla chiusura del fallimento e dalla liberazione del fallito.

Procedura di esdebitazione

La domanda di esdebitazione deve essere presentata dalla persona interessata avanti il tribunale presso cui era pendente il fallimento.

La procedura volta a ottenere il beneficio dell’esdebitazione richiede l’assistenza tecnica fornita da un difensore iscritto all’Ordine degli Avvocati.

L’istanza di esdebitazione può essere depositata:

  • durante la procedura fallimentare, oppure
  • entro un anno dal decreto di chiusura del fallimento.

In quest’ultima ipotesi, il termine annuale è considerato perentorio, pertanto se decorre senza che il fallito abbia depositato il ricorso, costui decade dalla facoltà di poter richiedere l’esdebitazione.

In concreto, il legale incaricato dovrà presentare un ricorso con cui chiederà al Giudice di verificare la sussistenza dei presupposti necessari per la concessione del beneficio e, conseguentemente, dichiarare l’inesigibilità̀ dei debiti concorsuali residui dell’imprenditore fallito.

A tale istanza seguirà un decreto di fissazione dell’udienza che, insieme al ricorso, andrà notificato ai creditori non integralmente soddisfatti entro un determinato termine indicato dal giudice.

Qualora il fallito ricorrente non abbia effettuato le previste notificazioni entro il termine concesso, l’istanza depositata verrà dichiarata inammissibile.

Non è necessario che i creditori partecipino effettivamente alla procedura di esdebitazione, ma occorre che essi siano perlomeno informati circa la sua instaurazione.

Durante la fase istruttoria della procedura è obbligatoria l’assunzione del parere del curatore e del comitato dei creditori; nell’ipotesi in cui sia impossibile ottenere tale parere, (perché, ad esempio, i suddetti organi sono stati sciolti), il giudice potrà, in ogni caso, sostituirsi ad essi e procedere con una indagine d’ufficio.

Il Tribunale, in composizione collegiale, deciderà con decreto motivato, che sarà impugnabile con reclamo alla Corte di Appello, a pena di decadenza, entro 10 giorni dalla sua ufficiale conoscenza o comunque entro 90 giorni dalla relativa pubblicazione.

La legittimazione a proporre il reclamo è riconosciuta in favore:

  • del debitore fallito,
  • dei creditori non integralmente soddisfatti,
  • del pubblico ministero
  • di qualunque altro interessato.

Il decreto motivato divenuto definitivo ha il valore di una sentenza.

I principali effetti del decreto di esdebitazione

Il provvedimento di esdebitazione produce gli effetti di seguito illustrati:

  • Inesigibilità dei crediti: il fallito non sarà più obbligato al pagamento dei crediti, potendo legittimamente rifiutare la richiesta di adempimento avanzata dai propri creditori; L’inesigibilità del credito risulta uno strumento offerto esclusivamente al fallito, ed è opponibile solo dal medesimo non essendo rilevabile d’ufficio dal giudice.
  • Inesigibilità degli interessi: l’inesigibilità che consegue all’esdebitazione si estende anche agli interessi relativi sia a crediti privilegiati che chirografari, siano essi maturati prima (se non richiesti o ammessi), durante (se non pagati per incapienza) o dopo (se maturati sulla parte residua dei crediti) la dichiarazione di fallimento;
  • Estinzione delle garanzie reali: parimenti, anche le garanzie reali (pegno e ipoteca), essendo accessorie rispetto al diritto di credito garantito, subiscono gli effetti dell’esdebitazione.

Esdebitazione equitalia

La procedura di esdebitazione trova applicazione anche con riferimento ai debiti escussi da Equitalia (sciolta il 1° luglio 2017, le funzioni di riscossione sono oggi svolte dall’Agenzia dell’entrate – Riscossione). Ne deriva, dunque, che il fallito che abbia beneficiato della liberazione dai debiti residui, non è più tenuto al pagamento delle somme dovute nei confronti dell’Erario.

Tuttavia, di recente, sono emersi alcuni dubbi circa la possibilità di far rientrare nell’esdebitazione i debiti da Iva, che non sono espressamente esclusi dal novero dei debiti che possono essere annullati al fallito.

La vicenda è stata sottoposta al vaglio dei giudici della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e prende le mosse dell’emissione da parte dell’Agenzia delle Entrate di una cartella di pagamento per la riscossione d’importi a titolo di Iva e Irap.

In primo grado, la commissione tributaria aveva dichiarato illegittima la cartella esattoriale; l’Agenzia dell’Entrate faceva perciò ricorso in Cassazione e i giudici della Suprema Corte deferivano la questione ai giudici della Corte Ue per valutare la sussistenza di possibili contrasti tra la normativa italiana e le direttive europee. In particolare la Cassazione chiedeva chiarimenti ai giudici europei su un possibile contrasto tra la regolamentazione nazionale e quella comunitaria in materia di armonizzazione delle regole sulle imposte.

La Corte di Giustizia, con la sentenza del 16/03/2017, n. C-493/15), ha precisato che la disciplina comunitaria non ostacola l’applicazione della disciplina nazionale relativa alla liberazione dell’imprenditore fallito anche dai debiti Iva, poiché l’istituto dell’esdebitazione non si configura come un “aiuto di Stato”.

I giudici dell’U.E. hanno aggiunto, altresì, che la disciplina sull’esdebitazione è assoggettata a condizioni applicative particolarmente rigorose che offrono garanzie sufficienti per quanto concerne la riscossione dei crediti Iva e che, alla luce tali condizioni, essa non costituisce una rinuncia generale e indiscriminata alla riscossione dell’IVA e risulta, dunque, non contraria all’obbligo degli Stati membri di garantire il prelievo integrale di siffatta imposta indiretta nel loro territorio nonché all’obbligo di effettiva riscossione delle risorse spettanti all’Unione Europea.

Restiamo a disposizione per informazioni. Contattaci subito per informazioni sull’esdebitazione →

Risarcimento danni ospedale

Talvolta, a causa di una caduta occorsa in ambito ospedaliero, il paziente può riportare un danno fisico di scarsa entità quale potrebbe essere, ad esempio, una semplice frattura; oppure, rovinando al suolo, il paziente potrebbe subire una lesione talmente grave da comportare un’invalidità permanente, fino a giungere, in casi eccezionali, al decesso.

Atteso che questi eventi traumatici interessano soggetti che versano in condizioni fisiche precarie, è logico che le conseguenze che ne derivano risultino essere molto più gravose rispetto a quelle che scaturirebbero se la caduta riguardasse un soggetto in piena salute.

Nel 90% dei casi la caduta di degenti all’interno di un ospedale si presenta come un episodio prevedibile, sovente determinato da problemi organizzativi della struttura ovvero dall’attività negligente e/o imprudente posta in essere dal personale sanitario.

Un fenomeno, questo, che ancora oggi rientra tra i problemi di malasanità maggiormente avvertiti dai consociati, i cui numeri sono peraltro in costante aumento.

Con il presente articolo verranno indicati i soggetti che astrattamente possono rispondere dei danni subiti dal malato a causa di una caduta in ospedale e le procedure che quest’ultimo deve attivare (con l’assistenza di un avvocato) per conseguire il risarcimento dei danni patiti.

 Caduta in ospedale risarcimento danni

L’accettazione in ospedale del paziente ai fini del ricovero determina la conclusione di un contratto di natura atipica, (c.d. contratto di spedalità), fondato su una prestazione complessa che la struttura è tenuta a eseguire in favore del malato che, in sintesi, può essere definita di “assistenza sanitaria”.

Pertanto, nell’ambito di tale rapporto contrattuale, la struttura ospedaliera, oltre ad un obbligo principale avente ad oggetto la cura del paziente, assume obbligazioni di carattere alberghiero nonché obbligazioni accessorie di sicurezza e/o protezione.

Ne deriva quindi che la responsabilità della struttura nei confronti del paziente che ha subito danni a seguito di una caduta all’interno dell’ospedale ha natura contrattuale, ed essa può configurarsi anche qualora non risulti possibile accertare il comportamento colposo di un singolo soggetto operante all’interno della struttura medesima.

Con riferimento alla ripartizione dell’onere probatorio, nell’ipotesi d’inadempimento contrattuale, dovrà essere il debitore (struttura sanitaria) a provare di aver correttamente adempiuto e, in caso di contrario, dimostrare di non aver potuto adempiere, in tutto o in parte, per causa a lui non imputabile.

A titolo esemplificativo, per andare esente da ogni responsabilità, l’ospedale dovrà dimostrare di aver provveduto a una diligente manutenzione dei luoghi e di avere adottato tutti gli accorgimenti idonei a prevenire la caduta del paziente.

La responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, pubblica o privata, comporta l’assoggettamento dell’azione nei suoi confronti al termine prescrizionale ordinario decennale.

Nell’ambito della responsabilità dell’ente ospedaliero è frequente il caso di scarsa manutenzione delle aree interne alla struttura (ad esempio, pavimenti scivolosi o con buche che causano la caduta). Viene in questi casi individuata, ai sensi dell’art. 2051 c.c., una responsabilità oggettiva dell’ospedale, proprietario del bene, su cui grava l’onere di dimostrare l’esclusiva colpa del paziente ovvero il caso fortuito.

Ciò perché all’azienda ospedaliera, nell’esecuzione delle attività di vigilanza e controllo dei propri beni patrimoniali, viene richiesto un grado di diligenza ed efficienza molto più elevato in considerazione delle particolari caratteristiche dell’utenza, alla quale non può richiedersi quel livello di accortezza che normalmente può essere preteso dal soggetto che gode di buona salute.

Relativamente alla responsabilità dell’operatore sanitario occorre in primo luogo verificare se la stessa debba essere considerata di tipo contrattuale od extracontrattuale con le conseguenti relative differenze in merito all’onere probatorio ed al regime di prescrizione.

Difatti, se nell’ambito dell’illecito contrattuale dovrà essere il debitore a provare di aver correttamente adempiuto e, in caso di inadempimento, dimostrare di non aver potuto adempiere, in tutto o in parte, per causa a lui non imputabile; qualora si tratti d’illecito extracontrattuale, l’onere della prova graverà, per converso, su colui che intende ottenere il risarcimento del danno.

Ebbene, secondo consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, nel caso di lesioni da caduta di un degente, nei confronti del personale sarà necessario esercitare un’azione per responsabilità extracontrattuale. Ciò significa, dunque, che l’onere della prova graverà interamente sul malato, il quale, per conseguire il risarcimento dei danni, dovrà provare tutti gli elementi della fattispecie, vale a dire: l’esistenza di un danno ingiusto, il nesso di causalità con il comportamento, anche omissivo del personale e il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive nel termine di cinque anni.

Di contro, la mancata prova dei suddetti elementi determinerà il rigetto della domanda risarcitoria. 

Lettera richiesta risarcimento danni ospedale

In primo luogo, allo scopo di conseguire dall’ospedale il risarcimento dai danni patiti, sarà necessario rivolgersi ad un legale dotato di una pluriennale esperienza nel settore della responsabilità medica.

L’avvocato, con l’ausilio di un medico legale di fiducia, ricostruirà la dinamica dell’incidente e valuterà tramite un’accurata perizia se i danni riportati dal paziente siano o meno meritevoli di risarcimento. In caso di esito positivo, il legale avanzerà una richiesta risarcitoria nei confronti all’assicurazione della struttura ospedaliera. In concreto, verrà inviato ai presunti responsabili (o alle loro assicurazioni) una lettera di diffida stragiudiziale, con cui sarà contestato l’inadempimento contrattuale della struttura o l’atto illecito commesso dai sanitari.

Il giudizio civile è sempre subordinato alla preventiva richiesta di una consulenza tecnico preventiva o, in alternativa, all’esperimento di un tentativo di mediazione, mediante il quale le parti, con l’assistenza obbligatoria di un avvocato, potranno tentare di raggiungere  un accordo per la definizione stragiudiziale della controversia.

Tra le novità introdotte dalla legge n. 24/2017 (Gelli – Bianco), vi è anche l’importante obbligo posto a carico delle strutture sanitarie, nonché dei professionisti, che entrano in rapporto diretto con i pazienti, di stipulare una polizza assicurativa che copra i rischi derivanti dalla responsabilità medica.

In mancanza della suddetta polizza, i pazienti potranno ricorrere a un apposito Fondo che garantisce i pazienti dai danni derivanti da responsabilità sanitaria, composto dai contributi versati annualmente dalle compagnie assicuratrici.

Ai fini del risarcimento, diventa, quindi, fondamentale esaminare attentamente le cause dell’incidente per comprendere se sussistono concrete colpe ascrivibili alla struttura ospedaliera e/o al personale sanitario preposto alla sorveglianza del malato.

 

Lo Studio Legale Lazzari, da diverso tempo, si occupa di vicende riguardanti il risarcimento di danni da caduta di paziente in ospedale. Gli avvocati dello Studio Lazzari, grazie alla competenza maturata nel corso degli anni, saranno in grado di supportare il cliente leso in ogni fase della procedura, garantendo la piena tutela dei suoi interessi.

Trasfusione sangue infetto

Può accadere, in alcuni casi, che la trasfusione di sangue infetto possa determinare l’insorgenza malattie croniche fortemente invalidanti: in tali ipotesi si configura una lesione dell’integrità psico-fisica della persona sottoposta a tale trattamento terapeutico, che potrà essere in vario modo risarcita o indennizzata.

Vittime sangue infetto

La pratica trasfusionale, sebbene, da un lato, garantisca la sopravvivenza di tutti coloro che necessitano quotidianamente della somministrazione di sangue o di assumere prodotti emoderivati, dall’altro, però, è considerata un’attività connotata da una limitata percentuale di rischio, in quanto la trasfusione di qualsiasi componente ematico può comportare un sostanziale – seppur contenuto – pericolo per il ricevente, atteso che diverse sono le patologie infettive che astrattamente possono essere trasmesse mediante questa pratica curativa: pensiamo, a titolo esemplificato, alle malattie virali, quali le epatiti B, C e HIV  oppure alla malattie batteriche come il treponema pallidum e  la yersinia.

In Italia potrebbero essere tra gli 80.0000 e 200.000 le vittime di trasfusione da sangue infetto, contagiate nel periodo che va dalla fine degli anni 60’ all’inizio degli anni 90’, di cui 4.500 sono deceduti.

I dati sopra illustrati, sebbene non ufficiali, rappresentano il risultato di una stima molto attendibile, poiché basata su anni d’indagini condotte con il contributo di associazioni e studi legali, nonché sul numero di domande pervenute al Ministero della Salute per ottenere i benefici di cui alla legge n. 210/92, che prevede un indennizzo erogato dalla Stato in favore degli emodanneggiati.

Comitato vittime sangue infetto

Prelievo di Sangue
Comitato vittime sangue infetto per la salvaguardia di chi ha subito gravi danni da Trasfusione

La tutela dei soggetti emodanneggiati costituisce un’annosa problematica avverso la quale, da oltre un decennio, lotta il Comitato Vittime Sangue Infetto, istituito proprio per la salvaguardia di chi ha subito gravi danni a causa di una trasfusione ematica; in particolare, siffatto Comitato si batte per far valere i diritti delle persone che ancora oggi attendono un equo risarcimento per i pregiudizi sofferti a seguito di somministrazione di sangue contaminato.

Il Comitato Vittime Sangue Infetto è stato fondato a Torino nel 2007, in concomitanza con l’emanazione delle leggi 222/07 e 244/07, introdotte al fine precipuo di risarcire il maggior numero possibile degli aventi diritto e definire, quindi, il contenzioso con il Ministero della Salute tramite una soluzione transattiva.

Sangue infetto risarcimento

Diverse sono le categorie di soggetti che possono essere chiamati a risarcire i danni riportati da chi ha contratto un’infezione a causa di una trasfusione di sangue infetto.

Teoricamente si può esperire un’azione risarcitoria nei confronti:

  • del Ministero della Salute, investito del compito di vigilare sulla sicurezza del sangue e dei suoi derivati;
  • dellastruttura sanitaria presso la quale è stata eseguita la trasfusione o sono stati somministrati i prodotti emoderivati;
  • del personale sanitario che ha praticato materialmente la somministrazione di sangue.

Nello specifico, la struttura ospedaliera e il personale sanitaria sono tenuti a:

  • effettuare i test sul sangueda utilizzare per le pratiche trasfusionali;
  • usare sangue tracciabile, ossia tale da consentire di identificare il donatore e il centro trasfusionale di provenienza;
  • informare il paziente circa i rischi e i benefici inerenti al trattamento trasfusionale, affinché costui possa prestare il suo consenso informato.

Il Ministero della Salute ha l’obbligo di controllo e vigilanza in materia di raccolta e distribuzione di sangue umano per uso terapeutico, cosicché nell’ipotesi di omissione di tale attività, con conseguente insorgenza di una patologia da virus in soggetto emotrasfuso, si può ritenere – in assenza di altri fattori alternativi – che tale omissione abbia causato la malattia.

Nel caso in cui la struttura sanitaria non adempia gli obblighi assunti nei confronti del paziente risponderebbe a titolo di responsabilità contrattuale (in virtù del contratto atipico di spedalità) e il termine di prescrizione della domanda risarcitoria è pari a dieci anni (c.d. prescrizione ordinaria).

La responsabilità del Ministero della Salute per danni da somministrazione di sangue infetto, a differenza di quella riconducibile in capo alla struttura ospedaliera, ha natura extracontrattuale, cosicché il diritto al risarcimento del danno si prescrive nel termine di cinque anni, a partire dal giorno in cui il fatto illecito si è verificato.

Parimenti, gli operatori sanitari che effettuano una trasfusione ematica senza aver eseguito i dovuti controlli risponderanno a titolo di responsabilità extracontrattuale.

Con riferimento a questa tipologia di fattispecie, appariva particolarmente complesso individuare l’esatto momento in cui iniziava a decorre il termine di  prescrizione, ovverosia capire quando l’evento lesivo poteva considerarsi “verificato”.

Sul punto, è intervenuta la Suprema Corte elaborando il principio – ribadito in più occasioni, da ultimo con la sentenza n. 4029 del 20 febbraio 2018 – secondo cui il termine prescrizionale per il danno da trasfusione di sangue infetto inizia a decorrere non da quando viene eseguita la pratica trasfusionale, bensì dal momento in cui il soggetto contagiato riesce a percepire la malattia, ricollegandola secondo un rapporto di causa/effetto, alla trasfusione medesima e alla negligenza dei medici, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. Tale momento, nella maggior parte dei casi, coincide con la data in cui il danneggiato propone la domanda amministrativa per il conseguimento dello speciale indennizzo da emotrasfusioni previsto dalla Legge n. 210/1992.

L’indennizzo a favore dei danneggiati da sangue infetto ex Legge n. 210/92

Nel 1992 è stata emanata la legge n. 210 riguardante “l’indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di emoderivati”.

I soggetti legittimati a richiedere tale indennizzo sono coloro che presentano danni irreversibili da infezioni causate da trasfusioni o somministrazioni di prodotti emoderivati oppure, ancora, da vaccinazioni obbligatorie.

Con riferimento alle modalità di erogazione del beneficio in oggetto, se la persona lesa da siffatti trattamenti terapeutici è ancora in vita riceverà un assegno bimestrale calcolato in base alla gravità dei danni subiti (secondo la tabella B allegata alla legge n. 177/76 modificata dalla legge n. 11/84), che varia gradualmente secondo le 8 categorie previste.

Tale assegno, in caso di morte del beneficiario, continuerà a essere erogato in favore degli eredi per il periodo di 15 anni.

Se la persona è deceduta prima di ottenere il riconoscimento dell’indennizzo o prima di farne richiesta, gli eredi avranno diritto a un assegno una tantum di circa € 77.468,53 solo nel caso in cui sul certificato di morte risulti che il decesso è avvenuto per cause strettamente connesse all’infezione.

Qualora la persona sia deceduta in età minore, l’indennizzo spetta sempre ai genitori o a chi esercita la patria potestà. I benefici della legge spettano anche al coniuge che risulta contagiato o al figlio infettato durante la gestazione.

Gli aventi diritto all’indennizzo, inoltre, sono esentati dalla partecipazione alla spesa sanitaria.

Se a seguito di trasfusione si è contratto l’HIV, il danneggiato ha 10 anni dal momento in cui è venuto a conoscenza dell’infezione, mentre per epatiti (C e B) post trasfusionali o per danni da vaccinazioni obbligatorie, l’interessato ha 3 anni dal momento in cui ha percepito l’esistenza dell’infezione.

Transazioni sangue infetto

Per porre fine al contenzioso derivante dall’applicazione della Legge n. 210/92, il legislatore ha approvato, nel tempo, diversi provvedimenti normativi che prevedevano la possibilità di risolvere in via transattiva le controversie instaurate dai soggetti lesi da trasfusioni di sangue, dall’assunzione di emoderivati o da vaccinazioni obbligatorie, precisamente si fa riferimento: alla Legge 29 Novembre 2007, n. 222; alla Legge  24 Dicembre 2007, n. 244 (art. 2 – commi 361 e 362) ed, infine, al Decreto del Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali 28/04/ 2009, n. 132 e quello del Ministero della Salute 4/05/2012.

Sennonché, le succitate normative non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati e le procedure di transazione sono rimaste ferme per anni, generando situazioni di forte disagio per le persone coinvolte, le quali, successivamente, hanno dato vita ad ulteriore contenzioso civile; per questo motivo con la Legge n. 114/2014, è stata introdotta una nuova norma, contenuta all’art. 27 bis, tesa risolvere, in maniera definitiva, questa incresciosa situazione. Specificatamente, l’art. 27 bis della Legge n. 114/2014 ha previsto la corresponsione di una somma di denaro a titolo di “equa riparazione” per le persone danneggiate  da  trasfusione con sangue infetto, somministrazione  di  emoderivati  infetti o vaccinazioni obbligatorie, che abbiano presentato domanda di adesione alla procedura transattiva di cui alla Legge n. 244/2007; l’articolo in commento prevede per i soggetti che abbiano presentato domanda di adesione alla procedura transattiva prevista dall’art. 2, commi 361 e 362, della Legge n. 244/2007, entro il 19 Aprile 2010, nonché per i loro aventi causa –  nel caso in cui nel frattempo sia  intervenuto il decesso –  la possibilità di ricevere, a titolo di equa riparazione, una somma di denaro da versarsi in un’unica soluzione pari a € 100.000  per i danneggiati da trasfusione con sangue infetto e  da somministrazione di emoderivati infetti” e a € 20.000 per i danneggiati da vaccinazione obbligatoria.

Al fine di conseguire la somma prevista dalla Legge gli interessati dovranno sottoscrivere una formale rinuncia all’azione risarcitoria già proposta e a ogni ulteriore pretesa risarcitoria nei confronti dello Stato, anche in sede sovranazionale.

Tuttavia, per chi deciderà di non aderire alla proposta di “equa riparazione” del danno, la predetta norma dà la possibilità di proseguire la procedura transattiva prevista dalla Legge n. 244/2007 (art. 2 – commi 361 e 362).

 

Lo Studio Legale Lazzari offre la propria consulenza, frutto di una consolidata esperienza maturata nel settore della malasanità, per valutare la sussistenza dei presupposti che consentono di proporre un’azione diretta a conseguire il risarcimento di ogni danno patito a seguito di emotrasfusione e/o assunzione di prodotti emoderivati; anche in considerazione del fatto che l’instaurazione della causa civile costituisce condizione necessaria per essere ammessi a eventuali futuri nuovi accordi transattivi tra il Ministero della Salute e i soggetti emodanneggiati o i loro eredi.

Problemi di gestione degli immobili “ereditari”

Talvolta capita che i chiamati all’eredità, anziché optare subito per l’accettazione dell’asse ereditario, richiedano un periodo di tempo per valutare attentamente la convenienza di tale operazione; In questi casi si pone il problema di individuare il soggetto che si occupi della gestione della massa ereditaria –  al cui interno spesso è possibile ritrovare uno o più immobili –  fintantoché la stessa non venga accettata.

A tal proposito, il legislatore predispone determinate garanzie al fine di preservare il patrimonio ereditario proprio in quell’intervallo di tempo che intercorre tra l’apertura della successione e l’effettiva accettazione.

Nello specifico occorre distinguere principalmente due ipotesi:

  1. La gestione dell’eredità affidata all’eredeche non ha ancora proceduto all’accettazione: ciò si verifica soltanto nell’ipotesi in cui il chiamato sia già nel possesso dei beni del defunto;
  2. Lagestione dell’eredità assegnata a un curatore: nel caso in cui nessuno degli eredi si ritrovi nel possesso dei beni ereditari.

Nel primo caso, dunque, l’erede che abbia la materiale disponibilità di uno o più beni del patrimonio del de cuius, nel periodo compreso tra l’apertura della successione e la successiva accettazione, può esercitare specifici poteri volti alla corretta salvaguardia della massa ereditaria. In concreto, il chiamato all’eredità ha la facoltà di compiere atti diretti all’amministrazione, alla conservazione nonché alla sorveglianza dei beni rientranti nell’asse ereditario

Tuttavia, se l’erede dovesse, in seguito, decidere di non acquisire l’eredità, avrebbe comunque diritto al rimborso delle spese sostenute per tale gestione.

Gli eredi che invece non siano nel possesso dei beni ereditari, i quali non hanno ancora deciso se accettare o meno l’eredita l’accettazione, potranno invece rivolgersi al tribunale e chiedere la nomina di un curatore che si occupi appunto della gestione del patrimonio oggetto di successione.

La domanda va presentata al tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, ossia il luogo in cui è deceduto il de cuius. Il giudice nominerà una persona di fiducia del tribunale che potrebbe anche coincidere con uno dei chiamati all’eredità.

Nel caso di successione testamentaria, il testatore ha la facoltà di nominare uno degli eredi come curatore dell’eredità giacente, in attesa dell’accettazione da parte di tutti gli altri.

Il curatore è tenuto a gestire l’eredità mediante il compimento di atti di ordinaria e straordinaria amministrazione e per l’esecuzione di questi ultimi sarà necessaria l’autorizzazione del giudice. Dopo aver ricevuto l’incarico, il curatore dovrà redigere l’inventario dell’asse ereditario allo scopo di verificarne la reale consistenza, seguendo le medesime procedure previste dal legislatore per l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.

L’usucapione dell’immobile ereditario

Può capitare che un immobile venga acquistato in comunione da diversi eredi, e che a ciascuno di essi spetti una quota talmente piccola da indurli a disinteressarsi completamente della proprietà del bene.

Nella situazione appena delineata, stante il consistente numero di successori mortis causa, risulterebbe molto difficile raggiungere un accordo sulla vendita dell’unità immobiliare.

Tuttavia, in tale contesto, si pone un’altra questione rientrante nel novero dei problemi di gestione degli immobili ereditari che consiste nella possibilità per uno dei coeredi di usucapire l’immobile lasciato dal de cuius.

Un pratico esempio può aiutare a comprendere meglio la questione.

Immaginiamo dunque l’acquisto di un’abitazione da parte di numerosi eredi, tutti titolari di una quota esigua sul stessa.

Supponiamo, inoltre, che il cespite immobiliare abbia uno scarso valore di mercato e necessiti di una ristrutturazione, in quanto riversa da diversi anni in un totale stato di abbandono, tuttavia nessuno degli eredi è disposto a sostenere le relative spese; inoltre, come se non bastasse, gli stessi non riescono ad accordarsi sulla sua alienazione a terzi.

Orbene, in presenza delle suddette condizioni, se uno dei coeredi ristrutturasse  l’appartamento, utilizzandolo pubblicamente e in via esclusiva per 20 anni, con il tacito consenso degli altri coeredi, impedendo agli stessi di farne lo stesso uso, allora, completato il predetto termine, potrebbe citarli in tribunale per rivendicare l’acquisto della proprietà a titolo di usucapione.

Infatti, non soltanto il legislatore tutela l’erede possessore del bene, ma sulla questione è intervenuta, in più occasioni, la Suprema Corte, la quale ha precisato che si può usucapire un immobile avuto in eredità a condizione che l’utilizzatore, per almeno 20 anni, usi il bene come se fosse il proprio, escludendo dal possesso tutti gli altri coeredi. Egli, all’inizio del ventennio, deve aver compiuto uno o più atti tali da manifestare la sua intenzione di atteggiarsi a proprietario esclusivo. È proprio da questo momento che inizia a decorrere il termine della prescrizione. Termine che può essere interrotto da uno qualsiasi degli altri eredi, non con una semplice lettera di diffida, essendo invece necessaria la notifica di un atto  giudiziale di reintegrazione nel possesso.

Coerede occupa immobile

È frequente che, in seguito alla morte di un parente, uno dei coeredi utilizzi in maniera esclusiva uno o più beni ereditari: si pensi, ad esempio, al figlio che conviveva con la madre, poi deceduta, che occupa l’immobile adibito ad abitazione familiare. È possibile che tale situazione permanga fino alla divisione della massa ereditaria, protraendosi anche per diversi anni, specie nel caso in cui derivino delle contestazioni circa i diritti vantati da ciascuno coerede sul patrimonio lasciato dal de cuius, che spesso culminano in controversie giudiziarie.

La giurisprudenza di legittimità è intervenuta più volte su tale questione stabilendo che il coerede, che ha avuto il possesso esclusivo di uno o più beni ereditari, è legittimato, da un lato, a recuperare dagli altri comproprietari le spese sostenute per il miglioramento del bene, che ne abbiano aumento il valore economico; dall’altro, è tenuto, però, al rendiconto della gestione nei confronti degli altri coeredi, nonché alla restituzione in favore di questi dei frutti civili, qualora ne sia fatta espressa richiesta in sede di divisione giudiziale.

In concreto, il coerede che occupa in via esclusiva l’immobile acquistato in comunione con altri coeredi, deve versare a questi ultimi un indennizzo pari al valore dei canoni di affitto determinati secondo i prezzi di mercato. Infatti, non potendo l’abitazione essere concessa in locazione a un terzo, coerede, unico utilizzatore, è tenuto a corrispondere il canone locativo agli altri coeredi; ovviamente, se l’appartamento viene successivamente dato in affitto, gli altri coeredi avranno diritto a ricevere una quota dei canoni (c.d. frutti civili) che saranno versati periodicamente dal conduttore.

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La suddivisione dell’eredità con o senza testamento

Il legislatore prevede che il testatore, ossia chi redige il testamento, non possa disporre con le sue ultime volontà di tutti i propri beni: infatti, una parte del suo patrimonio deve essere destinato, obbligatoriamente, agli eredi c.d. legittimari, ossia il coniuge, i discendenti e gli ascendenti; il testatore potrà fare ciò che desidera, invece, della parte residua, denominata quota disponibile.

Diversamente, quando manca il testamento, l’eredità verrà suddivisa secondo le norme sulla successione legittima (i cui profili essenziali sono trattati al paragrafo 4 del presente articolo), che troveranno applicazione anche nel caso in cui il defunto non abbia disposto per testamento di tutti i suoi beni; in tal caso le regole relative alla successione legittima si applicano limitatamente a quei beni non devoluti dal testatore.

Divisione eredità tra fratelli

Eredità senza testamento
Eredità o asse ereditario senza testamento: cosa fare?

Nell’ipotesi in cui il testamento di uno dei tuoi genitori, o di entrambi nulla abbia previsto in favore di uno dei tuoi fratelli, quest’ultimo, in quanto legittimario, resterà comunque tutelato dalla legge e potrà eventualmente impugnare il testamento:

ed invero, se il defunto lascia il coniuge e più di un figlio, ai figli spetta almeno la metà del patrimonio ereditario, da dividere in parti uguali, mentre al coniuge spetta comunque un quarto.  

Perciò, ricorda che il tuo germano non menzionato dal testamento redatto da tuo padre (o tua madre) potrà agire in giudizio proponendo un’azione di “riduzione della legittima” sia nei tuoi confronti sia degli altri eredi legittimari. Questo sarà possibile, però, a condizione che i tuoi genitori, in vita, non abbiano già effettuato in suo favore delle donazioni, che abbiano invece danneggiato te e gli altri successori, in quanto la donazione deve essere considerata, a tutti gli effetti, come un anticipo sull’eredità, rispetto al calcolo della legittima.

Dunque, il fratello “dimenticato” potrà contestare il testamento entro il termine dieci anni dall’apertura della successione (che coincide con la morte del genitore), citando in giudizio tutti coloro che abbiano beneficiato delle volontà testamentarie o delle donazioni fatte in vita dal de cuius, perché lesive dei suoi diritti ereditari.

 Asse ereditario senza figli

 Il testatore che non lascia figli, né ascendenti, può nominare il proprio coniuge come erede universale oppure può stabilire che alcune quote dell’eredità vadano ad altri soggetti (altri parenti o amici oppure ancora beneficienza ecc.)

Ebbene, se il testatore decide di lasciare tutto al coniuge, e non ci sono né figligenitori, non si pone alcun problema di possibile lesione di legittima, atteso che in assenza di ulteriori  legittimari, l’eredità può essere devoluta interamente al consorte.

È bene ricordare, infatti, che in caso di successione testamentaria, i fratelli e le sorelle del defunto non hanno alcun diritto sull’eredità e, se esclusi dal testamento, non potranno impugnarlo per lesione di legittima. Ciò significa, che testatore potrà liberamente decidere di non devolvergli alcuna quota poiché non vengono inclusi dalla legge nel novero degli eredi che devono necessariamente beneficiare di una parte dell’asse ereditario.

Pertanto, ricapitolando, in assenza di figli, il testatore è libero di disporre a suo piacimento dell’eredità senza, tuttavia, intaccare la quota che la legge riserva in favore di coniuge e ascendenti, quali eredi legittimari.

Contrariamente, se il defunto non ha lasciato testamento né figli, oltre al coniuge e genitori, anche i suoi fratelli e sorelle avranno diritto ad una quota dell’asse ereditario, mentre, in presenza di testamento, potrebbero essere destinatari della c.d. quota disponibile.

  • In sintesi: in caso di successione testamentaria, il defunto ha piena libertà nella devoluzione dell’eredità, purché vengano rispettate le quote riservate agli eredi legittimari (coniuge, figli e genitori) i quali hanno diritto ad una parte di eredità e possono impugnare il testamento se questa viene lesa.
  • Se il de cuius non ha fatto testamento, la legge prevede che l’eredità venga divisa tra il coniuge e i figli.
  • Tuttavia, la suddivisione delle quote ereditarie, in assenza di figli e in presenza di ascendenti e/o collaterali del defunto seguirà lo schema indicato:
    • se il de cuius lascia il coniuge e i genitori (anche uno solo dei due): al coniuge spettano 2/3 dell’eredità ed il restante 1/3 spetta ai genitori;
    • se invece lascia il coniuge e uno o più fratelli: al coniuge spettano 2/3 dell’eredità, il restante 1/3 è suddiviso fra i fratelli del defunto;
    • se infine lascia il coniuge, uno o entrambi i genitori e uno o più fratelli/sorelle: al coniuge spettano 2/3 dell’eredità e la restante parte è così ripartita: ¼  ai genitori e la quota restante in parti uguali per ciascun fratello.

In altri termini, in difetto di testamento, il coniuge non può ereditare tutto ma concorre con i fratelli, le sorelle e gli ascendenti del defunto.

Se ci sono fratelli e sorelle unilaterali ciascuno di essi consegue la metà della quota che ottiene ciascuno dei germani o dei genitori, salva in ogni caso la quota della metà in favore dei genitori.

 Asse ereditario nipoti

Abbiamo più volte evidenziato che esiste una porzione dell’asse ereditario c.d. “indisponibile”, che il legislatore riserva sempre agli eredi legittimari; il testatore potrà disporre liberamente, invece, della parte residua del proprio patrimonio, chiamata appunto quota “disponibile”.

Ebbene, se il de cuius ha nominato anche i nipoti come eredi, questi hanno il diritto a succedere in una percentuale dell’eredità perché, ad esempio, destinatari della quota disponibile; tuttavia, come più volte evidenziato, i nipoti potrebbero essere privati di ogni diritto ereditario se uno dei legittimari dovesse contestare il testamento e la divisione fatta dal defunto, ottenendo dal giudice il riconoscimento della lesione delle loro quote legittime.

  • Se a decedere è un nonno o una nonna, Il nipote eredita solo se il proprio genitore (ossia il figlio del defunto) è già morto prima del decesso del nonno. In particolare:
    • se è ancora in vita il coniuge del nonno (o della nonna) e questi aveva un solo figlio che però è già morto, metà dell’eredità va al coniuge superstite e l’altra metà al nipote;
    • se i figli sono più di uno e solo uno di questi è morto, un terzo dell’eredità va al coniuge gli altri due terzi viene diviso tra i figli e il nipote.
    • qualora non sia più vivo il coniuge del nonno (o della nonna) e questi aveva un solo figlio che però è già morto, tutta l’eredità va al nipote.
    • se i figli sono più di uno, l’eredità andrà divisa in parti uguali tra questi, ma se uno di questi è già morto la relativa quota va al rispettivo figlio, nipote del nonno defunto.

Se a morire è uno zio o una zia, il nipote eredita solo se il proprio genitore (fratello o sorella dello zio o della zia defunta) è già morto e il defunto (lo zio o la zia) non aveva figli o coniuge.

Se invece è presente uno di questi soggetti, il nipote non ottiene nulla. In pratica, al posto dei fratelli morti prematuramente subentrano i nipoti o i loro discendenti.

Ai sensi degli artt. 467 e 468 c.c., il nipote ha diritto per rappresentazione alla quota di eredità che sarebbe spettata al suo genitore, figlio del defunto.

Ciò vuol dire, in altre parole, che il nipote eredita solo in quei casi in cui il proprio genitore avrebbe dovuto ereditare e, tuttavia, non l’ha fatto perché è deceduto prima del de cuius. Lo stesso discorso vale in caso di rinuncia all’eredità: se il genitore del nipote rinuncia, al suo posto può accettare quest’ultimo.

Asse ereditario senza testamento (successione legittima)

In  mancanza di un testamento che individui gli eredi, l’asse ereditario verrà devoluto secondo le regole sulla successione legittima.

La successione si definisce “legittima” (o “intestata“) non solo quando il de cuius non ha redatto testamento, ma anche se con il testamento non ha disposto di tutto il suo patrimonio.

Nella successione legittima la legge individua cinque categorie di soggetti (c.d. successibili) che possono diventare eredi, ossia:

  • il coniuge;
  • i discendenti;
  • gli ascendenti e i collaterali;
  • gli altri parenti fino al 6° grado;
  • lo Stato.

Nell’ambito dei c.d. successibili s’individuano i legittimari, ossia il coniuge, i discendenti e gli ascendenti, nonché gli eredi legittimi, vale a dire i collaterali e altri parenti sino al sesto grado che verranno alla successione solamente in mancanza dei legittimari; in ultima istanza, nel caso manchino altri successibili, l’eredità verrà devoluta in favore dello Stato Italiano, il quale acquisterà di diritto senza accettazione e senza poter rinunziare alla stessa; lo Stato, tuttavia, non risponderà dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni acquistati.

Il legislatore dispone, in merito alla successione legittima, le seguenti quote:

  • in presenza del coniuge e dei discendenti (figli legittimi e naturali), al primo tocca la metà dell’eredità, in concorso con un solo figlio, ovvero di un terzo se i figli sono due o più, ai quali spettano invece i due terzi, suddivisi in parti uguali;
  • nel caso in cui ci siano il coniuge, gli ascendenti e/o i collaterali, ma non i discendenti, al primo toccano i due terzi dell’eredità, mentre agli altri un terzo (art. 582 c.c.), da suddividere in parti uguali “per capi”, salvo il diritto degli ascendenti a un quarto dell’eredità (544 c.c.);
  • dove ci sia soltanto il coniuge, ma non discendenti (FIGLI), né ascendenti (GENITORI) o collaterali (FRATELLI) del de cuius, al primo va l’intera eredità (art. 583 c.c.);
  • laddove ci siano solo discendenti, ma non il coniuge, ai figli va devoluta l’intera eredità suddivisa in parti uguali (art. 566 c.c.);
  • nell’ipotesi in cui manchi il coniuge e i discendenti, e ci siano solo gli ascendenti e i collaterali, l’intera eredità va suddivisa tra questi ultimi in parti uguali, salvi sempre i diritti degli ascendenti ex art. 544 c.c.
  • in mancanza di coniuge, figli, ascendenti e/o collaterali, sono chiamati a succedere al de cuius i parenti fino al sesto grado; verrà applicata la regola secondo cui i legami di parentela più prossimi escludono quelli di grado più remoto;
  • infine, se il de cuius non ha congiunti, parenti prossimi o remoti, o nessuno di loro gli è sopravvissuto, e non esiste un testamento, l’eredità viene totalmente devoluta allo Stato.

Occorre ricordare, altresì, che al coniuge, secondo il disposto dell’art. 540 c.c.,anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni“.

Il coniuge separato ha i medesimi diritti successori di quello non separato, purché non gli sia stata addebitata la separazione, salvo il diritto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione, beneficiava degli alimenti.

Da notare, infine, che nella categoria dei successibili non sono contemplati gli affini, sia diretti (suoceri, generi, nuore) che indiretti (cognati, ecc.).

Ricostruzione asse ereditario

Com’è noto, il patrimonio ereditario al momento dell’apertura della successione è qualificato asse ereditario: esso comprende sia i beni in possesso del de cuius (c.d. relitti), sia i beni da lui trasferiti in vita mediante le donazioni. La sua complessiva consistenza assume fondamentale rilievo per stabilire l’entità delle quote di eredità riservate in favore dei legittimari nonché della quota che il de cuius può utilizzare a proprio piacimento.

Ricostruire l’asse ereditario del defunto significa, anzitutto, accertare, la presenza di o eredi o di legatari, eventualmente citati in un testamento, quali destinatari delle ultime volontà del defunto; rammentando ulteriormente  che, in mancanza di tale atto, i successori saranno indicati direttamente dalla legge.

Allo scopo di stimare l’asse ereditario occorre, altresì, ricostruire idealmente l’intero patrimonio del de cuius, procedendo, mediante un’operazione simulata, alla riunione delle donazioni effettuate in vita e dei beni relitti.

Con quest’azione fittizia, i beni donati rimarranno in possesso ai donatari (i quali dovranno restituirli, in tutto o in parte, soltanto in caso di successione necessaria e soltanto se l’annullamento delle disposizioni testamentarie non è sufficiente all’integrazione della quota legittima lesa), mentre all’asse ereditario sarà imputato il loro valore.

In concreto, per calcolare il calcolo delle suddette quote, sarà necessario sommare il valore dei beni che il defunto ha lasciato alla sua morte con il valore dei beni di cui il testatore abbia disposto, con donazioni, durante la propria vita. Ciò per evitare che il testatore possa eludere le norme sul testamento, donando in favore di un solo soggetto (per esempio, un solo figlio) la maggior parte dei propri beni. Dall’importo che si ottiene da tale addizione bisogna sottrarre eventuali debiti.

Pertanto, al momento dell’apertura della successione, per ricostruire il complesso patrimoniale del defunto dovrà essere contattato, per esempio, il suo commercialista o altri professionisti che curavano i suoi interessi. Verificare presso il catasto o la camera di commercio se il defunto fosse titolare di proprietà immobiliari, terreni oppure partecipazioni societarie; infine, contattare gli istituti bancari per controllare se fosse titolare di conti correnti, polizze vita, fondi di investimento e altri strumenti finanziari.

I beni relitti dovranno essere stimati secondo il valore di mercato con riferimento al momento dell’aperta successione. I titoli, i crediti, i depositi bancari o postali dovranno essere valutati comprendendo la frazione d’interessi maturati fino al momento della successione.

I debiti, siano essi di vecchia data o conseguenti alle ultime necessità del defunto (spese per cure mediche, conti d’ospedale, spese funerarie), andranno riferiti al momento dell’aperta successione con lo stesso criterio dei crediti.

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